L’Iran e le variabili per una terza crisi del petrolio

Il rialzo del greggio è moderato e fa buon gioco a tutti gli esportatori. Ma l’escalation nel Golfo anche con Israele e Arabia Saudita, la Brexit in arrivo e l’azione di Trump sono una miscela esplosiva.

23 Luglio 2019 07.09
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Tra i primi effetti della guerra delle petroliere nel Golfo persico si notano le fibrillazioni del prezzo del petrolio, e non poteva essere altrimenti. Nel 1979, quando lo scià Reza Pahlavi protetto dagli americani fu costretto a fuggire e in Iran atterrò Ruhollah Khomeini, scoppiò la seconda crisi del petrolio. La prima era esplosa nel 1973, per la guerra improvvisa dello Yom Kippur tra Israele e gli arabi guidati dall’Egitto. In entrambi gli choc, l’impennata del prezzo a barile bloccò gli approvvigionamenti di greggio da parte degli importatori che erano soprattutto occidentali. Nel primo caso per un boicottaggio ad arte del cartello arabo dell’Opec, nel secondo per il crollo di produzione durante la rivoluzione iraniana. La guerra tra Stati Uniti e Iran che può deflagrare per le scintille a ripetizione nello Stretto di Hormuz, coinvolgerebbe Israele e la cordata araba dei sauditi. Cioè gli scontri tra potenze del 1973 e quelli del 1979 messe insieme.

LA VOLATILITÀ DELLE QUOTAZIONI

Il conflitto viene prospettato anche dal Pentagono come «più lungo che in Vietnam», disastroso perché pressoché impossibile da vincere. Tant’è che dal 19 luglio, cioè prima del sequestro dei pasdaran iraniani della petroliera britannica Stena Impero nello Stretto di Hormuz, il prezzo a barile del greggio è salito di circa 2% in due giorni. Israele ha rafforzato l’allerta sulle sua navi nella zona. L’Arabia Saudita, in un gesto di moderazione, è arrivata a rilasciare una petroliera iraniana bloccata a Gedda da più di due mesi, per raffreddare il clima. Già la settimana precedente le quotazioni erano salite del 4% per altre frizioni tra l’Iran, gli Stati Uniti e il Regno Unito, dopo il sequestro delle forze speciali britanniche della petroliera iraniana Grace 1 al largo di Gibilterra. Giocare al rialzo giova innanzitutto alla Repubblica islamica che dal maggio 2019 è ripiombata sotto l’embargo totale dell’export del petrolio, imposto da Donald Trump come strategia della massima tensione.

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Navi militari e petroliere nello Stretto di Hormuz. GETTY.

LA MASSIMA PRESSIONE DELL’IRAN

Bloccare lo stretto di Hormuz, controllato in uscita dall’Iran, dove passa un terzo dell’export totale via mare di petrolio (dall’Iraq, dal Kuwait e dalle petromonarchie del Golfo), è viceversa la massima pressione che l’Iran può esercitare in risposta alla tenaglia di Trump e dei nemici sauditi. È il mezzo più pesante, e ormai la sola arma di ricatto che gli rimane. Non a caso, anche durante il muro contro muro tra la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad e quella di Barack Obama, tra il 2009 e il 2012 si susseguivano le schermaglie nel Golfo. Anche allora la Repubblica islamica era stretta in un embargo totale – anche dell’Ue –, non aveva nulla da perdere, a fronte di un loro export già bloccato del greggio, a bloccarlo agli altri. Anzi le lobby interne (vicine ai pasdaran e agli ultraconservatori di Ahmadinejad), che controllano ancora la rete di molti servizi e infrastrutture dell’Iran e soffiano sul fuoco, avevano tutto da guadagnare dal rialzo del prezzo del poco petrolio venduto.

Quel che spaventa gli analisti del mercato è che il gioco col fuoco sul petrolio sfugga di mano ai manovratori

IL RIALZO GIOVA AI PRODUTTORI

È la solita storia delle sanzioni, che non danneggiano ma arricchiscono sempre i regimi, tra le oligarchie dove si concentrano i profitti. A scapito delle popolazioni, come per le crisi petrolifere, anche occidentali. Se controllata, una quotazione del Wti (il benchmark del greggio del Texas) sopra i 60 dollari a barile, e del Brent (del greggio del Mare del Nord) sopra i 70 può solo portare profitti alla rete dell’Opec, e più in generale a tutti i grandi produttori ed esportatori dell’olio nero. Non a caso, il calo del prezzo del petrolio in questi anni a fasi alterne sotto i 50 (Wti) e i 60 (Brent) dollari a barile, soprattutto per il surplus, aveva spinto tutti i produttori (l’alleanza del cosiddetto Opec+) ad accordarsi per ridurre la produzione e smaltire le scorte accumulate. Aumentando i margini di profitto. Quel che spaventa gli analisti del mercato è che il gioco col fuoco sfugga di mano ai manovratori. Per le escalation continue nel Golfo – e la loro imprevedibilità per tutti – e altre turbolenze il rialzo potrebbe farsi rapido ed estremo.

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Donald Trump (Usa) e la premier uscente della Gran Bretagna Theresa May. GETTY.

MAY SUI CARBONI ARDENTI

Da Bank of America Merrill Lynch la percezione è che si stia sottostimando una volatilità delle quotazioni destinata ad aumentare, e tale da spingere nei prossimi mesi – al ribasso o al rialzo – il prezzo del petrolio a livelli fuori dal mercato. Tra le tensioni internazionali, oltre alle fortissime frizioni militari in Medio Oriente con le potenze occidentali, pesano anche le incertezze sulla guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina e le ripercussioni della Brexit. Non aiuta per esempio che in queste ore, Oltremanica, la premier uscente Theresa May sia sui carboni ardenti. Riunita con il comitato di emergenza britannico, per decidere come muoversi sulla Steno Impero bloccata nel porto di Bandar Abbas e pronta, nelle prossime ore, a cedere gli incarichi di capo del governo e del partito. Le votazioni tra i tory si sono chiuse il 22 luglio. Mentre dal weekend altri due suoi ministri (Finanze e per l’Europa) si sono dimessi dal governo, per la guerra interna per la poltrona di premier e la leadership dei conservatori.

LA VARIABILE BREXIT SUL GREGGIO

Ufficialmente la marina britannica motiva il blitz alla Grace 1 in acque internazionali per una violazione dell’Iran delle sanzioni Ue che proibiscono a tutti la vendita di petrolio e di fare affari con il regime siriano. Ma Bashar al Assad è da sempre regolarmente armato e finanziato dalla Repubblica islamica. La verità è che il Regno Unito è tra due fuochi: non può sempre dire di no alle richieste statunitensi sull’Iran, per quanto abbia sfiorato da poco il gelo diplomatico con Trump; né – finché c’è May – vuole allontanarsi dalla linea europea di stare nell’accordo nucleare con l’Iran. Londra è l’anello debole, politicamente è addirittura più instabile di Teheran. Ma con Boris Johnson nuovo premier e capo dei tory il nuovo governo britannico si allineerebbe a Trump, e le provocazioni all’Iran aumenterebbero. L’ex sindaco della capitale è il favorito, è questione di ore. Questa e altre miscele esplosive come il blocco di Hormuz per Neil Wilson, capo analista di mercato di Markets.com, possono «far alzare di molto il petrolio».

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