Alle nuove elezioni in Israele Netanyahu teme il capolinea

Il premier ha ancora meno alleati per formare un esecutivo. Lieberman pronto al colpo di grazia. Shaked e Bennett in odore di tradimento. Così si va verso l'ingovernabilità.

11 Settembre 2019 09.46
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Il 17 settembre 2019 Benjamin “Bibi” Netanyahu torna alle elezioni senza cartucce in canna. Nessuno ha voglia di votare ancora, non c’è sorpresa nemmeno per la novità di un voto così ravvicinato, per la prima volta il secondo in un anno in Israele. Tutti – inclusi i candidati – sanno che non è cambiato nulla rispetto al 9 aprile scorso, se non in peggio.

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La campagna è stata sottotono, si teme un’alta astensione, è per forza di cose che si devono rifare le Legislative. Da quelle dell’ultima primavera Netanyahu è diventato il premier più longevo di Israele (battendo i 14 anni di mandato di Ben Gurion). Ma come prolungamento dell’incarico del Netanyahu IV. Non con un nuovo esecutivo che l’ex ministro alla Difesa Avigdor Lieberman, sua eterna spina nel fianco ormai, gli ha negato. L’alleanza del blocco a destra, messo insieme per le elezioni, è franata alla prima, prevedibile querelle sulla leva obbligatoria per tutti tra gli ultraortodossi (esentati e contrari) e gli ultrasionisti laici (favorevoli) di Lieberman. 

Israele elezioni settembre 2019 Netanyahu
L’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu, decisivo alle elezioni in Israele. GETTY.

ANCORA TESTA A TESTA CON GANZ

Netanyahu era tra i due, e si è dovuto arrendere. A Lieberman si deve la crisi di governo che, nel 2018, proprio a causa delle sue dimissioni portò al primo voto anticipato del 2019. Ed è probabile che il medesimo poi non aspettasse altro, per vendetta oltre che per convinzioni personali, che di far naufragare il Netanyahu V. Ieri come oggi: il problema è lo stesso. Tanto più che Lieberman alla nuova tornata ha firmato un accordo per la cessione dei voti in eccesso (insufficienti per ottenere un seggio in più), come permette il sistema elettorale israeliano, del suo piccolo partito Yisrael Beiteinu, non al Likud di Netanyahu, ma agli avversari della coalizione centrista Blu-bianco Benny Gantz e Yair Lapid. Come ad aprile, secondo i sondaggi i due schieramenti si contendono la vittoria con un testa a testa: circa il 26% dei voti e 35 seggi ciascuno (dei 120 della Knesset), forse qualche decina di migliaia di preferenze in più ancora racimolate dal Likud. Peccato che in Israele non governi chi prende più voti, ma chi forma una maggioranza.

Il premier Netanyahu trascorre gli ultimi giorni della corsa elettorale a ingraziarsi l’elettorato russo-israeliano

IL FATTORE LIEBERMAN. E RUSSO

Nel 2009 fu la leader di Kadima Tzipi Livni a vincere, sulla carta, le Legislative. Ma senza abbastanza alleati – come Netanyahu 10 anni dopo – fu poi il Likud di “Bibi” a imbracciare il timone di una lunga stagione di governo. Per la stessa ragione l’exploit della nuova lista di Gantz e Lapid del 2019 è a questo punto irrilevante ai fini di un nuovo esecutivo. Per formarlo o affossarlo serve piuttosto Yisrael Beiteinu, e in Israele sono in tanti ormai a pensare che Lieberman si appresti a sferrare il colpo di grazia a “Bibi”. Tra le variabili del nuovo voto anticipato, la sua è la più pericolosa: non a caso il premier trascorre gli ultimi giorni della corsa elettorale a ingraziarsi l’elettorato russo-israeliano. Tra il milione e mezzo di ebrei arrivati dalla Russia in Israele (il russo è la terza lingua dopo l’ebraico e l’arabo) ha il suo bacino elettorale il colono Lieberman, originario della Moldavia. Ogni voto per Netanyahu è vitale, specie quelli dell’ex amico: ed eccolo spendersi a promettere pensioni agli immigrati dall’Urss, visitare l’Ucraina e, si dice, presto Mosca.

Israele elezioni settembre 2019 Netanyahu
Un manifesto elettorale con il leader del Likud, Benjamin Netanyahu, e il presidente russo Vladimir Putin. GETTY.

TRUMP SGONFIA L’IRAN. E “BIBI”.

Il premier israeliano ha bisogno di stringere la mano a Vladimir Putin, per compensare la frenata di Donald Trump sull’Iran. Più che riconoscere Gerusalemme e il Golan territori esclusivi israeliani, e rompere l’accordo sul nucleare con Teheran, il tycoon alla Casa Bianca non poteva. Ma ha sbagliato i tempi, anche per il suo presunto nuovo piano di pace con la Palestina: fino a dopo il voto, Netanyahu non si è potuto impegnare a prendere posizioni su una questione così scivolosa. Meglio continuare, senza suscitare entusiasmi, a predicare l’annessione della Cisgiordania per far felici coloni sionisti e ortodossi. Ma con all’orizzonte le Presidenziali negli Usa del 2020, Trump non può più rimandare un qualche risultato in politica estera: lo spiraglio aperto a G7 di Biarritz, in Francia, per un incontro con il presidente iraniano Hassan Rohani, e nuove trattative, è stato un altro colpo alla corsa arrancante di “Bibi”. E carburante per l’estremismo di Lieberman, per muovere la guerra all’Iran come il falco americano John Bolton.

LE MANOVRE DI SHAKED E BENNETT

Un’altra guerra nella Striscia è al contrario quanto di più cerca di evitare Netanyahu. I raid su Gaza, e contro la Siria e il Libano, in risposta ai razzi lanciati da Hezbollah, sono frizioni: innalzare la tensione mostrando i muscoli fa comodo a molti, ma di più a nessuno. Il no a una nuova operazione militare contro Hamas fu un altro dei motivi di scontro tra Netanyahu e Lieberman. Il primo non è dato conoscerlo, ma risalirebbe alla convivenza nel Likud, negli Anni 90, quando Netanyahu aveva scelto Lieberman come direttore generale del partito e, poi, del primo gabinetto. Già allora i rapporti si sarebbero incrinati, come poi quelli, dal 2006, tra Netanyahu e l’allora capo del suo ufficio, la zarina dell’ultradestra Ayelet Shaked e il braccio destra Naftali Bennett, poi leader di Casa ebraica. È nota anche l’ambizione dei due a sfilare la leadership al premier, che sente aria complotto con Lieberman. Se anche alle urne le manovre di Shaked e Bennett per un’alleanza di ultradestra dovessero rivelarsi un flop, “Bibi” potrebbe trovarsi comunque solo. Al capolinea.

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