Iraq, una partita politica difficile come quella militare contro l’Isis

Armando Sanguini
23/08/2017

Per liberare il Paese agiscono milizie sciite sostenute dall'Iran e i Peshmerga appoggiati invece dai turchi. Si rischia una conflittualità interna. Mentre il premier Abadi prova a normalizzare i rapporti coi sauditi.

Iraq, una partita politica difficile come quella militare contro l’Isis

Lasciamo per un momento Barcellona e spostiamoci in Iraq per ricordare che quando la città di Mosul fu liberata dopo nove mesi di durissima e sanguinosa battaglia si ebbe quasi l’impressione che sulla scia di tale evento sarebbe bastato poco per bonificare il territorio iracheno ancora sotto il controllo delle milizie dell’Isis. Allora si diede largo spazio alle storie del ritorno a casa di tanti abitanti di quella città, la seconda più importante dl Paese; ai segnali delle prime significative opere di ricostruzione e di riattivazione dei servizi di base. Insomma dell’inizio di una storia nuova dopo un incubo durato tre anni.

LIBERAZIONE TOTALE NON VICINA. L’euforia del momento era talmente alta che in molti che seguivano con partecipata apprensione le vicende di quel martoriato Paese si creò l’aspettativa che si fosse vicini anche alla liberazione del restante territorio ancora sotto il controllo del Califfato. E le notizie che si stavano diffondendo circa la complementare offensiva contro Raqqa, la roccaforte siriana di quel corpo del terrore, andò a rafforzare tale aspettativa.

RICADUTE UMANE E MATERIALI. Ma dopo due mesi da quell’evento, ciò che poteva apparire come un’operazione di bonifica relativamente impegnativa si è andata presentando come una fase bellica quasi altrettanto severa in termini di ricadute umane e materiali.

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Una fase che lo stesso presidente iracheno Haydar al-Abadi, che aveva salutato con espressioni eroiche la fine dell’ocupazione di Mosul, ha ritenuto necessario inaugurare con una duplice iniziativa: da un lato con l’annuncio televisivo al Paese che la città di Tal Afar sarebbe stata finalmente liberata e con essa anche gli ultimi centri ancora sotto controllo dell’Isis corredato del monito «arrendetevi o morirete» rivolto alle stesse milizie del terrore; dall’altro con il lancio sulla città di una pioggia di fogli che invitavano la popolazione a preparasi alla battaglia ormai imminente e all’altrettanto imminente vittoria.

QUANTO TEMPO PER TAL AFAR? Domanda: tempo ci vorrà perché Tal Afar, questa città situata strategicamente sulla rotta dei rifornimenti tra Iraq e Siria dal cui confine dista a circa 150 chilometri e a 80 km a Ovest di Mosul, sia effettivamente riconquistata? Difficile dirlo. Si spera, certo, in un tempo minore di quello occorso per liberare Mosul, ma con difficoltà e complicazioni appena minori.

FRIZIONI TRA DUE FRONTI OPPOSTI. Da un lato perché i miliziani che vi sono asserragliati, un paio di migliaia, promettono una resistenza a oltranza; dall’altro per la composizione delle truppe che la vogliono liberare: a Sud forze militari irachene integrate dalle “unità di mobilizzazione popolare”, un’organizzazione paramilitare dominata dalle milizie sciite sostenute dall’Iran; a Nord dai Peshmerga (curdi sostenuti dalla Turchia); una composizione destinata a essere foriera di contrasti se solo si considera che se le forze sciite e curde, tenute in qualche modo lontane dall’epilogo dell’offensiva di Mosul, città prevalentemente sunnita, sembrano adesso fermamente decise a giocare un ruolo ben più rilevante a Tal Afar, città che prima di cadere sotto l’Isis ospitava sia un’importante componente sciita sia un non trascurabile segmento.

