Barbara Ciolli

Imamoglu, corsa a ostacoli per scalzare Erdogan

Imamoglu, corsa a ostacoli per scalzare Erdogan

Il neo-sindaco di Istanbul è diventato leader dell’opposizione. Ma per prendere la Turchia deve fare i conti con l’eredità del sultano: debito monstre, economia traballante e azzeramento delle libertà.

25 Giugno 2019 12.00

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Era un motto di Recep Tayyip Erdogan: «Chi prende Istanbul, prende la Turchia». Dal 23 giugno 2019 è diventato il mantra dell’opposizione che, nella megalopoli sul Bosforo, è diventata maggioranza, festeggiando la caduta del sultano fino a notte fonda. Nella prima città del Paese il presidente turco ha perso due volte: il 31 marzo scorso, di misura (circa 13 mila i voti di scarto) e alle Amministrative annullate dopo aver chiesto il riconteggio delle schede.

L’OPPOSIZIONE SI È RICOMPATTATA SUL CHP

Il nuovo sindaco Ekrem Imamoglu, sfrattato ad aprile dal municipio dove si era appena insediato, era «certo» della riconferma; e davvero a questo punto non ci sono più scuse per Erdogan: la forbice si è allargata a 750 mila voti. A Istanbul tutte le forze di opposizione al governo islamista dell’Akp si sono ricompattate sui repubblicani del Chp, dai filocurdi dell’Hdp ai nazionalisti del Buon partito scissi dall’estrema destra alleata con l’Akp, alle formazioni islamiste minori che avevano litigato con Erdogan. Il candidato dell’Akp Binali Yildirim si è fermato al 45%. Imamoglu, nel Chp dal 2008, ha raggiunto il 54%.

LA SVOLTA DOPO 25 ANNI

È vero che, per le Amministrative, ha «vinto la democrazia»: non può che sostenerlo anche Erdogan per scrollarsi di dosso le inevitabili accuse di autoritarismo. Dopo aver riformato la Costituzione a suo favore, limitato i poteri della magistratura e censurato la stampa e i partiti di opposizione, aveva fatto il possibile per sabotare la vittoria del Chp a Istanbul. Ma la democrazia si è rivelata più forte del presidente-sultano: come già a marzo la capitale Ankara, Istanbul è tornata dopo 25 anni sotto l’amministrazione del partito laico e repubblicano. La data pesa: proprio Erdogan nel 1994 conquistò lo scettro di primo cittadino dei 15 milioni di turchi che vivono nell’ex Costantipoli. Da quella poltrona partì la scalata al governo dell’Akp, il partito al potere in Turchia dal 2002 con Erdogan premier – e poi presidente plenipotenziario – dal 2003. La caduta a Istanbul è una sconfitta molto più che simbolica, e giustamente l’opposizione promette un «nuovo inizio».

Il nuovo sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, con la moglie Dilek in gita sul Bosforo.

LA CRISI ECONOMICA INDEBOLISCE IL PRESIDENTE

Voltare pagina sarà forse inevitabile, con il declino della stagione dell’Akp, ma non sarà un processo indolore per la Turchia. Istanbul fu il trampolino di lancio di Erdogan, e certamente può essere l’investitura a leader nazionale di Imamoglu. Ma il sindaco 49enne che ce l’ha fatta e rema contro il governo, facendo sognare la metà dei turchi, avrà più difficoltà a farsi strada di Erdogan da qui alle Presidenziali del 2023. Attraverso le modifiche alla Costituzione, approvate con un referendum (51%) nel 2017, il presidente turco ha accentrato su di sé quasi tutti i poteri, ha piazzato i suoi uomini ai vertici della Difesa e dell’Intelligence, controlla i media e reprime le opposizioni, specie quella curda. Non è però ancora riuscito a invertire il corso dell’economia, passata dalla forte crescita (+6-7%) di quando l’Akp diventava partito di massa, a una sempre più critica recessione. L’inflazione al 19% e la lira turca, nel mirino della speculazione precipitata dal 2018 del 40% del valore sul dollaro, hanno fatto perdere a Erdogan discrete quote di consenso nei centri urbani.

