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Scenario
28 Marzo Mar 2011 1406 28 marzo 2011

Valzer con Bashar

Perché la Siria rischia di diventare un nuovo Iraq.

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Il popolo lo disprezza. Il partito lo manovra. L’opposizione lo vuole morto. E pensare che lui, Bashar al Assad (leggi la cronaca) voleva fare l’oftalmologo. Frequentava felicemente l’università a Londra quando il fratello maggiore Basil, predestinato per la successione al padre Hafez, morì in un incidente d’auto. Era il 1994 e l’aspirante medico fu costretto a rientrare a Damasco. Sei anni dopo, diventò il nuovo presidente della Siria, in ottemperanza al disegno politico del vecchio generale baathista.
Ma la mancanza di una strategia, insieme forse con l’incapacità a calarsi totalmente nella parte, pesano sul suo futuro, e su quello del Paese, in questi giorni di tumulti infuocati. Sunniti contro sciiti, laici contro radicali, ma soprattutto Iran, Hezbollah e i Fratelli Musulmani a giocare dietro le quinte: il rischio Iraq - il tutti contro tutti più sanguinario del Medio Oriente - è dietro l’angolo. E l’America, che di quel disastro è stata artefice, si interroga sull’opportunità di un nuovo intervento armato.

Sciiti, sunniti, curdi e cristiani: melting pot esplosivo

La ramificazione di interessi e malcontento che anima la rivolta siriana si spinge molto oltre l’insoddisfazione nei confronti del potere costituito: tensioni secolari e alleanze pericolose rendono il quadro diverso da quello egiziano o tunisino, e persino libico.
Dietro alla dinastia Assad, alla guida del partito Baath e della Siria dal 1970, si nasconde la minoranza etnica degli sciiti alawiti. Originari delle montagne sopra Latakia, la città costiera occupata dall’esercito sabato 26 marzo, sono stati emarginati per secoli dall’ortodossia islamica, considerati eretici per le influenze cristiane e zoroastriane sul loro credo.
DOMINIO DELLA MINORANZA. Poco più del 10% della popolazione, gli alawiti sono riusciti a impadronirsi del potere a ogni livello, arrivando a detenere il 70% della ricchezza nazionale. E scatenando l’ira della maggioranza sunnita. Cui, peraltro, sono sempre stati invisi anche per le accuse di collaborazionismo con la Francia ai tempi del mandato del 1920: quello con cui la Grande Siria, che comprendeva Libano, Giordania e le alture del Golan, venne ridotta alle dimensioni attuali.
Tensioni si registrano però anche con i cristiani, circa il 10% della popolazione, e i drusi, emarginati al confine con il Libano dove vorrebbero tornare. Oltre che, naturalmente, con i curdi: un'altra minoranza disposta a lottare per ottenere la propria Terra Promessa.

