Minoranze
1 Aprile Apr 2011 1127 01 aprile 2011

Siria, il vulcano curdo

Perché Ankara guarda preoccupata a Damasco.

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Una sentinella pronta a far valere con l'Occidente, e l'Europa in particolare, il proprio peso di mediatrice con il Medio Oriente e il mondo arabo. E allo stesso tempo attenta a non ritrovarsi il caos a due passi.
Così è apparsa la Turchia in questi mesi di primavera araba che, regime dopo regime, è giunta fino alla vicina Siria. E proprio le violente proteste a Daraa e dintorni hanno messo in allerta il governo di Ankara, pronto ad assicurare il proprio sostegno a Bashar al-Assad spingendolo, però, a realizzare le riforme promesse alla popolazione.

Quasi 30 milioni di curdi tra Turchia, Siria, Iran e Iraq

La preoccupazione di Ankara nasce perché la collera siriana potrebbe riaccendere nel nord del Paese, proprio al confine con la Turchia, un vulcano sempre pronto a esplodere, quello curdo. I curdi-siriani sono 1,4 milioni e costituiscono la più importante minoranza etnica del Paese. Vivono lungo gli 800 chilometri di frontiera con la Turchia, in una sorta di terra di mezzo, il Kurdistan, spalmata su più Stati, nel cuore del Medio Oriente.
LA SPINA NEL FIANCO. Dall'altra parte del confine, infatti, sono circa 15 milioni i curdi che da anni costituiscono una spina nel fianco nel governo di Ankara. A questi vanno aggiunti i 6 milioni che vivono nel Nord dell'Iraq e, infine, altri 7 milioni dispiegati nell'Iran occidentale. Una popolazione estesa, unita, indipendentista.
Per ora, i curdi non sembrano essere stati contagiati dalle proteste arabe. Il Consiglio politico curdo-siriano, lo scorso 26 marzo, ha anzi invitato a una riconciliazione il governo e i manifestanti, augurandosi che le riforme annunciate da Damasco siano sufficienti a placare gli animi.
RIVALSA CONTRO DAMASCO. La minoranza curda, tuttavia, non è indifferente al regime di al-Assad, nemico di lunga data che le «ha negato il diritto di parlare e perfino di scrivere nella propria lingua, obbligandola anche all'utilizzo di nomi arabi», ha spiegato Obeida Nahas, direttore del Levant Institute, think-tank siriano di Londra.
Anche perché, prima dell'avvento del regime Baath, «la comunità non aveva grossi problemi». E, con l'accendersi delle rivolte a Daraa e a Latakia, i giovani curdi contrari al neutralismo dei loro dirigenti politici, si sono schierati al fianco degli oppositori.
L'APPELLO SU FACEBOOK. La prima avvisaglia è giunta su Facebook dove il 27 marzo, un gruppo denominato Kurdish Youths Revolution Facebook group ha denunciato: «Il regime ci ha privato dei nostri diritti, ci ha umiliati, ha ucciso i nostri giovani e chiunque gli si opponesse». Ha quindi promosso un sit-in di solidarietà ai manifestanti, ad al-Qamishli, nel nord della Siria, sottolineando che il Paese «sta entrando in un momento critico ed è necessario prendere parte al cambiamento». «Dobbiamo sacrificarci», è stato l'appello, «come stanno facendo i nostri fratelli».

Il rischio dello zampino del Pkk nei disordini siriani

L'ipotesi di un'unione delle forze di opposizione contro lo status quo, oltre ad aggravare la crisi di al-Assad, farebbe tremare la Turchia e potrebbe trovare proseliti anche nel Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, considerato un'organizzazione terroristica da Unione europea, Usa e, naturalmente, Turchia. Che, però, in questo caos mediorientale, cerca di mettere ordine, sfruttando la sua posizione a metà tra Nato e Iran, tra Occidente e Islam.
ERDOGAN IN IRAQ. Il 28 marzo, il premier Recep Tayyip Erdogan si è recato in Iraq, dove ha incontrato il presidente Jalal Talabani, di etnia curda, e il primo ministro Nouri al-Maliki gettando un altro mattone nell'ascesa diplomatica ed economica dell'influenza turca a Baghdad.
Una visita chiave, quella di Erdogan che ha avuto un colloquio anche con l'ayatollah Ali Sistani, diventando così il primo premier di etnia sunnita ad avere incontrato l'influente e anziana guida sciita irachena.
MEGLIO NON RISCHIARE. Erdogan è stato anche il primo primo ministro della storia turca a mettere piede ad Arbil, capitale del Kurdistan iracheno. Ad accoglierlo, bandiere della Turchia e un raggiante Massoud Barzani, leggendario leader curdo.
Per ora, il rischio di un risveglio curdo sembra scongiurato. E Ankara si è mossa in tempo per sciogliere ogni incertezza. Ma lo scenario mediorientale è in continua evoluzione. E nel caso, remoto a dire il vero, che il regime di Damasco si indebolisse, la minoranza curdo-siriana potrebbe gettere nuova benzina sul fuoco della rivolta.

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