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Cosca Al Qaeda

Cos'è l'Aqmi, il gruppo terrorista e (mafioso) del Maghreb.

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di Patrizio Cairoli

Membri dell'organizzazione terroristica Aqbi.

Combattono per la Salafiyya, il ritorno alla purezza delle origini dell’Islam, ma la loro non è una guerra di religione; sono figli del conflitto algerino, ma agiscono nel Sahel, tra il Sahara e l’Africa nera. Sono poche centinaia, ma li conosce il mondo intero.
FRANCHISING DEL TERRORE. Sono i membri del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc), ormai noto come Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), dopo la benedizione ricevuta da Ayman al-Zawahiri, leader dell’organizzazione di Osama bin Laden, in nome di una 'santa alleanza'.
Un franchising di successo per un gruppo in cerca di pubblicità e affiliati, un’impronta religiosa per un’associazione di lucro, a caccia di soldi e potere. Narcotraffico, contrabbando di sigarette, tratta di schiavi, rapimento di occidentali: questa è Al Qaeda nel Maghreb.

La benedizione di al-Zawahiri

I terroristi di Al Qaeda nel Maghreb islamico insieme ad alcuni ostaggi.

Le prime azioni a firma Al Qaeda nel Maghreb islamico ci furono all’indomani dell’11 settembre del 2006, quando al-Zawahiri spese parole di elogio per l’organizzazione. Fu il giorno di un nuovo inizio per un gruppo che aveva ormai perso fascino, in Algeria. Serviva cambiare zona di influenza, obiettivi, nome. Serviva un’astuta mossa di marketing. E il brand Al Qaeda era garanzia di successo.
LA PRESA DEL SAHEL. Così Al Qaeda nel Maghreb islamico ha rivolto il proprio sguardo a sud, al Sahel, una striscia desertica poverissima abbandonata dai governi centrali, che attraversa l’estremo sud dell’Algeria, e poi Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad e Sudan.
Un’area in ebollizione da più di 40 anni, un territorio nemmeno da conquistare, ma semplicemente da prendere, sfruttando la collaborazione di tuareg e altre popolazioni locali in lotta con lo Stato, o semplicemente in cerca di acqua e cibo. Un’area infinita e senza controllo, dove per comandare o fare soldi basta disporre di armi da fuoco.

La strategia dei rapimenti

Riunione degli affiliati del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc), ormai noto come Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi).

Sono l’attività meno remunerativa, ma più pubblicizzata. In Occidente, infatti, si parla di Aqmi solo in caso di sequestri. L’ultimo è avvenuto la sera del 7 gennaio, quando due francesi sono stati rapiti in un ristorante di Niamey, capitale del Niger, e poi uccisi nei pressi del confine con il Mali, dove erano stati localizzati dalla polizia (leggi la notizia del rapimento e dell'uccisione dei cittadini francesi). Ancora nelle mani dei qaedisti ci sono, da settembre, sette ostaggi: cinque francesi, un togolese e un malgascio.
AVVICINAMENTO ALLA JIHAD. La scelta di sviluppare l’attività legata ai 'prigionieri di guerra' sarebbe avvenuta alla fine del 2008, ha spiegato Sonia Rolley, corrispondente dall’Africa per diverse testate francesi, quando i capi dell’organizzazione hanno deciso di adottare metodi più vicini alla Jihad e di colpire soprattutto i Paesi impegnati nel conflitto afgano: la Francia, che ha i maggiori legami economici con i Paesi dell’area, ma non solo.
Britannici, canadesi, spagnoli e italiani (Sergio Cicala e la moglie di origine burkinabé) sono passati nelle loro mani, nelle quali poi sono finiti, per il rilascio, circa 70 milioni di euro, secondo i dati di Mathieu Guidère (autore di Al Qaeda alla conquista del Maghreb) pubblicati su Slate.fr, sito d’informazione online.

Dal contrabbando al traffico di droga

Uno scatto di Mokthar Benmokthar, conosciuto come ‘Monsieur Marlboro’. Non si occupa solo di sigarette: auto rubate e alcool fanno parte dei suoi traffici. Certamente più consoni a un ‘infedele’ e, per questo, mal sopportati dalle frange più idealiste del gruppo (La Presse).

La prima fonte di finanziamento dell’organizzazione è, però, il contrabbando, vera specialità di Mokthar Benmokthar, uno dei capi, conosciuto come ‘Monsieur Marlboro’. Non si occupa, però, solo di sigarette: auto rubate e alcool fanno parte dei suoi traffici. Certamente più consoni a un ‘infedele’ e, per questo, mal sopportati dalle frange più idealiste del gruppo.
IL CDA DELL'AQMI. Una volta all’anno, il consiglio dei capi si riunisce per fare il punto sulle attività di Aqmi, come un qualsiasi consiglio di amministrazione aziendale. Nel 2008, decise che «i membri di Aqmi non dovevano prendere parte in prima persona al contrabbando, ma instaurare un regime di tassazione sui traffici già esistenti. Una sorta di tributo per il diritto di passaggio», ha spiegato Guidère.
ALLEANZA CON I NARCOS. Una regola che vale soprattutto per il traffico di droga e l’immigrazione clandestina, che trova nel Sahel una corsia preferenziale verso l’Europa, via Marocco e Libia. Lo sanno bene i trafficanti di droga sudamericani, che hanno ormai stretto una forte alleanza con Aqmi, che garantisce la protezione sul territorio. Secondo Guidère, questa attività diventerà presto la maggior fonte di finanziamento dell’organizzazione.

Abdelmalek, il Bin Laden del Maghreb

Abdelmalek Droukdel, l'emiro soprannominato il Bin Laden del Maghreb, a capo dell'Aqbi (La Presse).

I membri attivi di Aqmi sono poche centinaia, organizzati in due Katiba (compagnie), e conducono una vita nomade. I due leader sono Benmokhtar (‘Monsieur Marlboro’) e Abdelhamid Abu Zeid, che rispondono al vero capo dell’organizzazione, l’emiro Abdelmalek Droukdel, soprannominato il Bin Laden del Maghreb.
FORTI NELLA TRATTATIVA. Per le loro attività, si avvalgono solitamente di altre organizzazioni: per i sequestri, per esempio, non agiscono mai direttamente. Gli stranieri, una volta rapiti da gruppi locali - incapaci di gestire il sequestro - sono venduti ai qaedisti, che poi trattano con le autorità e pubblicizzano il sequestro.
La forza di Aqmi risiede nella capacità di crearsi una rete invisibile di alleati e fiancheggiatori, senza la quale non potrebbe spingersi così vicino ai luoghi frequentati, per lavoro o divertimento, dagli occidentali. In alcuni casi, si crea una rete di intermediari talmente fitta da rendere molto complicata l’impresa di arrivare ai leader di Aqmi.
INVESTIMENTI NEL MATTONE. La redistribuzione di parte dei profitti e gli investimenti nel settore edilizio sono il miglior modo per assicurarsi la benevolenza delle popolazioni locali e riciclare il denaro, come insegna la mafia. E Aqmi investe nel mattone a Bamako, Timbuctu, Gao e Kidal. Distribuisce medicinali e cibo, in zone dimenticate dallo Stato.
«Per questo, la gente non guarda da dove viene il denaro», ha sottolineato Guidère. Non si domanda chi siano i benefattori. Jihadisti o narcotrafficanti, poco importa. Nessuno, ormai, sa più distinguerli. Perché gli obiettivi sono gli stessi: soldi e potere. In nome di Bin Laden.

12 Gennaio Gen 2011 0820 12 gennaio 2011
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