Un’economia senza petrolio e flagellata dalla siccità

Per la popolazione, problemi più contingenti sono però la povertà, la disoccupazione e il rincaro vertiginoso dei prezzi: nel 2010 l’inflazione si è attestata intorno al 6%.
Dei 22,5 milioni di siriani, con età media 22 anni, il 12% vive sotto la soglia di povertà (due dollari al giorno) e il 10% non ha un lavoro. Due milioni di famiglie hanno vissuto per decenni grazie ai sussidi statali su beni di prima necessità, ma la crisi del petrolio e degli investimenti stranieri ha ridotto la generosità di Damasco.
POVERTÀ E CARESTIA. Terra arida e flagellata dalla siccità, la Siria ha dovuto progressivamente abbandonare ampie porzioni di terra coltivabile, destinando le scarse risorse idriche disponibili alla popolazione: spesso comunque non sufficienti.
Il 20% del Prodotto interno lordo (Pil) a cavallo tra gli Anni '80 e '90 arrivava dal greggio e dagli aiuti dei Paesi del Patto di Varsavia, insieme con quelli amici del socialismo panarabo baathista: Unione Sovietica e Iran su tutti. Ma con la crisi degli imperi e l’asciugarsi dei giacimenti, l’economia siriana ha dovuto reinventarsi, lasciando dietro i più deboli.
LE RIFORME DI BASHAR. Il presidente Bashar al-Assad, salutato come riformista persino dall’Occidente, ha aperto il mercato ai capitali stranieri (2008), autorizzato la creazione di banche private (2001) e d’investimento (2010); cancellato il reato di ‘possesso di valuta straniera’ (2003) e riaperto la borsa di Damasco (2009).
I capitali hanno in effetti preso a fluire, soprattutto dai Paesi della regione: Libano e Iraq in testa, insieme con la Cina, interessata alla compartecipazione nelle raffinerie statali. Ma la creazione di un settore finanziario ha aiutato le élite più che il popolo: per il 75% dei sunniti poveri, l’unico effetto è stato l’aumento vertiginoso dei prezzi. E l’aumento della rabbia, manovrata abilmente dai Fratelli Musulmani nel sud.
I BLOCCHI DELL’OCCIDENTE. Sull’altro fronte, neanche le aperture di Bashar hanno creato legami commerciali con l’Occidente. Gli Stati Uniti hanno firmato nel 2004 il Syria accountability and lebanese sovereignity act, bloccando tutte le esportazioni. L’Europa si è accodata, smantellando un accordo di collaborazione già siglato che avrebbe dovuto costruire uno 'Spazio commerciale unificato nel Mediterraneo’ nell’arco di un quindicennio.
Entrambi i blocchi, negli ultimi anni, seppur rinnovati sulla carta, si sono però parzialmente ammorbiditi: tanto che l’America ha concesso a Damasco una deroga temporanea per importare ricambi per l’industria aerea, e l’Italia, che guida le esportazioni europee con l’11% del totale, fa arrivare in Siria prodotti farmaceutici, minerali, chimici e macchine industriali.

Stati Uniti all’erta: si rischia un nuovo pantano

Il progressivo rilassarsi degli Stati Uniti con Damasco, testimoniato peraltro dalla scelta di rispedire in città un ambasciatore nel 2010 dopo sei anni di assenza, è stato dettato da molte ragioni.
Intanto, dalla speranza che Bashar, allevato in Occidente e meno rigido del padre Hafez, potesse aiutare a trovare una soluzione al conflitto israelo-palestinese. Ipotesi quasi paradossale, visto che formalmente dal 1973 tra Damasco e Gerusalemme non è mai cessato lo stato di guerra, eppure concreta: la Siria vuole riprendersi il Golan tanto quanto Israele cerca rassicurazioni sull'Iran.
IL DOPPIO GIOCO. Ma Bashar ha anche rispettato gli accordi e ritirato le proprie truppe dal Libano, nel 2005, dopo 25 anni di occupazione. E si è rifiutato di accogliere in Siria i gerarchi iracheni in fuga da Saddam.
Concessioni importanti, anche se non sufficienti a cancellare il Paese dall’Asse del male in cui lo infilò George W. Bush nel 2003, in virtù della vicinanza con l’Iran. Sarebbero infatti proprio i siriani i mandanti dell’omicidio del presidente libanese Rafiq Hariri, nel 2005, probabilmente per mano di Hezbollah: un modo per destabilizzare il fragile vicino e aumentare l’influenze di Teheran su Beirut.
L’AMERICA MORDE IL FRENO. La Siria fa il doppio gioco, insomma. Eppure Hillary Clinton, segretario di Stato Usa, prima ancora di essere interrogata si è affrettata a dichiarare che Damasco non sarà la prossima crociata americana.
Le promesse a stelle e strisce non valgono molto, ma un fondo di ragione per crederle c’è: un attacco armato scoperchierebbe probabilmente il vaso di Pandora delle tensioni etniche nazionali. E una guerra civile, nella quale l’Iran non potrebbe non svolgere un ruolo, destabilizzarebbe ulteriormente l’intera regione. Forse in modo irreparabile.
Gli Stati Uniti ci sono già passati con Saddam, e i loro militari hanno appena finito di ritornare a casa. Con un po' di pragmatismo, questa volta gli americani potrebbero scegliere il dittatore alla guerra. Magari forzandolo a un po’ di maquillage riformista.

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