Perché gli inviati speciali dell’Onu sono così deboli

22 Novembre 2018 14.35
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L’azione degli Inviati speciali del Segretario generale delle Nazioni Unite nelle aree di maggior crisi conflittuale del Medio Oriente in questi ultimi anni, segnatamente in Libia, in Yemen e in Siria, si presta a un giudizio complessivo marcato da una buona dose di criticità. Non tanto per ragioni riguardanti le loro qualità personali e professionali, in generale di alto livello e di sperimentato curriculum, quanto per l’efficacia del ruolo svolto rispetto all’obiettivo loro assegnato di propiziare la fine delle ostilità e l’avvio di un percorso di transizione verso la stabilizzazione e la ricostruzione dei Paesi di rispettiva assegnazione.

IL CORTOCIRCUITO ALLA BASE DELLA DEBOLEZZA DEGLI INVIATI ONU

Questa efficacia trova nei suoi fondamentali ingredienti la capacità e la forza di cucire la trama di processi di convergenza tra le parti in causa, cosa particolarmente problematica se tra tali parti non ci sono solo e tanto i diretti interessati ma anche e soprattutto potenze regionali e internazionali che usano di quelle situazioni conflittuali per finalità riconducibili ai loro rispettivi interessi/ambizioni. Ciò malgrado o forse proprio a causa del fatto che la scelta di tali inviati avviene attraverso lo scrutinio dello stesso Consiglio di sicurezza che delibera all’unanimità – in cui tali potenze sono in buona misura rappresentate direttamente o indirettamente – su proposta del Segretario generale. Dico "a causa" nel senso che più spesso di quanto non appaia tali inviati devono sembrare sufficientemente neutrali – o sufficientemente malleabili – da meritarsi la luce verde di tutti.

È sintomatico il caso della Libia, dove la nomina dell’attuale inviato, Ghassam Salamè, ha avuto luogo dopo un lungo braccio di ferro che è costata l’esclusione di diversi candidati per i veti incrociati ora di Washington e ora di Mosca; veti stigmatizzati come «una sconfitta per il processo di pace libico e per il popolo libico». Sconfitta che apparve all’epoca tanto più deprecabile dopo l’infausta missione del tedesco Martin Kobler, auspicata da tutti, e dopo l’uscita di scena del suo predecessore, Bernardino Leon, avvenuta all’ombra di un imbarazzante contratto stipulato con gli Emirati per la direzione della loro scuola diplomatica. Con Salamè la musica è cambiata, ma a distanza di un anno e mezzo dalla sua nomina il dossier libico ha fatto registrare passi in avanti assai incerti tra il protagonismo sterile di Emmanuel Macron (incontri di Parigi) e l’afono Vertice di Palermo dove le assenze (Donald Trump, Vladimir Putin, Angela Merkel, lo stesso Macron), le movenze da prima donna del generale Khalifa Haftar, la partenza irritata di Recep Tayyip Erdogan e l’assenza di una dichiarazione finale hanno svuotato di significato politico sostanziale la stretta di mano tra lo stesso Haftar, Fayez al-Serraj e il nostro presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

SALAMÈ E LA ROAD MAP LIBICA ATTESA PER IL 2019

L’aspettativa generale è che con il 2019 si apra davvero la road map che lo stesso Salamè ha messo a punto dopo il definitivo abbandono dell’idea caparbiamente difesa da Macron di elezioni il 10 aprile scorso. Lo si vedrà dall’apertura della Conferenza nazionale che, nelle sue intenzioni, dovrebbe dare senso e prospettiva al principio de “la Libia ai libici”, principio che tuttavia sembra tutt’altro che condiviso, nei fatti, dalle potenze che si confrontano in quel Paese per un’affermazione di potere/influenza ancora in attesa di sanzione. Mentre sono le fazioni del salafismo locale e di importazione che ne traggono profitto.

