Il Mise e i fondi congelati per la banda ultra larga

Stefano Caviglia

Il Mise e i fondi congelati per la banda ultra larga

Sul tavolo ci sarebbero 3 miliardi di euro già stanziati dall'esecutivo Renzi per aumentare la connettività. La somma è invece ancora nel cassetto perché il ministero dello Sviluppo economico non si decide a notificare a Bruxelles il relativo programma. Il punto.

16 Giugno 2019 18.00
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Se davvero è in cerca di idee per tonificare l’economia senza aggravare il fardello del debito, il governo gialloverde farebbe bene a guardarsi intorno con un po’ più attenzione. Ci sono ben 2,2 miliardi di fondi stanziati all’epoca dell’esecutivo Renzi (delibera Cipe 65 del 2 ottobre 2015) per la banda ultra larga che aspettano solo di essere spesi, insieme a 800 milioni di fondi europei divenuti disponibili grazie ai risparmi sui bandi già svolti. In tutto fanno 3 miliardi di euro da destinare a una delle voci più importanti per la crescita economica futura.

LA RETE E I VOUCHER

Ma avere i soldi a disposizione è un conto, spenderli un altro. Per farlo bisogna programmare investimenti nel rispetto delle regole stabilite dall’Unione europea. Non vale solo per la parte dei fondi comunitari ma anche per quella che impiega risorse del contribuente italiano: può configurarsi come una forma di aiuto di Stato alle imprese? È il caso in parte degli stanziamenti di cui sopra, destinati da un lato alla posa di cavi in fibra ottica nelle aree cosiddette «a fallimento di mercato» (dove gli investitori privati non vanno per mancanza di ritorno economico), dall’altro all’emissione di voucher che sostengano i consumatori nell’acquisto di connessioni veloci.

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LA TRATTATIVA CON BRUXELLES

Ebbene la trattativa con Bruxelles necessaria ai relativi progetti di spesa, iniziata nel 2015, non è ancora arrivata in porto. Come mai? La prima persona a cui chiederlo è Raffaele Tiscar, all’epoca vicesegretario generale della presidenza del Consiglio, che seguiva il dossier per il governo Renzi. «La discussione con Bruxelles fu molto complessa», dice a Lettera43.it «perché all’inizio nella Commissione europea era forte il sospetto che l’intervento si sarebbe risolto in un aiuto di Stato. C’è voluto del tempo, ma abbiamo avuto successo su tutta la linea, perché alla fine Bruxelles ha accettato sia l’intervento per posare la fibra nelle aree a fallimento di mercato, anche parziale, sia i voucher per i consumatori finali. Ora si tratta di raccogliere i frutti di quel lavoro».

Il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio.

DOSSIER CONGELATO AL MISE

Per poter spendere i soldi manca di fatto solo la notifica a Bruxelles degli interventi in programma. Un passaggio poco più che formale, che a un anno di distanza dall’insediamento del governo il ministero dello Sviluppo economico non ha ancora avviato. Ed è un vero peccato perché nessuno quanto l’Italia ha bisogno di accelerare su questa strada, visto che la nostra copertura nelle connessioni ultra veloci è di appena il 24% contro una media europea del 60 e siamo al 24esimo posto nella graduatoria della digitalizzazione. Un piccolo segnale positivo è che nell’ultimo anno abbiamo cominciato ad andare più veloci, ma gli obiettivi europei per il 2020 (100% della popolazione connesso ad almeno a 30 Mbs e 50% abilitato a connessioni oltre i 100) restano irraggiungibili. Non c’è proprio da riposare sugli allori.

LA SIMULAZIONE DI INFRATEL ITALIA

Ora pare che le cose si stiano rimettendo in moto: la consultazione pubblica preliminare alla partenza dei nuovi bandi per la rete in fibra ottica si è appena conclusa, e a giorni dovrebbe partire la convocazione del Comitato per la banda ultra larga (Cobul) cui spetta la definizione dei voucher per rafforzare la ancora troppo scarsa domanda degli utenti. A quel punto, si spera nel giro di poche settimane, si dovrebbe riuscire ad andare a Bruxelles per la notifica degli interventi. Ma qui c’è un altro punto critico, perché la simulazione compiuta qualche settimana fa da Infratel Italia (la società pubblica che si occupa di banda ultra larga) ha ipotizzato di limitare i voucher a scuole, centri per l’impiego e piccole imprese, tagliando fuori del tutto il consumatore finale.

OCCORRE SOSTENERE I CONSUMI DELLE FAMIGLIE

La cosa non è piaciuta a operatori ed esperti del settore, che si aspettano interventi più incisivi sul lato della domanda. «Escludere le famiglie dagli incentivi sarebbe assurdo», dice a Lettera43.it Francesco Sacco, docente di managment consulting della Bocconi, «perché sono proprio loro il collo di bottiglia della società digitale in Italia ed è dai loro consumi che si attende un incremento della spesa, soprattutto grazie ai contenuti dell’intrattenimento. Basti pensare al seguito delle serie tivù».

UN PARADOSSO ITALIANO

Si vedrà nelle prossime settimane se considerazioni del genere riusciranno a far cambiare idea al governo. Nel frattempo resta il paradosso di un’Italia che prima ha strappato il sì di Bruxelles a questa misura e poi si è fermata, mentre altri Paesi si infilavano felicemente nel varco. Gli incentivi agli abbonamenti alla banda ultra larga, infatti, procedono spediti in Gran Bretagna, Danimarca, Grecia e Germania. A noi resta la speranza riuscire ad aggregarci al gruppo, seppure in ritardo, dopo averne resa possibile la partenza.

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