Israele, il nodo dei profughi che Netanyahu vuole cacciare

Barbara Ciolli
03/04/2018

Sono soprattutto eritrei e somali. Dopo il no dell'Africa al loro ricollocamento, il premier ha provato a coinvolgere i Paesi occidentali che accolgono più migranti. Con l'avallo dell'Onu. Il piano per ora è saltato ma la questione resta. 

Israele, il nodo dei profughi che Netanyahu vuole cacciare

Il passo indietro e le smentite del primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu sulla notizia eclatante, soprattutto per le destinazioni interessate, degli oltre 16.200 profughi interni da ricollocare in cinque anni – con l'avallo dell'Onu – in Paesi occidentali quali il «Canada, la Germania e l'Italia» non bastano a chiudere, né tanto meno a chiarire, la vicenda che ha fatto sobbalzare le cancellerie citate e anche l'Ue. Soprattutto perché la questione dell'espulsione di migliaia di richiedenti asilo da Israele si trascina da anni e certo la non cancellerà l'annuncio improvvido e impreciso, poi ritirato, di un premier populista come Netanyahu.

LE PRESSIONI DELL'ESTREMA DESTRA. Il misterioso piano concordato con l'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr) non è stato «cancellato» da Israele perché lesivo del diritto d'asilo di chi si vuole cacciare. Né perché non era stato ancora illustrato, com'è poi emerso, ai governi interessati dai ricollocamenti. Bensì perché giudicato "buonista" dagli alleati di estrema destra dell'ultimo esecutivo di Netanjanu come Casa ebraica. I profughi che si trovano in Israele sono circa 40 mila e il premier aveva prospettato di espellerne meno di un terzo, appena 16 mila nel primo anno e mezzo.

Troppo pochi anche per il Likud, il suo partito conservatore che con i centristi di Kulanu, Casa ebraica e gli ultra-ortodossi sionisti di Shas e Giudaismo unito nella Torah è intento a costruire uno Stato etnico ebraico, attraverso due direttive: colonizzare illegalmente Gerusalemme Est e i territori palestinesi della Cisgiordania, riducendo in disgrazia la Striscia di Gaza (15 i morti e centinaia i feriti negli scontri al confine nella settimana di Pasqua) e ripulire Israele dai cosiddetti «infiltrati» stranieri. Secondo le stime delle ong e delle associazioni per i diritti umani anche israeliane, tra i 39 mila e i 42 mila richiedenti asilo africani nel Paese.

ERITREI E SUDANESI. In larghissima maggioranza si tratta di eritrei (l'80% circa) e di sudanesi (il 20%), in fuga dai conflitti in Darfur e Sud Sudan o esuli dal durissimo regime militare dell'ex colonia italiana, che non possono essere bollati come «infiltrati» o alla meno peggio come «migranti» da Netanyahu. In qualsiasi altro Paese civile e democratico che – come Israele – abbia firmato la Convenzione dell'Onu di Ginevra sui rifugiati, quelle poche migliaia di richiedenti asilo di suddette nazionalità verrebbero in pochi mesi riconosciuti come rifugiati politici o profughi titolari di protezione internazionale.

Invece per anni Israele ha rifiutato di integrare questi africani, concedendo loro permessi di lavoro a scadenza ogni due mesi e lasciandoli di fatto nell'irregolarità, ammassati soprattutto nella periferia a sud di Tel Aviv a vivere di lavori in nero o attività illecite. Prima che nel 2012 fosse costruita e militarizzata una barriera con l'Egitto, ne erano arrivati circa 60 mila. Da allora il flusso è stato stroncato, nonostante attraverso i trafficanti del Sinai continuino a entrare in Israele alcune centinaia di stranieri l'anno e in circa 20 mila sarebbero rientrati «volontariamente» in Stati terzi disponibili come il Ruanda, che avevano stretto accordi con Israele in cambio di aiuti.

LA PRIGIONE DI HOLOT. Nel deserto del Negev, a Holot, è stato poi aperto un centro di detenzione per «migranti», capace di ospitarne fino a 3.400. Un limbo per migliaia di stranieri non graditi che, con l'accelerata sulle deportazioni annunciata dal premier israeliano a partire dal primo aprile 2018, non trovano Paesi terzi disposti a prenderli in carico. Anche Ruanda e Uganda, che prima accettavano gli incentivi di Israele, stavolta hanno rifiutato. Lo stesso vale per il Ghana. Nessuno dà il placet all'ultima legge di Netanyahu che dal mese corrente impone il carcere ai richiedenti asilo che non scelgono l'espulsione in cambio di 3.500 dollari e del biglietto aereo pagato.

La Corte internazionale di Giustizia dell'Aja ha cassato come incostituzionali le leggi «anti-infiltrazioni» israeliane e anche la Corte suprema israeliana ha congelato temporaneamente le espulsioni. Per calmare l'opinione pubblica interna, che per il 66% appoggia le misure sull'immigrazione, il premier israeliano ha annunciato le deportazioni verso Paesi terzi anche «senza il loro consenso», citando infine le destinazioni in Occidente e il piano dell'Onu. L'aspetto più inquietante è proprio la disponibilità delle Nazioni Unite, che si sono appena viste negare da Israele un'inchiesta indipendente sugli ultimi morti di Gaza, a trattare con Netanyahu.

IL PIANO CON L'ONU. Israele è lo Stato occidentale con il più alto rifiuto di richieste d'asilo: quasi 7.300 sono pendenti da anni, sistematicamente ignorate. Dal 2009 solo 11 rifugiati (10 eritrei e un sudanese) sono stati accettati e ad appena 200 sudanesi è stata riconosciuta la protezione internazionale. Eppure l'Unhcr non nega l'esistenza del piano, in via di definizione, rinnegato da Netanyahu: non ci sono ancora accordi con altri governi ma, ha commentato il portavoce dell'agenzia Onu sui rifugiati William Spindler, «per 16 mila persone confidiamo di trovare un posto». Un luogo che sia meglio di Holot e delle carceri israeliane

Quella di Netanyahu è stata solo una mezza gaffe. Dal suo gabinetto hanno precisato che «l'Italia era solo un esempio di Paese occidentale», una destinazione buttata lì, insieme col Canada e la Germania, gli Stati che (con la Svezia) accettano più migranti. Berlino ha dichiarato di non aver ricevuto alcuna richiesta «né da Israele, né dall'Onu», e anche il governo italiano ha smentito «qualsiasi accordo a riguardo». Ma per Israele e probabilmente anche per le Nazioni Unite il piano saltato era una conquista.

VIA I MASCHI SINGLE. Spedire 16.250 richiedenti asilo in Paesi neanche informati significava regolarizzare in Israele circa 12 mila persone. Qualcosa di mai fatto prima, un enorme passo in avanti che all'estrema destra sionista non è andato giù e che, per questo, è stato affossato. Netanyahu aveva affermato che sarebbero stati accettati i «profughi» più profughi degli altri cioè donne, anziani, bambini, malati e altre categorie particolarmente vulnerabili. A Tel Aviv da mesi marciano centinaia di donne africane con i bambini al seguito. Per i maschi single e senza figli non restano che le deportazioni. Ma anche la definizione di single e di matrimonio è tutt'altro che scontata nello Stato di Israele retto dal diritto ebraico.