Io non Centro

Marianna Venturini
10/12/2010

L'attrazione fatale dei democratici per il Terzo polo.

Più drammatica della crisi del governo Berlusconi c’è solo l’infinita agonia del Partito democratico. Il partito unico di centrosinistra, quello che doveva dare una nuova speranza all’Italia, è allo sbando totale. E ogni giorno che passa perde pezzi, esponenti e forza. «Come il kebab, siamo erosi dal centro e da sinistra», ha detto il deputato dell’area cattolica Giuseppe Fioroni. Una metafora illuminante.
Tra i democratici è cresciuta l’antipatia nei confronti delle alleanze. C’è la fronda anti-Vendola e il fronte di chi chiede di agganciare il Terzo Polo. C’è chi vuole una collaborazione più stretta con Antonio di Pietro, chi chiede di restare duri e puri.
Sempre Fioroni ha detto: «Vendola premier? L’ipotesi non è realizzabile. È un alleato importante per una coalizione di centrosinistra che vede nel Pd un partito riformatore. Un partito che si allea, ma con un candidato premier capace di dialogare con le parti moderate del paese e che dunque ampli la coalizione».
Sembra valere la legge di Lavoisier secondo la quale «nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma». Le componenti del Pd si sfaldano, si frantumano, cercano nuove alleanze e approdi più sicuri per non perdere la posizione conquistata.

Fuoco amico sul dialogante Renzi e l’enigmatico Follini

Il 6 dicembre il sindaco di Firenze Matteo Renzi ha lasciato Palazzo Vecchio per una cena ad Arcore con Silvio Berlusconi. Scelta sciagurata: gli sono piovuti addosso tutti gli epiteti  negativi possibili. Giorgio Merlo, deputato del Pd e vice presidente della commissione di Vigilanza Rai ha constatato  «una forte somiglianza nel modo di far politica tra il Premier e il potenziale liquidatore della classe dirigente del Pd, il rottamatore Renzi». In pratica gli ha dato del Berlusconi fiorentino.
«Questa volta non gli è riuscita bene per niente», ha commentato il presidente della Provincia di Pesaro Urbino, Matteo Ricci. Su Internet si è scatenata la gara all’insulto mentre Bersani si è limitato a un laconico «sarebbe stato meglio che avessero scelto Palazzo Chigi».
L’ex vicepresidente del Consiglio nei governi Berlusconi bis e ter, Marco Follini, ha un passato nell’Udc di Pier Ferdinando Casini e da qualche anno milita nel Pd. Adesso è sempre più stuzzicato dall’idea di abbandonare i democratici se Bersani deciderà davvero di allearsi con Vendola e non ha nascosto le sue intenzioni in un’intervista a Lettera43.it. (leggi l’articolo)

La crisi ha decimato il partito in Veneto

Il 4 dicembre il senatore Maurizio Fistarol, esponente proveniente dalla Margherita, ha lasciato il gruppo del Pd per aderire al gruppo Misto. Se fosse un caso isolato non sarebbe un problema ma è solo l’ultimo episodio di una crisi che attraversa gli esponenti veneti di tradizione moderata.
Fistarol, che aveva già sostenuto il movimento Verso Nord di cui l’ex sindaco di Venezia Cacciari è uno dei fondatori, e ha spiegato di non credere che l’alternativa al berlusconismo declinante possa essere l’alleanza con Di Pietro e Vendola.Colpa del partito che «non corrisponde alle ragioni per le quali era nato e io sono andato via via convincendomi che le difficoltà».
Il consigliere regionale Andrea Causin, rutelliano di lungo corso, il 30 novembre 2010 ha scritto una dura lettera al quotidiano Europa per denunciare il crollo in Veneto: «Abbiamo dimezzato il nostro corpo elettorale in poco meno di due anni e oggi si può dire che nemmeno un cittadino ogni dieci è elettore del Pd». Numeri alla mano, il consigliere si è prima dimesso dalla carica di vicesegretario del Partito democratico veneto poi ha deciso di lasciare il partito.
Per Causin «vige un silenzio assordante, da parte della dirigenza veneta, rispetto ai de profundis che uno dei fondatori più autorevoli del Pd, Massimo Cacciari, ci dedica quotidianamente». E ancora: «La responsabilità del movimento democratico è perciò quella di riuscire a fare qualcosa prima che sia troppo tardi e prima che gli elettori certifichino con il loro non voto, l’insignificanza del Pd». Parole dure che avrebbero dovuto suscitare almeno una rettifica, invece nulla è successo.
Non meno importante era stata la fuoriuscita di Diego Bottacin, consigliere regionale e cofondatore del Pd veneto e segretario della Margherita, il 15 ottobre. Sintomi di un malessere che ormai è evidente nella dirigenza democratica del nord.

Ci sono passaggi dal Pd a Futuro e libertà

Tra le ipotesi dell’irrealtà ci sarebbe un possibile cambio di casacca da Bersani a Fini. Pare assurdo eppure succede anche questo: il senatore del Pd Riccardo Milana e un gruppo di consiglieri comunali, provinciali e regionali del Lazio potrebbero a passare a Fli.
Nei giorni scorsi Milana ha incontrato il presidente della Camera, Gianfranco Fini e nel caso confermasse le sue intenzioni, sarebbe il primo parlamentare del Pd ad approdare a Futuro e Libertà.
Ma il senatore Milana non è solo: trentacinque amministratori municipali, i consiglieri comunali Francesco Smedile e Salvatore Vigna, il consigliere regionale Mario Mei, il consigliere provinciale Massimo Caprari, il presidente del Municipio Roma XVII, Antonella De Giusti e l’europarlamentare Guido Milana hanno abbandonato i lavori del congresso romano del Partito Democratico, rinunciando agli incarichi della direzione e della segreteria in forte disaccordo con la dirigenza. «Questo congresso è l’epilogo di una vicenda che dura da vari mesi e che assesta un duro colpo alla componente non Ds del nostro partito».
I firmatari di un documento unitario hanno chiesto «se può esistere un partito riformista formato di soli ex comunisti: quale proposta politica può lanciare un partito governato a tutti i livelli da una sola delle sue anime fondatrici?».

Arriveranno uniti alla manifestazione di sabato

Divisi ma almeno arriveranno tutti uniti alla manifestazione nazionale dell’11 dicembre, convocata un mese fa da Bersani. Infatti anche il Movimento democratico di Veltroni e i rottamatori, escluso Mario Adinolfi, saranno alla manifestazione di Roma.
«Il Pd è pronto a governare, a prendersi la responsabilità di traghettare l’Italia fuori da questo pantano», ha detto l’ottimista Giuseppe Civati, membro della direzione nazionale del Pd e promotore insieme al sindaco di Firenze Matteo Renzi di Prossima Italia.
Pier Luigi Bersani l’ha definta «una festa, anzi una festa di liberazione». I maligni aggiungono: «dal partito».