Massimo Del Papa

Perché Adrian di Celentano si è rivelato un flop

Perché Adrian di Celentano si è rivelato un flop

27 Febbraio 2019 18.15
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Tutti quei soldi buttati per vedere il cartone animato di un orologiaio che tromba? Alla fine, usando il rasoio di Occam, la chiave di lettura del floppone di Adrian sta tutta qua. Perché solo questo si è capito della monumentale graphic novel animata di Adriano Celentano, monumentale quanto astrusa: le intriganti scene di sesso che hanno attizzato ricordi adolescenziali di fumettazzi proibiti. Tutto il resto s'è risolto in un guazzabuglio di temi, di messaggi, di contorsioni narrative che hanno prima destabilizzato il pubblico, accorso fiducioso nella ragguardevole misura del 20% all'esordio, quindi lo hanno svuotato, facendolo immediatamente crollare ad un imbarazzanre 7,7% che ha di fatto imposto il congelamento della serie, prevista fino a marzo. Congelamento ufficialmente imputato a convalescenza del Molleggiato, un decorso a lunga scadenza visto che prima del ripescaggio dal freezer dei palinsesti Mediaset dovranno passare, a quanto ha fatto sapere l'emittente, tutta la primavera e tutta l'estate; dopodiché, come raddrizzare una faccenda nata storia, lo sa solo (Joan) Lui. Ammesso che lo sappia.

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E qui parliamo della serie animata in senso stretto, ma come si fossero messe le cose si era capito subito, già dall'anteprima di Aspettando Adrian dove le pause, dal situazionismo sconcertante, stavano al parlato come le buche di Roma stanno all'asfalto. Con mezzo cast, da Ambra a Michelle Hunziker a Teo Teocoli, che dava forfait prima ancora di cominciare. Col povero Nino Frassica che tappava l'impossibile da quel bastimento carico di supponenza che imbarcava vuoti d'aria. Con l'autore principe, Milo Manara, che si smarcava platealmente. E con una storia che, arrivati al dunque, proprio non decollava e alla fine è rimasta decollata.

UNA GESTAZIONE VENTENNALE PER UN PROGETTO NATO GIÀ DATATO

Del resto, la genesi di Adrian era sofferta già dal concepimento: una gestazione ventennale, girata, rimpallata via via per tutte le televisioni del regno, con trattative abortite, rescissioni, proroghe, risoluzioni, controversie legali fino a che il progetto non se lo accollava Mediaset e qui sarebbe interessante capire cosa avrà detto il vecchio Silvio Berlusconi al giovane leone Piersilvio, che ormai tanto giovane non è più e di cose televisive dovrebbe avere maturato una certa esperienza: due, tre, quattro puntate sull'ammiraglia Canale 5, e poi la cassazione. Ma che diciamo di questo Adrian così bistrattato dal pubblico? Che, come tutte le cose innovative, non è stato capito, che verrà riscoperto, forse in autunno, forse tra cento anni? Oppure che alla fine il pubblico ha le sue ragioni che la società Clan, di Adriano e Claudia Mori, non capisce?

I contenuti di questa storia ambientata nel 2068 altro non facevano che ricalcare i temi di canzoni, questo non l'ha rilevato nessuno, risalenti esattamente a un secolo prima, nel 1968

Intanto possiamo dire che nel marasma generale nessuno ha mai capito se Adrian fosse un progetto inteso a brillare di luce propria oppure un pretesto per rispolverare il vecchio repertorio di Adriano. Perché, al netto della egolatrica del protagonista, i contenuti di questa storia ambientata nel 2068 altro non facevano che ricalcare i temi di canzoni, questo non l'ha rilevato nessuno, risalenti esattamente a un secolo prima, nel 1968; e già allora l'ecologismo gluckiano, l'invettiva populista del «se andiamo avanti così» cominciava a risultare già rimestata, riscaldata, ne avevano abbondantemente parlato, e con altra sostanza, e coprendo l'intero spettro analitico dal politico al sentimentale, i vari Flaiano, Fellini, Pasolini e cento altri.

IN ADRIAN SESSIMO E TROPPI LUOGHI COMUNI

Per adeguare il canzoniere ai tempi, e al medium, una storia animata, sono state scelte situazioni e ambientazioni improbabili, irritanti: una fin troppo stilizzata Milano distopica, il grattacielo a Napoli emblema della criminalità organizzata, la polizia del pensiero, la crisi della “vera” musica (quale? Quella di Celentano?). Qui stava la fatica dei tempi, lo sforzo immane di inseguire una contemporaneità che sfuggiva completamente alla narrazione e si risolveva in un rosario di luoghi comuni, patinati ma arrugginiti. Come non fosse bastato, si aggiungeva il moralismo del buon senso tipico di Celentano, che salva le fanciulle ma intanto le rimprovera perché si ubriacano, si cacciano in situazioni scabrose; e perfino l'odore sgradevole di compromissioni produttive con alcune società cinesi collegate con il regime nordcoreano, che per un libertario come il nostro ex Molleggiato non era proprio il massimo.

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A legare tutto, la panna montata di una pruderie anche quella superata dai tempi, del giovane orologiaio per il quale ogni momento è buono, quando non è impegnato a salvare il mondo, per darci dentro con la sua innamorata, nella quale era scontato individuare le meravigliose sembianze della attuale eterna moglie, Claudia Mori, anche se in quella fase di artigianato adolescenziale il cantante di belle speranze, per amor di cronologia, frequentava ancora Milena Cantù, detta "la ragazza del Clan”. Un gran casino, come da migliore tradizione.

DA MANARA A PIOVANI, GLI ALTRI COMPLICI DI UN FLOP DA OLTRE 20 MILIONI

A questo punto è obbligatorio tornare sulla celebre presunzione celentanesca, ciò che, praticamente a una sola voce, hanno fatto praticamente tutti i critici televisivi da Giorgio Simonelli ad Aldo Grasso ad Alessandra Vitali, passando per Maurizio Costanzo. Sacrosanto, ma forse manca una considerazione più ampia dello sfondo complessivo: per mettere insieme questa Babele a cartoni animati si sono spesi calibri quali il citato Manara, Nicola Piovani al commento sonoro, gli allievi della scuola Holden di Alessandro Baricco sui testi, gli oltre «mille animatori sparsi in tre continenti (Cina, Africa ed Europa) per le oltre 10 mila scene, [oltre ad] un'équipe di centinaia di tecnici, professionisti della scrittura, del disegno, della musica, della recitazione», se ha ragione Sorrisi & Canzoni. Per dire che il flop è stato epocale, ma va equamente spartito con fin troppi fuoriclasse. A riprova che non sempre il meglio, vero o presunto, genera il meglio.

Alla fine Celentano, a 81 anni suonati, è inscalfibile, la corazza della storia e del mito lo fa passare indenne da un trionfo a un fiasco

Una botta che nessuno sa quantificare, chi dice 20, chi dice 28 milioni. Ed è tutto addosso a Mediaset, alla fine Celentano, a 81 anni suonati, è inscalfibile, la corazza della storia e del mito lo fa passare indenne da un trionfo a un fiasco. L'emittente berlusconiana, invece, ha dato prova di essere anche lei fuori dai tempi, in un momento in cui, oltretutto, patisce a tenaglia la concorrenza sia della Rai che di Sky, ed è sempre aggrappata alle performances delle immarcescibili Maria de Filippi e Barbara d'Urso. Magari ritoccate, ma ancora vere. Non come l'avatar Adrian, che in autunno dovrà tornare in braccio ad Adriano, per fare cosa, per risolvere cosa, per salvare cosa, nessuno lo sa.

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