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Cosa dice il rapporto annuale 2019 dell'Istat

Cosa dice il rapporto annuale 2019 dell’Istat

L’Istituto nazionale di statistica ha presentato lo stato di salute dell’Italia. Allarme per una contrazione del Pil, recessione demografica e nuovi rapporti tra generazioni. Cosa c’è nel dossier.

20 Giugno 2019 11.28

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L’Istat ha presentato il suo rapporto annuale sulla situazione del Paese. Una fotografia sull’economia, il lavoro, le abitudini e lo stile di vita dell’Italia. Ecco i principali contenuti.

PIL A RISCHIO CONTRAZIONE NEL SECONDO TRIMESTRE DEL 2019

C’è il rischio che il Prodotto interno lordo torni a calare. L’istituto ha infatti presentato una nuova stima, secondo cui «la probabilità di contrazione del Pil nel secondo trimestre è relativamente elevata». I primi tre mesi dell’anno si erano invece chiusi con un +0,1%. Guardando al 2018 l’Istat mette in evenienza come l’Italia abbia «proseguito il percorso di riequilibrio dei conti pubblici», ma i progressi fatti «non sono stati sufficienti ad arrestare la dinamica del debito», in salita. La stima della probabilità di contrazione del Pil per «il secondo trimestre è stata ottenuta con una procedura che permette di individuare i settori manifatturieri con caratteristiche leading rispetto al ciclo economico».

UNA METODOLOGIA PER VERIFICARE L’ANDAMENTO DELL’ECONOMIA

Non è una previsione ma una metodologia che indica una predizione qualitativa, ha precisato il direttore del dipartimento per la produzione statistica, Roberto Monducci. Sono state prese quindi in considerazione delle ‘spie’, capaci di indicare la strada verso cui ci si dirige. «La stima effettuata ha indicato che la probabilità di contrazione del Pil nel secondo trimestre è relativamente elevata: 0,65 su una scala che ha valore zero per la situazione di espansione e valore 1 per quella di contrazione dell’economia», si legge nel Rapporto. È come dire, quindi, che c’è il 65% di possibilità di un Pil in calo. D’altra parte l’Istituto già pubblica, ogni mese, l’indicatore anticipatore, che, si ricorda, continua a suggerire «il proseguimento della fase di debolezza». In particolare secondo l’Istat, nella stima per il secondo trimestre, ha pesato il dato negativo sulla produzione industriale della Germania. Quanto all’intero anno 2019, l’Istat negli ‘scenari’ rilasciati a maggio ha previsto una crescita dello 0,3%.

PERCROSO DIFFICILE PER I GIOVANI TRA CASA E FUGA ALL’ESTERO

I giovani escono dalla famiglia sempre più tardi sperimentando percorsi di vita «meno lineari del passato», che spostano in avanti le tappe di transizione allo stato adulto, ha evidenziato l’Istat, spiegando che più della metà de 20-34enni (5,5 milioni), celibi e nubili, vive con almeno un genitore. Ma c’è anche chi direttamente espatria. Il saldo migratorio con l’estero degli italiani è negativo dal 2008 e ha prodotto una perdita netta di circa 420 mila residenti. Circa la metà (208 mila) è costituita da 20-34enni. E quasi due su tre hanno un’istruzione medio-alta. E proprio a partire dall’istruzione si sottolinea che nel 2018 il 42,1% dei laureati 20-34enni occupati e non più in istruzione è interessato da un “mismatch“, che ha la forma della sovra-istruzione, visto che il titolo di studio posseduto è superiore a quello richiesto. Si tratta, spiega l’Istat, di «un livello superiore di più di dieci punti percentuali rispetto a quello della popolazione laureata adulta».

GIOVANI SEMPRE MENO ATTRATTI DALLA POLITICA

Sempre legato al tema dei giovani, l’Istat ha posto l’accento sulla questione del rapporto con la politica: «Il calo generale nella partecipazione civica e politica è particolarmente marcato tra i ragazzi di 14-19 anni, che già presentavano i livelli più contenuti con un trend simile si rileva tra i 20-34enni». Segnali “positivi” si riscontrano invece «negli indicatori relativi agli stili di vita: in diminuzione la quota di fumatori, i comportamenti a rischio nel consumo di alcol e la sedentarietà». L’Istat, analizzando le varie dimensioni del benessere equo e sostenibile, sottolinea che «il 66,6% dell’impegno di cura è garantito dalle donne, spesso a discapito della partecipazione al mercato del lavoro retribuito«. Insomma gli impegni quotidiani, dovuti alla faccende casalinghe e familiari, ricadono per i due terzi sulle spalle della componente femminile.

