Barbara Ciolli

Perché l’accordo sul nucleare iraniano è ormai fallito

Perché l’accordo sul nucleare iraniano è ormai fallito

Se Teheran riprende ad accumulare uranio arricchito salta la base dell’intesa. La Francia minaccia sanzioni. Ma Trump non ha lasciato altra scelta a Rohani. Un esito inevitabile.

09 Maggio 2019 04.00

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L'accordo sul nucleare iraniano è fallito all'ora X che Donald Trump ha scelto per affossare il regime degli ayatollah, stretto in una trappola mortale.

La Repubblica Islamica è stata costretta l'8 maggio 2019 al «ritiro parziale» dagli impegni presi con la comunità internazionale nel 2015, a un anno esatto dall'uscita unilaterale degli Usa dal protocollo internazionale accettato con l'Iran e con gli altri membri del Consiglio di Sicurezza dell'Onu (Cina, Francia, Regno Unito, Russia), più la Germania inclusa con l'Unione europea (Ue) tra i negoziatori sull'atomica con Teheran.

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Sempre in vista dell'anniversario dell'accordo saltato, da maggio Trump ha tolto le esenzioni per importare petrolio dall'Iran a otto Paesi – tra i quali l'Italia – che erano stati risparmiati nel 2018, assoggettandoli alla scure delle sanzioni. Ha designato «gruppo terroristico» il corpo di élite iraniano dei Guardiani della rivoluzione (pasdaran) e inviato la portaerei americana Abraham Lincoln da 100 mila tonnellate nel Golfo persico, con 40 cacciabombardieri puntati verso la Repubblica Islamica.

L'IRAN SI TIENE L'URANIO ARRICCHITO

Alle misure durissime il presidente iraniano Hassan Rohani non poteva non replicare passando all'azione. Anche solo per non farsi schiacciare dall'ala politica, economica e militare degli ultraconservatori dei pasdaran e, in ultima analisi, della Guida Suprema Ali Khamenei, in una fase di crisi economica che li agevola. La versione ufficiale, comunicata ai partner europei dal ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, è che dall'8 maggio 2019 «l'Iran non si ritira» dal Joint comprehensive plan of action (Jcpoa) sul nucleare, «ma riduce volontariamente alcuni degli impegni presi», cioè li «sospende». Così è stato detto anche alla popolazione durante un intervento in parlamento del presidente Rohani, trasmesso dalla tivù pubblica. Ma mantenere le scorte di uranio arricchito, anziché disfarsene spedendole all'estero (soprattutto in Russia), come ha ripreso a fare la Repubblica Islamica, è lo stop a uno degli obblighi-chiave del Jcpoa. Il presupposto per poter accumulare, come si minaccia entro 60 giorni, materiale per la bomba atomica.

L'Iran non viola l'accordo sul nucleare. L'uscita di una parte gli permette passi come il ritiro parziale dagli impegni

ANCHE L'UE NON FA PIÙ AFFARI L'IRAN

Al contrario di Trump un anno fa, che uscì da un accordo congiunto e sottoscritto dalla precedente Amministrazione senza che l'Onu avesse riscontrato irregolarità nella controparte iraniana, l'Iran non viola il Jcpoa. Le sezioni 26 e 36 del testo gli consentono di muovere questi passi una volta che una parte si è ritirata dal protocollo. Tanto più che gli sforzi fatti dai Paesi dell'Ue per attivare un meccanismo finanziario alternativo (lo Special purpose vehicle, Spv), in modo da aggirare le transazioni bancarie sanzionabili dagli americani, non hanno arrestato la fuga degli investitori europei dall'Iran: la maggioranza delle grandi aziende dell'Ue (da Total, a Peugeot, a Siemens, ad Alitalia e ad altri big), è uscita dal mercato iraniano, anche a causa della recessione interna. A livello politico i partner europei stanno con l'Iran contro Trump, ma non possono impedire alle compagnie che hanno filiali e operano negli Usa pesanti multe e grosse ripercussioni negli affari Oltreoceano. L'Ue è impotente di fronte all'offensiva della Casa Bianca.

