Quattro scenari per il futuro (incerto) dell’Iraq

Armando Sanguini
08/04/2020

Il Paese è sull'orlo di una guerra civile? È l'interrogativo che molti si pongono. Certo è che la crisi politica, le influenze esterne e regionali, Usa e Iran su tutti, il crollo del prezzo del petrolio e non ultimo il rischio della pandemia aumentano l'instabilità. Ma gli sbocchi potrebbero essere altri.

Quattro scenari per il futuro (incerto) dell’Iraq

L’Iraq è sull’orlo della guerra civile? Questo fosco interrogativo che campeggiava con i caratteri tipici delle breaking news su una nota agenzia di notizie internazionali mi ha distolto dalle apprensive letture che da giorni faccio, come tante altre persone, sull’andamento della pandemia da coronavirus e delle sue micidiali ripercussioni sanitarie, sociali ed economiche.

Sull’Italia prima di tutto, ma anche sugli altri Paesi europei ed extraeuropei, in prima fila gli Usa di Donald Trump e la Gran Bretagna di Boris Johnson, i due negazionisti semi-pentiti della prima ora.

Mi ha distolto e mi ha spinto a cercare di comprendere la portata di quell’interrogativo ma mi ha anche indotto a interrogarmi sulla misura in cui l’esplosione del coronavirus abbia estremizzato, in me stesso e in tanti italiani, la naturale propensione a dare la priorità ai problemi nostrani.

I RISCHI DELLA PANDEMIA NEI PAESI FUORI DAI RIFLETTORI

Mi sono risposto che in questo caso specifico essa era tutto sommato comprensibile ma mi sono anche detto che il tempo era venuto per riprendere in mano le coordinate della nostra visione e attenzione del mondo. Non fosse altro che per parametrare le condizioni di vita del nostro mondo con quelle di altri Paesi meno richiamati all’attenzione ma destinati a condividere rischi analoghi se non peggiori, dato il più generale contesto in cui vivono le rispettive popolazioni.

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Da qui il campanello d’allarme suscitato in me da quell’interrogativo sull’Iraq, Paese immerso nel perimetro della cosiddetta regione Mena, cioè il Medio Oriente e l’Africa del Nord, tanto vicina a noi, che continua ad essere attraversata – dalla Libia allo Yemen per passare attraverso la Siria e appunto l’Iraq – da un garbuglio di interferenze politiche, militari ed economiche di un’affollata schiera di potenze regionali e internazionali. Pensiamo alla Turchia, all’Iran, agli Emirati e all’Arabia Saudita, ma anche alla Russia, agli Usa e, per certi versi, alla Cina.

QUATTRO SCENARI PER IL FUTURO DELL’IRAQ

Ebbene, questo Paese la cui popolazione sta pagando da molti anni dei prezzi alti, anzi, assai alti, sta più che mai soffrendo gli effetti di una sorta di camicia di Nesso di cui non è agevole prevedere lo sbocco finale: guerra civile? Divisione in tre parti (sciiti, sunniti e curdi) come si ipotizzava anni addietro? Subordinazione all’Iran o piuttosto agli Usa o riconquista di una propria soggettività nazionale al di là delle separazioni etniche, e/o settarie con cui deve fare i conti?

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Mi auguro che lo sbocco finale sia l’ultima ipotesi, ma certo è che la governance del Paese è da tempo indebolita, sotto il profilo della capacità istituzionale e della sicurezza interna, principalmente in connessione con la corruzione divenuta ormai strutturale, e la cattiva gestione dei servizi pubblici, in particolare quelli socio-economici, la cui combinazione è stata all’origine delle dimostrazioni di protesta dapprima pacifiche e quindi rese violente dalla brutale repressione (si parla di oltre 400 morti provocate dai servizi di sicurezza) dilagate nel Paese negli ultimi mesi del 2019.

LA CRISI POLITICA SVELA LE MANOVRE DI TEHERAN

Da qui la crisi politica che ha condotto alle dimissioni del premier Adil Abd al-Mahdi, al fallimento del tentativo di formare il governo da parte di Iyad Allawi e di quello in corso da parte di Adnan al Zurfi, il nuovo premier incaricato dal presidente Barham Salih di cui è nota la scarsa propensione per un governo filo-sciita, per non dire la sua vicinanza agli Usa le cui postazioni militari sono da tempo sotto attacco.

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Una crisi nella quale si stanno disvelando le manovre addebitabili a Teheran. La visita a Baghdad di Esmail Ghaani, l’attuale capo delle Forze Quds (Guardie rivoluzionarie) giudicata improvvida anche da alcune formazioni politiche filo-iraniane ne è stata una palese dimostrazione come del resto la candidatura di marca sciita di Mustafa al Kazemi del capo dell’intelligence nazionale formulata ufficialmente da Hadi Ameri, leader dell’alleanza Fatah, e da Ammar al Hakim del Movimento nazionale della saggezza.

IL CROLLO DEL PETROLIO ESASPERATO DAL DISSIDIO RUSSO-SAUDITA

Sullo sfondo di queste dinamiche, già di per sé problematiche, l’Iraq si è trovato coinvolto dal precipizio nel quale è caduto il prezzo del petrolio a causa del calo della domanda globale esasperato dal dissidio russo-saudita in cui gli Usa si sono inseriti, interessatamente, per ottenere una ritrovata convergenza capace di farlo risalire a livelli accettabili per le finanze pubbliche dei produttori. E l’Iraq, che ha nel petrolio la sua risorsa vitale, ha ben poche armi per evitarne le perniciose conseguenze che già si stanno facendo sentire. Aggiungiamo a tutto questo la diffusione del coronavirus. È pur vero che essa, secondo le autorità irachene, non avrebbe influito sulla produzione e l’esportazione del petrolio, ma non tranquillizza il fatto che si siano già riconosciuti ufficialmente più di 1.100 casi di contagio e diverse decine di morti. Tanto più se si considera la lunga frontiera con l’Iran – il Paese che nella regione presenta numeri piuttosto preoccupanti in termini di diffusione del contagio – ufficialmente chiusa.

LO STOP DELLE ATTIVITÀ DI ADDESTRAMENTO NATO

In conclusione il futuro prossimo dell’Iraq appare alquanto cupo e bene hanno fatto la Nato e la Coalizione internazionale a decidere la sospensione delle attività di addestramento delle forze di Baghdad in cui sono impegnati anche nostri militari. Ufficialmente la causa è il coronavirus, ma la situazione di costante instabilità interna e lo stato di “quasi guerra” tra gli Stati Uniti e le milizie scite filo-iraniane presenti in Iraq potrebbe aver influito su tale saggia decisione.