Il premier iracheno guarda ai convergenti interessi sauditi e americani cui deve molto del successo della lotta contro l’Isis

Quasi scontato insomma che da questa situazione possa derivare una stagione di potenziale conflittualità interna di carattere settario ed etnico esaltata dagli sponsor regionali degli uni (Turchia) e degli altri (Iran). Se infatti sono ben note le ambizioni turche a Nord Est, non lo sono di meno quelle dell’Iran che non intende certo perdere l’influenza sulla complessiva gestione politica del Paese conquistata soprattutto negli ultimi 10 anni.

ALTRI CENTRI IRACHENI DA BONIFICARE. Ebbene, il premier Abadi è ben consapevole che oltre a Tal Afar dovrà bonificare altri centri nella provincia di Kirkuk (300 chilometri da Baghdad) e nella regione di Al Qaim sulla frontiera siriana. Ma si prepara al dopo, quando cioè questi nodi verranno prepotentemente al pettine. E da buon mediatore quale è guarda a essi e allo stesso tempo ai convergenti interessi sauditi e americani cui deve molto del successo della lotta contro l’Isis.

RIPRESO IL DIALOGO CON L'ARABIA. E si prepara; anzi, si è andato preparando attivando, nella misura del possibile, per creare le condizioni necessarie per garantirsi un realistico contenimento delle mire iraniane attraverso l’unica via possibile: una piena normalizzazione dei rapporti con l'Arabia saudita benedetta dagli Usa di Donald Trump. Lo stesso Abadi si è recato a Riad qualche tempo addietro favorendo la ripresa, dopo quasi tre decenni, di un crescente dialogo reso concreto dalla prospettiva di cospicui progetti di collaborazione a tutto campo: dalla ricostruzione agli investimenti di reciproco interesse.

La svolta nelle relazioni tra i due Paesi ha ricevuto un impulso tanto imprevisto quanto importante da parte di Muktada al Sadr di cui si ricorderanno le manifestazioni organizzate per spingere Abadi sul terreno delle riforme politiche. Ebbene questo personaggio, pur essendo un importante religioso e politico sciita, si è posto sulla scia del grande Ayatollah Sistani che predica la trasformazione dell’Iraq in uno “stato civile” capace di superare il settarismo e la contrapposizione etnica che hanno avvelenato finora la vita del Paese.

PROSPETTIVA DI RICONCILIAZIONE. Non solo: Sadr ha deciso di accogliere l’invito del sovrano saudita e di recarsi a Riad dopo più di un decennio di assenza, in una visita che ha sanzionato ufficialmente l’orizzonte strategico verso il quale questo personaggio intende muoversi: una prospettiva di riconciliazione non solo a livello nazionale ma anche sul piano regionale tra sciiti e sunniti e curdi. Una prospettiva che di certo va di traverso a Teheran che con Trump ha trovato un interlocutore decisamente ostile, ben diversamente da Barack Obama.

Abadi sul fronte interno non può invocare quello che è stato il determinante sostegno degli Usa: Trump non ha nessuna intenzione di farsi coinvolgere

Abadi ha dunque un alleato, ma anche un potenziale concorrente che si somma agli altri concorrenti che come lo sciita Nuri al Maliki, suo predecessore e leader legato a filo doppio con Teheran, vogliono invece scavare un fossato di discriminazione tra sciiti e sunniti e, per motivazioni diverse, curdi. La partita politica che il premier Abadi ha ingaggiato è difficile, non meno di quella militare contro l’Isis, anche perché su quel fronte tutto interno non può, non vuole e non deve invocare quello che è stato il determinante sostegno americano: Trump non ha nessuna intenzione di farsi coinvolgere un’altra volta nella politica interna irachena.

GUERRA CHE STA RAGGIUNGENDO L'ACME. Ne vedremo l’esito. Ma intanto seguiamo le ultime battute della guerra contro l’Isis in Iraq e in Siria che sta raggiungendo il suo acme, mentre anche l’Europa conta le sue vittime del terrore jihadista.