Gli alleati degli Usa prendono le distanze da Trump sull’Iran

Barbara Ciolli

Gli alleati degli Usa prendono le distanze da Trump sull’Iran

Il consigliere di Macron a Teheran. I canali tra Rohani e Londra. Le visite dei leader del Qatar e del Giappone nella Repubblica Islamica e poi alla Casa Bianca. Mentre gli Stati Uniti pensano a presidiare il Golfo Persico.

11 Luglio 2019 14.35
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Tra la Casa Bianca e le diplomazie occidentali rimbalzano le telefonate e si susseguono gli incontri, non solo per appianare la crisi con l’ambasciata britannica. Donald Trump si è messo in testa di creare una coalizione internazionale in difesa delle acque tra l’Iran e lo Yemen, al varco di uno Stretto di Hormuz per il Golfo Persico tornato caldissimo. Il presidio militare a protezione delle petroliere dei Paesi nell’orbita occidentale attaccate di recente sarebbe, di tutta evidenza, il pretesto per trascinare gli alleati degli Usa in una guerra sempre più vicina – quanto scongiurata – con l’Iran. Il guaio è che anche partner strettissimi degli americani e, in Medio Oriente, dei sauditi come i britannici sono ai ferri corti con l’Amministrazione Trump. Sempre pronti a difendere Israele, mostrando anche i muscoli come è avvenuto con il sequestro di una petroliera iraniana sullo Stretto di Gibilterra, non scalpitano però per invischiarsi in una palude che sarebbe ancora peggio di un nuovo Vietnam. Tanto più con un capofila imprevedibile come Trump. Il risultato è un via vai di emissari occidentali anche da e verso Teheran, per fermare l’escalation degli iraniani alle sanzioni degli Usa.

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Anche l’emiro del Qatar Tamin bin Hamad al Thani media sull’Iran con Donald Trump.

I NEGOZIATI FRANCESI E I CANALI CON LONDRA

Gli ultimi pompieri sono i francesi. Nientemeno che il nuovo advisor diplomatico del presidente Emmanuel Macron è atterrato il 9 luglio scorso a Teheran, per portare avanti una mediazione mentre – come da annunci – negli impianti iraniani si è ripreso ad arricchire uranio entro una soglia superiore alle quote minime fissate nel protocollo sul nucleare (Jcpoa) del 2015. Se anche l’ex ambasciatore francese in Libano Emmanuel Bonne dovesse fallire, non è escluso un viaggio di Macron, per il quale si sta spianando il terreno. L’enfant prodige dell’Eliseo non è nuovo ad azioni simili: nel 2017 si precipitò in Arabia Saudita, in un clima incandescente, per riportare in Libano il premier Saad Hariri trattenuto nel regno. È anche scontato che, in questi giorni, la diplomazia d’Oltralpe sia in contatto con quella di Oltremanica, per muoversi a passo simile anche nei confronti di Trump.

Anche alleati asiatici degli americani come il Giappone e il Qatar hanno messo in moto di negoziati con l’Iran

Canali sotterranei per il confronto sono poi aperti, da sempre, anche tra l’Amministrazione iraniana moderata di Hassan Rohani e Londra. Il presidente Rohani ha scritto il suo dottorato nel Regno Unito e, come il suo ministro degli Esteri Javad Zarif, a lungo ambasciatore all’Onu, è legato al mondo anglossassone. Il controverso blitz dei britannici sulla nave iraniana nel Mediterraneo è stato un atto di provocazione e di pressione su Teheran, come per la controparte lo è la ripresa di attività negli impianti nucleari. In questa ottica sono stati compiuti anche gli attacchi alle petroliere con il greggio dei sauditi al passaggio da Hormuz, con ogni probabilità dai pasdaran iraniani anche se smentiscono. Tutti vogliono richiamare l’attenzione, ma né Teheran né i partner europei del Jcpoa vogliono la guerra.

L’UE LANCIA IL MECCANISMO INSTEX

Anzi l’Ue ha comunicato il lancio imminente del meccanismo di scambio europeo Instex, attraverso una società con sede a Parigi e creato ad hoc per aggirare le sanzioni nel circuito Swift del dollaro per le transazioni con l’Iran. Mentre Oltreoceano i falchi di Trump insistevano nel fomentare lo scontro, Francia, Germania, Regno Unito e Ue (gli attori europei dei lunghi negoziati sul nucleare) si incontravano a Vienna con gli interlocutori russi, cinesi e iraniani per mettere a punto un sistema di pagamenti parallelo che coinvolgerà anche l’Italia. È la prima volta che i leader del Vecchio continente si muovono in blocco contro le sanzioni all’Iran degli alleati americani. Agli iraniani non basta, perché il meccanismo finanziario dell’Ue è nulla al cospetto delle multe che rischiano negli Usa le società europee che proseguono a fare affari con l’Iran. Instex o non Instex, dal dietrofront di Trump dall’accordo sul nucleare la Repubblica Islamica si sta svuotando delle compagnie occidentali. Precipita nella crisi e calca perciò la mano superando la produzione di uranio per uso civile. L’Agenzia internazionale per l’Energia atomia (Aiea) ha confermato quanto a maggio Teheran aveva comunicato di fare alla luce del sole «entro 60 giorni». Da allora anche alleati asiatici degli americani come il Giappone e il Qatar hanno messo in moto di negoziati con l’Iran e riferito poi agli Usa, per evitare il peggio. Nel tentativo di raffreddare gli animi a Teheran e di riportare alla ragione chi, nel 2018, ignorando gli impegni presi nell’accordo con gli iraniano, ha provocato la crisi a cascata. Cioè l’inquilino della Casa e il suo top advisor sulla Sicurezza John Bolton.

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Il ministro degli Esteri dell’Iran Javad Zarif con le controparti giapponesi, ai negoziati per scongiurare la guerra con gli Usa.

ANCHE GIAPPONE E QATAR CONTRO TRUMP

Il Giappone non chiuse i rapporti commerciali con l’Iran neanche quando il presidente Mahmoud Ahmadinejad isolò l’antica Persia dall’Occidente. Da maggio il premier nipponico Shinzo Abe ha ricevuto a Tokyo Zarif, poi è volato da Trump a Washington, infine a giugno ha fatto scalo a Teheran. A giudicare dagli sviluppi, la sua mediazione è stata inutile. In questi mesi, prima della Francia l’ha tentata anche il Qatar, da due anni sotto embargo dei sauditi proprio per essersi avvicinato troppo all’Iran. Ma Doha è anche il trampolino di lancio dei caccia americani in Medio Oriente, l’emirato ospita una grande base militare Usa e anche a Teheran propongono di intavolare trattative là per smorzare la crisi. Il 9 luglio il giovane emiro del Qatar Tamin bin Hamad al Thani è stato alla Casa Bianca, anche per fare da ponte tra Trump e gli ayatollah. È probabile che nell’occasione gli sia stato invece proposto fare il figliol prodigo con i sauditi e tradire gli iraniani. Per il controllo delle sponde iraniane e yemenite, gli Stati Uniti vorrebbero il comando del presidio agli ingressi del Golfo Persico e del Mar Rosso. Agli alleati spetterebbero invece i pattugliamenti, ma è probabile che i marine si troveranno da soli.

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