La Turchia di Erdogan ha accumulato un debito estero di 328 miliardi, per due terzi privato

GLI ANNI DI CRESCITA DROGATA

Specie in città come Istanbul si era votato il programma neo-ottomano dell’Akp non per islamismo ma per nazionalismo. Gli affari giravano più di prima, il Paese decollava, si era orgogliosi di Erdogan e dell’identità turca da lui propagandata. Poi miliardi di lire turche sono andati nelle Primavere arabe fallite, le preoccupazioni per il caro vita hanno cominciato a farsi sentire tra le famiglie e tra i commercianti limitati nell’import-export anche dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti di Donald Trump. La disoccupazione è salita al 13%, ma quel che allarma di più è lo spaventoso debito accumulato in valuta estera (soprattutto statunitense) di circa 328 miliardi di dollari a medio e lungo termine, per due terzi di natura privata. Solo l’Argentina è più esposta al rischio di un (nuovo) default. E la micro-ripresa del primo trimestre del 2019 non tranquillizza affatto i mercati. La spinta, anche in questo caso, è stata “dopata” dall’aumento della spesa pubblica prima delle Amministrative. Ancora crescita drogata dal debito, per giunta elettoralmente inutile.

Istanbul elezioni Turchia Erdogan Imamoglu
La festa a Istanbul per la vittoria di Imamoglu (e la sconfitta del candidato di Erdogan).

GLI OSTACOLI ALLA CORSA DI IMAMOGLU

I turchi aprono gli occhi. Persino Erdogan sembra rendersi conto del suo tramonto, impegnato più a far da testimone alle nozze sul Bosforo all’ex campione della nazionale tedesca Mezut Özil, di origine turca, che non a presenziare i comizi di Yildirim contro Imamoglu. Strano a dirsi, ma il presidente si è tenuto in disparte nelle settimane a ridosso del voto. La testa era altrove, complice anche lo scandalo sulla presunta relazione del genero di Erdogan, Berat Albayrak, paparazzato su uno yacht in compagnia di un’attrice sexy. I giornali di gossip hanno scritto di una furiosa lite tra Erdogan e Albayrak, con quest’ultimo – ministro-chiave delle Finanze – apparso poi con un occhio nero e ora si dice in odore di uscita dal governo. Tutto questo non fa bene alla Turchia: l’astro dei repubblicani Imamoglu potrebbe dover raccogliere un’eredità pesante: è un altro scoglio rispetto ai tempi del boom economico cavalcato da Erdogan. Nella corsa a primo cittadino di Istanbul è anche girato molto fango su di lui, soprattutto da parte dell’Akp: si è detto che Imamoglu fosse supporter del Pkk curdo e più greco che turco per le sue origini nordiche di Trebisonda.

STESSI HOBBY, IDEE OPPOSTE

Imamoglu, politico locale e prima impiegato nell’azienda di famiglia, ha risposto porgendo l’altra guancia: «Abbraccerò chi mi colpisce», ha scandito ai comizi mimando cuori con le mani, il suo tormentone della campagna. Laureato in Economia aziendale, il neosindaco di Istanbul più celebrato che si ricordi ha catturato anche le simpatie di diverse famiglie musulmane, per l’immagine di buon padre (ha tre figli) e marito modello della bella Dilek. Erdogan, ingoiando il rospo, si è subito congratulato con lui per la vittoria. Come il leader turco, anche Imamoglu è un appassionato di calcio e un ex calciatore: ha giocato nel Trebisonda, mentre Erdogan da ragazzo era un calciatore semiprofessionista. La campagna dei due per accaparrarsi Istanbul ha coinvolto anche le tifoserie delle grandi squadre della megalopoli. I due rivali – simbolo di due Turchie ormai in antitesi – prima ancora che su una scheda elettorale si troveranno a fronteggiarsi dagli spalti opposti di uno stadio di Istanbul.

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