L'ULTIMATUM DI ROHANI ALL'EUROPA

Nella lettera della diplomazia iraniana ai cinque partner rimasti nel Jcpoa e alla mediatrice dell'Ue, l'alto rappresentante per gli Affari esteri Federica Mogherini che fu madrina dell'accordo, si fa pressione sui governi europei affinché tengano fede agli impegni e non interrompano le relazioni commerciali con l'Iran. Pena, entro due mesi, il ritorno di Teheran ad arricchire l'uranio al di sopra della percentuale del 3,67%, permessa dal Jcpoa per la produzione di energia nucleare sufficiente per scopi civili. Per la piega presa, l'ultimatum di Rohani agli interlocutori dell'Ue era inevitabile. Ma è la stessa Repubblica islamica a prendere atto dei condizionamenti economici degli Usa sull'Europa, e ad ammettere lo «stretto margine» per evitare il collasso di un accordo che, «dopo un anno di pazienza, gli Stati Uniti hanno reso impossibile». La Francia ha minacciato frettolosamente «contro-sanzioni europee» al passo di Teheran, certo non aiuterà la mediazione in extremis: dopo le americane, le aziende d'Oltralpe erano state le prima a disimpegnarsi dall'Iran.

ISRAELE DIETRO LA PORTAEREI USA NEL GOLFO

Come sempre, Trump ha le idee chiare sull'Iran. Stringendo la presa è convinto di abbattere la Repubblica Islamica di Khomeini che quest'anno ha compiuto i suoi primi 40 anni e che dal 1979 rappresenta la principale – e crescente – minaccia per Israele. Complice il genero ebreo di Trump Jared Kushner, tutta la politica sul Medio Oriente della sua Amministrazione è improntata sulle priorità dello Stato ebraico. Dalle indiscrezioni della tivu israeliana, l'ultima escalation nel Golfo persico sarebbe scaturita da un colloquio a Washington tra una delegazione di consiglieri per la sicurezza israeliana e la controparte che fa capo a John Bolton. All'eventualità prospettata dall'intelligence (pare senza fornire informazioni circostanziate) di «movimenti dell'Iran» nelle proprie acque territoriali, con navi con missili balistici di minaccia alle forze Usa nell'area e ai loro alleati, il Pentagono è subito scattato. Bolton, ex ambasciatore degli Usa all'Onu, falco tra i falchi contro gli ayatollah, ha promesso una « risposta implacabile» in caso di attacco.

UNA TRAPPOLA INEVITABILE PER ROHANI

Prima dell'offensiva di Trump, dal 2015 le ispezioni dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) dall’Onu avevano sempre certificato il rispetto dell'Iran dell'accordo. Nè risultavano minacce militari di Teheran contro gli Stati Uniti o contro Paesi come l'Iran, nell'area del Golfo dove la Casa Bianca è pronta a mandare nuovi F18 nelle basi del Qatar o degli Emirati; o su portaerei come la Lincoln, sulla rotta dello stretto di Hormuz dove passa circa il 30% del carico globale di greggio. La Russia – nonostante l'alleanza – è prudente nel difendere l’Iran, per i rapporti del Cremlino con Israele e i canali aperti anche con la Casa Bianca, sebbene incontri siano in corso tra le due diplomazie. Nel silenzio tattico anche degli altri europei, si è levata la voce della Cina, in grave rotta di collisione con gli Stati Uniti anche per i dazi. Per Pechino «l'accordo sul nucleare del 2015 deve essere confermato e tutte le parti coinvolte hanno la responsabilità affinché questo accada». Cedere spinge l’Iran all’isolamento, ma una possibile vittoria dei Democratici negli Usa nel 2020 è ancora lontana.

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