Islam, rivincita sciita

Redazione
17/12/2010

di Federica Zoja In un climax emotivo crescente, fra raduni di massa e processioni di fedeli che si autoflagellano, si...

Islam, rivincita sciita

di Federica Zoja

In un climax emotivo crescente, fra raduni di massa e processioni di fedeli che si autoflagellano, si è celebrata tra il 7 e il 17 dicembre la festa religiosa islamica sciita dell’Ashura (letteralmente, il “decimo giorno”), ricorrenza con cui si ricorda il martirio del nipote del profeta Mohammed, Hussein, risalente al 680 d.C., nella battaglia di Karbala (località attualmente in territorio iracheno).
Il celebre scontro militare vide opporsi Hussein figlio di Ali, appunto, accompagnato da un centinaio di uomini, e l’armata del governatore di Kufa, Yazid, composta da 100 mila uomini. Secondo i teologi sciiti, quest’ultimo, califfo appartenente alla dinastia degli Ommayadi, aveva già espresso in pubblico propositi divergenti dalla dottrina insegnata da Mohammed e, in tal modo, aveva già adulterato il messaggio sunnita (dalla parola sunna ovvero codice di comportamento in arabo). Aprendo così la via alla corrente sciita (da Shi’atu Ali, seguaci di Ali) più “purista”, secondo i suoi membri.
L’Ashura è festa nazionale in Afghanistan, Iran, Iraq, Libano, Pakistan e anche in India, benché gli sciiti, tra i 40 e i 55 milioni di cittadini, siano minoritari. A Karbala si ritiene che siano state sepolte le spoglie di Hussein, per questo la città è santa per la Shi’a, così come Najaf, sempre in Iraq, dove si crede seppellito il padre Ali, cugino e genero di Mohammed.
Guardati con diffidenza oppure apertamente perseguitati nei Paesi a maggioranza sunnita (o in cui i sunniti sono al potere) in quanto considerati eretici, gli sciiti sono stimati, a seconda delle fonti, tra il 15% e il 30% della popolazione musulmana mondiale, cioè fra 200 e 400 milioni di persone. In Medio Oriente, rappresentano circa il 38% della popolazione locale e sono maggioritari in Iran, Iraq, Azerbaijan e Bahrain. Le nazioni in cui vivono più di 1 milione di sciiti sono: Iran, Pakistan, India, Iraq, Turchia, Yemen, Azerbaijan, Afghanistan, Siria, Arabia Saudita, Nigeria, Libano e Tanzania.

I leader sciiti, da Khamanei a Sistani

Campione della Shi’a nel mondo è la Repubblica islamica degli ayatollah iraniani, cui la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad e, 30 anni prima, la rivoluzione khomeinista hanno dato notorietà e prestigio presso i sunniti più anti-occidentali e anti-israeliani.
Il successo degli sciiti anche presso l’opinione pubblica sunnita è testimoniato dal sondaggio d’opinione condotto dal Royal islamic strategic studies center (Rissc), una ong indipendente con base ad Amman impegnata da due anni a raccogliere le opinioni del pubblico islamico mondiale.
Nell’edizione 2010, la seconda realizzata a tappeto in tutto il mondo musulmano, su 500 figure prestigiose per l’Islàm contemporaneo fra sovrani, teologi e politici, Ali Khamenei, Grande ayatollah della Repubblica iraniana, è al terzo posto; Ali Sistani, Grande ayatollah iracheno, all’ottavo, e Sayyed Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah in Libano, al 18esimo.
Un risultato che fa riflettere: evidentemente, l’Iran, seppure sempre più isolato economicamente a causa delle sanzioni internazionali, arroccato nei propri progetti nucleari e internamente immobile sul piano del processo democratico, fa presa sull’audience musulmana. E solo in parte attraverso il presidente Mahmoud Ahmadinejad, quanto piuttosto grazie al leader religioso che ha ricevuto l’eredità di Khomeini, Ali Khamenei.

Hezbollah, l’astro nascente di Nasrallah

Il risultato della ricerca evidenzia anche l’ascesa di un leader giovane “alla Khomeini” e il desiderio di rivincita della Umma, la comunità islamica mondiale.
Carismatico, giovane, coerente nella sua lotta all’Occidente secolarizzato e a Israele, persino sexy secondo alcuni blog di giovani donne musulmane, Sayyed Hassan Nasrallah rappresenta la riscossa non solo degli sciiti, ma di tutti i musulmani radicali. Durante la guerra israelo-libanese dei 34 giorni (12 luglio-14 agosto 2006), innescata da Hezbollah con il lancio di razzi sull’Alta Galilea israeliana, Nasrallah è diventato l’idolo del Medio Oriente.
L’unico che si è dimostrato capace di tenere testa a uno degli eserciti più potenti del mondo infliggendogli pesanti perdite sul terreno. E da allora il volto di Nasrallah (classe 1960, giovane rispetto ai canoni della gerontocrazia araba) è ovunque, nei locali e nelle abitazioni dei suoi fan, da Casablanca a Gerusalemme Est, da Gaza a Karachi.
Il mito sempre più forte del segretario generale di Hezbollah è stato nutrito, finora, al ritmo di 1 miliardo di dollari annui di provenienza iraniana. Ora, secondo indiscrezioni uscite sul quotidiano pakistano in lingua inglese Daily Times, il flusso di denaro si sarebbe ridotto a causa delle sanzioni contro Teheran. Ma ormai il personaggio è solido e conosciuto, anche grazie alla televisione satellitare di Hezbollah, Manal.

Yemen, teatro di scontro fra sunna e shi’a

La comune causa anti-americana e anti-israeliana ha costretto spesso estremisti e movimenti politici sunniti e sciiti a riavvicinarsi, per esempio con inediti spazi di dialogo fra Hamas e Hezbollah, gli uni a Gaza e gli altri nel Sud del Libano.
Ma ci sono teatri di scontro violento in Medio Oriente in cui è guerra aperta: lo Yemen (leggi l’analisi sullo scenario yemenita) è quello più sconosciuto sebbene vivo e potenzialmente devastante per tutto il mondo arabo-musulmano. Nel Nord della giovane Repubblica (riunita dal 1990) gli sciiti zaydisti (da un ramo della Shi’a, lo Zayd appunto) lottano contro il governo centrale perché discriminati economicamente, abbandonati dallo Stato a un destino di povertà, esclusi dalla vita politica e ostacolati nelle loro pratiche religiose.
I ribelli sciiti, organizzatisi intorno alla figura di Hussein Al Huthi nel 2004, sono detti appunto huthi. Secondo gli osservatori, gli huthi ricevono sostegno economico e logistico dall’Iran e dal vicino Bahrain, mentre il governo di Sana’a si appoggia all’Arabia Saudita. Ed è proprio questo elemento il più pericoloso per la stabilità della penisola araba.
Riyad sente il pericolo dell’influenza crescente di Teheran in Medio Oriente e cerca in tutti modi di contrastarla, per non perdere il proprio ruolo di rappresentante del vero Islàm, messo in discussione sempre più spesso (vedi l’articolo sulle critiche all’Arabia Saudita). Come testimoniato dal contenuto dei cablogrammi diplomatici pubblicati da Wikileaks sul mondo arabo e sull’allarme di tutti i governi sunniti per i progetti nucleari iraniani (leggi l’articolo su Wikileaks e i rapporti fra Stati Uniti e alleati mediorientali).
Dopo Iraq e Afghanistan, lo Yemen potrebbe diventare il nuovo crocevia di interessi opposti e devastanti.