Anche nello Yemen si attende che l’avvio di un processo di mediazione propiziato dall’Inviato delle Nazioni Unite riesca a fermare lo scontro in atto fra i due principali schieramenti contrapposti: l’uno, palese, che fa capo al legittimo presidente 'Abd Rabbih Mansur Hadi e alla coalizione araba a guida saudita che lo stesso Hadi ha sollecitato a intervenire militarmente; l’altro, parzialmente mascherato, costituito dagli Houthi con il non dichiarato appoggio militare dell’Iran. Al timone di questo processo sta adesso il diplomatico britannico Martin Griffiths, succeduto al mauritano Ismail Ould Cheikh Ahmed, già rappresentante in loco per il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) dal 2008 al 2012 e per questo considerato all’epoca l’Inviato ideale per facilitare il dialogo tra le parti in lotta.

LA SFIDA DI GRIFFITHS IN YEMEN

Griffiths, che ha già sperimentato il fallimento dell’ultimo suo tentativo di mediazione dopo quello del suo predecessore e di quelli del Gcc (Consiglio di cooperazione del Golfo), ci sta riprovando ora, con una proposta e uno sfondo nuovi. La prima è l’opzione di un dialogo che tenga conto non solo della Risoluzione Onu 2216 ma anche della mediazione avanzata a suo tempo dal Gcc e dall’esito del Dialogo nazionale del 2014. Il secondo è offerto dal monito esplicito venuto da Londra e da Washington, anche sulla scia dell’orrendo fattaccio Khashoggi, a fermare le armi e la spaventosa tragedia umana, sociale ed economica che sta derivando da quella guerra civile/guerra per procura tra Iran e Arabia Saudita. Riuscirà nel suo intento? Dobbiamo augurarcelo con quel tanto di scetticismo suggerito dalla complessiva posta regionale che è in gioco anche attraverso il conflitto yemenita.

In Siria, dove si sta attraversando l’ottavo anno di guerra interna, siamo al quarto avvicendamento. Dopo il ghanese Kofi Annan (cinque mesi) e l’algerino Lakhdar Brahimi (quasi un anno) era stata la volta dell’italo-svedese Staffan de Mistura che lascia mestamente – per ragioni personali ha dichiarato – l’incarico di Inviato speciale dell’Onu per la Siria dopo oltre quattro anni di lavoro tanto pervicace quanto sterile, alla fine. Contrastato dal regime di Damasco – da ultimo col rigetto della sua proposta di composizione di un terzo dei componenti della Commissione costituzionale – e privato di consistenti sponde regionali e internazionali, passa il testimone al diplomatico norvegese Geir Pedersen, già ambasciatore a Pechino e uno degli attori degli accordi di Oslo del ‘93.

GLI OSTACOLI SULLA STRADA DI PEDERSEN IN SIRIA

Lo attende un compito assolutamente problematico per il momento nevralgico in cui versa la crisi siriana, quello delle determinazioni dei suoi protagonisti, dalla Russia all’Iran, dalla Turchia agli Usa, quelli che in definitiva determineranno il bilancio finale dei costi e dei benefici rispettivi. La Siria si presenta segnata da un reticolo ancora inconcluso di influenze esterne rispetto alle quali Pedersen sarà chiamato a mettere a frutto tutta la sua esperienza e creatività. Sulla carta, egli appare come la classica botte di legno fra botti di ferro, come De Mistura del resto, ma ha dalla sua il lungo tempo bellico e la voglia di chiuderlo al meglio possibile considerando anche la prospettiva del grandioso business della futura ricostruzione del Paese. Dove la presenza politico-militare dell’Iran rischia di apparire troppo onerosa, la spregiudicatezza turca poco redditizia, il ruolo americano sottostimato e quello russo costretto a pagare il pegno di una vittoria arbitrale.
Libia, Yemen, Siria: tre casi di scuola nella dialettica tra diplomazia multilaterale e diplomazia intergovernativa. Dove i veri poteri si manifestano.

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