Barbara Ciolli

Israele, perché Netanyahu è arrivato al capolinea

Israele, perché Netanyahu è arrivato al capolinea

20 Novembre 2018 07.00
Like me!

La guerra nella Striscia di Gaza è stata rimandata, come la caduta del governo di Benjamin “Bibi” Netanyahu e le elezioni anticipate. Ma il problema per il quattro volte premier israeliano non è se, ma quando. Il cerchio attorno a lui si sta chiudendo, un quinto esecutivo guidato dal leader del Likud è molto difficile, è invece possibile che Netanyahu non arrivi a fine Legislatura nel novembre del 2019 ma che si vada a votare prima, per quanto il premier israeliano sia un mattatore della politica e riesca a evitare l'inevitabile, sino all'ultimo. La spia che la situazione è grave sono le dimissioni a orologeria dell'ex ministro della Difesa, e leader della destra nazionalista, Avigdor Lieberman. Non uno che agisce a caso, neanche per esasperazione.

BIBI OSTAGGIO DI CASA EBRAICA

Il calcolo politico di Lieberman era far cadere il governo Netanyahu più di destra di sempre, ma ancora non abbastanza di destra per l'intransigente ex titolare della Difesa e per l'altro leader ultra-sionista Naftali Bennett, fondatore di Casa ebraica. Ministro dell'Economia e degli Affari religiosi, anche Bennett era pronto a lasciare il governo, come aveva fatto anni prima con il Likud. Ma Netanyahu conosce bene il suo ex capo staff e nella notte è riuscito a far ravvedere Bennett dal proposito di dimettersi: pur non concedendogli la Difesa, come pretendeva il leader di Casa ebraica, Bennett e l'altro ministro chiave di Casa ebraica, la titolare della Giustizia Ayelet Shaked, hanno fatto un passo indietro, dicono per senso dello Stato.

INSICUREZZA E DEBOLEZZA POLITICA

I toni di Netanyahu, dopo una settimana di turbolenze, sono stati drammatici. O con me o una nuova intifada, come a suo giudizio si scatenò dopo la caduta del suo primo esecutivo di destra, nel 1999, seguito dal governo laburista di Ehud Barak e della Seconda intifada un anno dopo. Ma la responsabilità della sinistra è tutta da vedere, di certo Israele si trova «in una fase sensibile per la sua sicurezza», come ha dovuto ammettere Netanyahu nel suo massimo momento di debolezza anche politica: dopo Yisrael Beitenu di Lieberman, se Casa ebraica esce dalla coalizione, il governo perde otto seggi e scende sotto il minimo dei 61 necessari. Con Bennett invece resiste, ma con una maggioranza ancora più risicata.

IL LIKUD PERDE ALLE COMUNALI

Netanyahu è sempre più ostaggio dell'ultradestra, e siccome è un politico consumato sta per licenziare attraverso il suo gabinetto un aumento delle pensioni per gli ex ufficiali di polizia, in modo da appagare l'ex poliziotto Moshe Khalon, a capo dei centristi di Kulanu titolari di 10 seggi in parlamento, rafforzando così la loro allenza con il Likud e il peso delle forze moderate nel governo. Ma per il premier israeliano è comunque il canto del cigno, “Bibi” è fresco di sconfitta alle recenti Comunali di Gerusalemme. Il suo candidato Zeev Elkin, che non è un politico qualunque ma è il ministro dell'Ambiente del governo, non è arrivato neanche al ballottaggio del 13 novembre, vinto sul filo di lana dal nazionalista e ultra-ortodosso Moshe Lion.

I laburisti riguadagnano posizioni, mentre il Likud declina e la destra radicale avanza

LE VITTORIE DEI LABURISTI

Non è una bella notizia per Gerusalemme, ma è la conseguenza della metropoli ripopolata da anni di coloni sionisti ed ebrei ortodossi e ultraortodossi dai governi passati di Netanyahu. Anche Lion, come Bennett, è stato advisor e stretto collaboratore del premier in carica, poi come altre frange del Likud si è estremizzato verso la destra più radicale. Anche altre Amministrative hanno confermato, nel 2018, la polarizzazione dell'elettorato israeliano: a Tel Aviv è stato appena riconfermato il sindacato laburista Ron Huldai, in carica dal lontano 1998, ma la novità è che, come ad Haifa dove ha vinto la laburista Einat Kalisch-Rotem, il Likud non era arrivato neanche a candidarsi. I laburisti riguadagnano posizioni, mentre il Likud declina e la destra radicale avanza.

LE LOTTE PER LA SUCCESSIONE

Tra i conservatori del premier israeliano divampano anche accese lotte interne. Come sempre quando c'è sentore di tracollo, attorno a Netanyahu si va creando il vuoto. Si moltiplicano le voci critiche sulla sue leadership, in pochi ormai appoggiano i suoi uomini e si iniziano a cementare alleanze per sostituirlo alla guida del Likud: tra i più decisi a correre alle primarie, per la prossima Knesset, c'è l'ex ministro dell'Interno e dell'Istruzione Gideon Sa'ar, i sondaggi hanno confermato un gradimento del 15-20% ma la maggioranza dell'elettorato del Likud brancola ancora nel buio quando si pone la questione di chi verrà dopo Netanyahu. Ma il problema è che tra l'elettorato di destra ha più appeal un estremista come Bennett, astro in ascesa della politica nazionale.

Gli israeliani che vivono vicino alla Striscia di Gaza protestano per la mancanza di sicurezza

UN QUARTO DEGLI ISRAELIANI STA CON BENNETT

Il leader 46enne multimilionario di Casa ebraica fa mistero di voler sfilare a Netanyahu un giorno la leadership della destra e la guida del governo. A un sondaggio diffuso durante la settimana di passione di “Bibi”, il 51% degli israeliani interpellati si è opposto a dare in mano a un radicale religioso come Bennett il ministero della Difesa. Non di meno spaventa il 25% di indecisi, per non parlare del 24% di addirittura favorevoli. Se si votasse domani, Casa ebraica guadagnerebbe 10 seggi mentre il Likud scenderebbe da 30 a 29 seggi: quel che la grande maggioranza degli israeliani non perdona a Netanyahu è l'aumento dell'insicurezza, il 74%, sempre nella stessa rilevazione, non è soddisfatto e ci sono state manifestazioni contro il governo. Soprattutto degli israeliani del Sud vicino alla Striscia.

UNA EXIT SOLTANTO RIMANDATA

Da mesi gli aquiloni incendiari lanciati dai gazawi che protestano al confine distruggono le coltivazioni dei kibbutz e Israele si limita a rispondere con raid mirati alle centinaia di razzi sparati da Hamas. Liberman se n'è andato proprio perché, anziché sferrare una nuova guerra, Netanyahu ha firmato un'altra tregua provvisoria con i palestinesi: «Una resa al terrorismo» per l'ex ministro sionista della Difesa. Ma il premier israeliano è un demagogo per convenienza politica, non un estremista, e non può permettersi un altro conflitto che farebbe da carburante ad Hamas e ai pericolosi alleati di estrema destra. Netanyahu non può permettersi neanche elezioni troppo ravvicinate, ma resta tempestato dalle inchieste giudiziarie e la sua uscita di scena può essere solo rimandata.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *