Le pesanti responsabilità di Netanyahu sulla guerra Israele-Hamas

Redazione
09/10/2023

Un governo di estrema destra che si è posto come obiettivi l'annessione e l'occupazione dei Territori. Un primo ministro più interessato alle sue vicende giudiziarie che alla sicurezza del Paese, che ha depotenziato generali e Servizi ritenendoli oppositori politici. La sottovalutazione da parte di esercito e intelligence del rischio a Gaza. Perché l'operazione Diluvio di al-Aqsa poteva e doveva essere prevista.

Le pesanti responsabilità di Netanyahu sulla guerra Israele-Hamas

È un disastro, una débâcle inimmaginabile per un esercito e per una intelligence considerati tra i più preparati al mondo. L’operazione Diluvio di al-Aqsa lanciata a sorpresa da Hamas contro Israele, secondo una buona parte di stampa locale – compreso il quotidiano progressista Haaretz – ha un responsabile: Benjamin Netanyahu. Il primo ministro, non certo un politico di primo pelo, ha infatti volutamente ignorato le conseguenze sia della deriva di estrema destra del suo governo sia di un programma che si è posto come priorità  l’annessione e l’esproprio dei Territori, ignorando apertamente l’esistenza e i diritti del popolo palestinese.

Guerra Israele-Hamas, le responsabilità di Netanyahu
Benjamin Netanyahu (Getty Images).

L’indebolimento dei vertici dell’esercito e dei Servizi considerati oppositori

Una tendenza confermata dalla presenza nell’esecutivo di due figure di spicco dell’estrema destra come Bezalel Smotrich, leader del Partito Sionista Religioso e ministro delle Finanze, e soprattutto di Itamar Ben-Gvir, leader di Otzma Yehudit, super ministro della sicurezza. Per dare l’idea: Ben-Gvir venne respinto dal servizio militare per le sue posizioni oltranziste e in gioventù fece parte del gruppo Kach, classificato come terrorista da Israele, Usa e Unione europea. Incriminato più di 50 volte anche per incitamento all’odio, è poi diventato avvocato per difendere gli estremisti ebrei. C’è poi il capitolo giustizia. Per molti israeliani, un primo ministro incriminato per corruzione difficilmente è in grado di occuparsi degli affari di Stato, poiché gli interessi nazionali sono necessariamente subordinati ai tentativi di evitare condanne e carcere. Questa del resto è la ragione di fondo che ha portato alla creazione di una coalizione di estrema destra e al “colpo di Stato” giudiziario voluto da Netanyahu, che secondo i critici mina la stessa tenuta democratica del Paese. La politica interna ha così preso il sopravvento sulle questioni di sicurezza. A questo va inoltre aggiunto l’indebolimento degli alti ufficiali dell’esercito e dei servizi segreti, percepiti come oppositori politici.

Guerra Israele-Hamas, le responsabilità di Netanyahu
Itamar Ben-Gvir (Getty Images).

La sottovalutazione dei vertici dell’esercito e dell’intelligence e la teoria del complotto

Questo non significa certo che esercito, intelligence militare e servizio di sicurezza (Shin Beit) non abbiamo responsabilità. Anzi, hanno drammaticamente sottovalutato la minaccia. E inevitabilmente molte teste rotoleranno. Il governo dal canto suo cercherà di uscirne pulito. Intanto però la macchina del fango è già partita. Per scagionare la Difesa, o meglio alimentare il dubbio del tradimento. Hanno già cominciato a girare in Rete e nei talk show le bufale secondo cui qualcuno, forse ufficiali della sinistra progressista, potrebbe addirittura aver aperto le porte ai terroristi di Hamas. Fake news destinate a circolare pure tra i banchi della Knesset. Una strategia che, secondo i critici, è orchestrata dai supporter di Netanyahu nel tentativo di inquinare le acque. Del resto il primo ministro non sta facendo nulla per evitare che la teoria del complotto si diffonda. Probabilmente la sua timida condanna arriverà tardi, quando i veleni avranno già fatto presa sull’opinione pubblica.

Guerra Israele-Hamas, le responsabilità di Netanyahu
Bombardamento israeliano su Gaza (Getty Images).

Il fronte da Gaza potrebbe allargarsi all’intera regione

Netanyahu resta comunque il primo responsabile della crisi. Se in passato Bibi agiva con maggior cautela per evitare attacchi e vittime, dopo la sua ultima vittoria elettorale, spinto dall’imprescindibile alleato di estrema destra, ha adottato il pugno duro in Cisgiordania, arrivando a ipotizzare una seconda Nakba e una sorta di pulizia etnica in alcune parti del West Bank, incluse le colline di Hebron e la valle del Giordano. Questo ha implicato un’enorme espansione degli insediamenti e il rafforzamento della presenza ebraica sul Monte del Tempio, vicino alla Moschea di Al-Aqsa. Conseguentemente le forze di difesa dell’Idf hanno dispiegato, a partire da marzo, maggiori forze in Cisgiordania, dove da mesi si avvertivano segnali di una possibile nuova ondata di violenze, lasciando più sguarnito il confine con la Striscia. Ora l’Idf sta concentrando le forze a Sud, ma altri fronti potrebbero aprirsi: dalla Cisgiordania a Gerusalemme Est, fino al Nord con Hezbollah. La miccia appiccata a Gaza insomma potrebbe destabilizzare l’intera regione con un osservato speciale: l’Iran.