Tra Arabia Saudita e Iran qualcosa si muove

I vertici di Lega araba e Oic. Il rinnovato ruolo negoziale del Qatar. E l'apertura di nuovi canali di dialogo. Cosa sta succedendo dietro le quinte dello scontro Riad-Teheran.

04 Giugno 2019 18.23
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Settimana intensa per l’Arabia Saudita quella che ha chiuso il mese di maggio. A partire dallo scorso giovedì 30 si sono svolte in terra saudita sia una riunione di emergenza che ha coinvolto la Lega araba (22 Paesi membri) e il Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc, i cui sei membri sono compresi in quelli della Lega araba), sia il vertice annuale dei 57 Paesi membri dell’Organizzazione della Cooperazione islamica (Oic). Insomma, un grande raduno arabo e islamico chiamato a raccolta dal sovrano di Riad nella sua duplice veste: “custode dei luoghi santi di Mecca e Medina” in cui si riconoscono sunniti e sciiti ed esponente di primo piano del mondo arabo.

Ad aprire e chiudere queste importanti assise è stato l’85enne re Salman bin Abdulaziz. Assente il 34enne potente e discusso erede al trono e ministro della difesa e tante altre cose, Mohammed bin Salman, in visita ufficiale in Giappone. Una lontananza dai riflettori mediatici, soprattutto occidentali, che certo non è stata frutto di casualità. Si è trattato di incontri che hanno visto convergere in quel regno del Golfo una vera e propria folla di leader arabi e islamici. Chiamati a raccolta nel segno di un tempo fortemente nevralgico e di un grande convitato di pietra. Tempo nevralgico perché questi incontri hanno avuto luogo sullo sfondo del temibile scontro in atto tra Iran e Stati Uniti.

LA RISPOSTA DELL’IRAN ALLO STRAPPO DEGLI USA

Lo scontro è conseguente alla decisione di Donald Trump di denunciare il Piano d’azione congiunto globale (Jcpoa), cioè l’Accordo 6+1 sul nucleare iraniano del 2015. E alla reimposizione di un pacchetto di pesanti sanzioni commerciali e finanziarie. Ciò col dichiarato obiettivo di indurre Teheran a rimettersi al tavolo negoziale per rivederne contenuti e tempi. A quest’offensiva americana l’Iran ha comprensibilmente reagito con forza per allentare al massimo possibile la stretta soffocante delle sanzioni. Cercando, da un lato, di ottenere dagli altri partner dell’accordo, in particolare da quelli europei, interventi suscettibili di assicurare sufficienti compensazioni commerciali e finanziarie. E, dall’altro, di ampliare gli sbocchi di assorbimento del suo petrolio.

GLI INCIDENTI CHE HANNO ALZATO LA TENSIONE CON L’ARABIA SAUDITA

Il tutto è stato condito da moniti e minacce di revisione delle sue obbligazioni contrattuali e di risposte militari e commerciali alle parallele minacce muscolari americane. Ebbene, in questo scontro, che resta temibile anche se nessuno dei due Paesi ha voglia/interesse a portare alle estreme conseguenze, che peraltro nessuno può escludere, si sono inseriti due “incidenti” che hanno ulteriormente aggravato i già pesanti ingredienti di conflittualità politici e settari tra Teheran e Riad: gli attacchi perpetrati ai danni di quattro container, di cui due petroliere saudite, al largo delle coste degli Emirati e quelli effettuati ai danni di installazioni petrolifere saudite con l’impiego di droni. Attacchi che sia l’Arabia Saudita che gli Emirati hanno stigmatizzato con durezza come atti di aggressione.

Anche l’intemperante Trump è alla ricerca di uno sbocco che premi il suo metodo negoziale

Diciamo subito che non ci sono prove del coinvolgimento iraniano sul caso dei container; neppure il falco americano John Bolton che pure ne vuole investire il Consiglio di sicurezza è arrivato ad attribuirlo con certezza a Teheran. Mentre su quello con droni c’è il fatto che se lo sono intestato gli Houthi (Yemen) che godono del sostegno di Teheran. Sta di fatto però che l’attribuzione all’Iran della responsabilità di questi atti è stata propiziata anche dalle ripetute minacce di Teheran di chiudere lo stretto di Hormuz, da cui transita gran parte delle risorse energetiche del Golfo, e dalle affermazioni non certo pacifiste provenienti soprattutto dal Corpo delle guardie rivoluzionarie in merito alla mano controllante di Teheran su almeno quattro Paesi dell’area (Libano, Siria, Iraq e Yemen) e alla volontà di andare oltre nella disseminazione della rivoluzione iraniana.