SI ALLUNGA IL PROCESSO DI INVECCHIAMENTO

Il processo di invecchiamento è «caratterizzato da un’evoluzione positiva»: tra gli over65 «si osserva una maggiore diffusione di stili di vita e abitudini salutari». In particolare l’Istat ha rilevato che aumenta la pratica di sport, dall’8,6% del 2008 al 12,4% del 2018. Anche la partecipazione culturale (cinema o teatro) cresce. Se si dovesse confermare la tendenza, le generazioni del baby boom, che avranno beneficiato di migliori condizioni, «diventeranno ‘anziane‘ sempre più tardi». Intanto aumentano i ‘grandi anziani’: a inizio 2019 gli over85 sono circa 2,2 milioni.

RECORD NEGATIVO DI NASCITE

Nel rapporto si parla anche del «declino demografico» o «recessione demografica» che sta colpendo l’Italia. «Secondo i dati provvisori relativi al 2018 sono stati iscritti in anagrafe per nascita oltre 439 mila bambini, quasi 140 mila in meno rispetto al 2008». D’altra parte il 45% delle donne tra i 18 e i 49 anni, qui i dati si fermano al 2016, non ha ancora avuto figli. Ma coloro che dichiarano che l’avere figli non rientra nel proprio progetto di vita sono meno del 5%.

LA DISTINZIONE GIOVANI-VECCHI SEMPRE PIÙ SFUMATA

«I confini tra una fase e l’altra della vita sono sempre meno definiti», si legge ancora nel rapporto. «È in atto un processo di allungamento nei tempi di transizione allo stato adulto»: studi, lavoro e famiglia seguono un «ordine meno rigido» ed «è sempre più raro» che corrispondano a «un’autonomia economica e di scelte di vita» propria dell’età adulta. D’altra parte con l’allungamento della vita si è «dilatata anche la fase che intercorre tra l’uscita dal mondo de lavoro e l’entrata nell’età anziana già avanzata».

PER IL 2050 PREVISTA UNA RIDUZIONE DELLA POPOLAZIONE IN ETÀ DA LAVORO

«Nel 2050, la quota dei 15-64enni potrà scendere al 54,2% del totale, circa dieci punti percentuali in meno rispetto a oggi. Si tratta di oltre 6 milioni di persone in meno nella popolazione in età da lavoro. L’Italia sarebbe così tra i pochi Paesi al mondo a sperimentare una significativa riduzione della popolazione in età lavorativa», ha scritto l’Istat nel dossier, ricordando che la popolazione residente in Italia è in calo dal 2015 di 400 mila residenti. Senza gli stranieri la recessione demografica sarebbe iniziata negli anni ’90.

I MIGRANTI ALLEVIANO IL DECLINO DEMOGRAFICO

Sempre sulla questione demografica l’Istat ha fatto notare che «il saldo migratorio con l’estero, positivo da oltre 40 anni, ha limitato gli effetti del calo demografico»: nel 2018 si stima un saldo positivo di oltre 190 mila unità. I cittadini stranieri residenti in Italia al gennaio 2019 sono di 5,2 milioni (l’8,7% della popolazione). I minori di seconda generazione sono 1 milione e 316 mila, pari al 13% della popolazione minorenne; di questi, il 75% è nato in Italia (991 mila).

BLANGIARDO: «RESTANO I NOTI DEL DEBITO»

L’Italia è una «realtà composita, eterogenea, bellissima e contraddittoria. È una terra ricca di tesori, arte e bellezza», ma «è altresì una nazione ricca di problemi irrisolti, talvolta a seguito di alcune eredità, una per tutti quella del tema ricorrente circa il ‘debito pubblico’, che certo avremmo preferito acquisire con ‘beneficio di inventario’». È stato il commento del presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, in occasione della presentazione del Rapporto.

«FRONTEGGIAMO IL PEGGIOR CALO DEMOGRAFICO DA 100 ANNI»

Blangiardo ha poi dedicato un passaggio all’emergenza demografica. La recessione demografica che sta colpendo l’Italia, ormai dal 2015, appare «significativa» e si sta traducendo in «un vero e proprio calo numerico di cui si ha memoria nella storia d’Italia solo risalendo al lontano biennio 1917-1918, un’epoca segnata dalla Grande Guerra e dai successivi drammatici effetti dell’epidemia di ‘spagnola‘». Insomma per trovare una situazione comparabile occorre tornare indietro di circa 100 anni, di un secolo.

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