UN SEGNALE POLITICO FORTE DA ARABIA & CO

Da qui la convocazione della riunione di emergenza della Lega araba e del Gcc. Da cui è emerso un segnale politico formalmente chiaro e forte all’Iran di cambiare rotta, di riconsiderare il suo ruolo nella regione e in definitiva di evitare di continuare a minacciare la sicurezza e la stabilità della regione. Ma nessuna (o quasi) indicazione di possibili azioni concrete per indurre Teheran più miti consigli. Forse l’indicazione più pregnante è venuta dal presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi che ha sollecitato i partner a mettere in atto quella che viene genericamente indicata come la Nato araba.

IN IRAN MONTA LA SOFFERENZA SOCIALE (E POLITICA)

Solo teatro dunque? No, perché la partecipazione è stata massiccia e di alto livello. E i documenti finali erano all’insegna di un indubbio sostegno politico all’Arabia Saudita e agli Emirati. Ma, in presenza di una posizione americana certo non incline a scatenare una guerra, resta principalmente lo strumento della pressione politica assortita dalle sanzioni. Ciò che non è poca cosa visto il livello di sofferenza sociale ed economica e di riflesso politica cui Teheran sta giungendo. Ben più alto di quanto non voglia far apparire. D’altra parte, anche l’intemperante Trump è alla ricerca di uno sbocco che premi il suo metodo negoziale.

Stanno affiorando altri canali di contatto, il più rilevante è rappresentato dal Giappone

In questo contesto è interessante rilevare come la presenza del Qatar al vertice del Gcc, scontata malgrado il blocco cui continua ad essere sottoposto da Arabia Saudita, Egitto, Emirati e Bahrein, sia stata contrassegnata questa volta da un’inattesa e sorridente stretta di mano, auspice il rappresentante del Kuwait, tra re Salman e il primo ministro del Qatar. Questo gesto è stato letto sia come un abbozzo di potenziale dialogo tra i due Paesi sia come un qualche incoraggiamento a che il Qatar prosegua nel tentativo di mediare a favore di un allentamento della tensione tra Teheran e Washington e, di riflesso, anche tra Teheran e il Golfo.

IL DUPLICE MESSAGGIO DI ALI KHAMENEI

Ne vedremo i seguiti rilevando che stanno affiorando altri canali di contatto miranti allo stesso risultato. Il più rilevante è rappresentato dal Giappone da poco visitato da Trump e dal ministro iraniano Javad Zarif, ma anche la Russia sembra della partita. Mentre Mike Pompeo ha sondato al riguardo anche la Germania e verosimilmente la Francia. E l’Ayatollah Ali Khamenei, il grande decisore finale? Ha ribadito ufficialmente (29 maggio) che l’Iran non negozierà con gli americani. Ma nella sua ricercata opacità ha anche aggiunto che «l’Iran è disponibile a negoziare con qualsiasi altro Paese».

ASPETTANDO NOTIZIE DALLA “SOLUZIONE DEL SECOLO”

Insomma, qualcosa si sta muovendo dietro le quinte di questo scenario dove secondo molti sta proprio a Khamenei fare la prima mossa. In questo contesto si sono inserite le grandi assise arabe e islamiche che sono state anche l’occasione per ribadire come «il popolo palestinese debba ottenere il riconoscimento dei suoi inalienabili diritti, incluso quello della auto-determinazione e della creazione di uno Stato palestinese indipendente e sovrano». Le prossime settimane ci diranno di più. Anche in merito alla tanto decantata “soluzione del secolo” del processo di pace che Jared Kushner dovrebbe presto illustrare in Bahrein.

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