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Scenario
16 Aprile Apr 2011 1430 16 aprile 2011

La croce di Malta

Riprendono gli sbarchi sull'isola, tra xenofobia e razzismo.

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Oltre a Lampedusa, c’è un altro fronte che la crisi libica ha riaperto come una ferita mai riemarginata: Malta, l’isola della speranza puntualmente infranta, divenuta limbo per migliaia di migranti africani, costretti a lunghissime e infernali permanenze nei centri di detenzione e negli open centre. Un gioiello naturalistico patrimonio dell’Unesco, dove sono ricominciati gli sbarchi di massa dalle coste africane. Scatenando una nuova ondata di razzismo e xenofobia nel più piccolo Stato dell'Unione europea.

Sull'isola vivono 4 mila subsahariani

«Nelle ultime due settimane sono arrivati a Malta circa 1.100 rifugiati, su cinque barconi, tutti partiti dalla Libia», ha riferito a Lettera43.it Fabrizio Ellul, funzionario alla Valletta dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.
Un numero irrisorio rispetto ai circa 25 mila migranti che sono arrivati in Italia dall'inizio della crisi nordafricana alla fine di marzo. Ma non lo è se si considera il fatto che Malta ha una popolazione di 400 mila abitanti spalmata su una superficie di circa 320 chilometri quadrati. Dati che offrono il senso dell’impatto che gli sbarchi possono avere, e hanno avuto negli anni passati, sull’equilibrio dell’isola.
LA RIPRESA DEGLI SBARCHI. Malta, nel 2002, si trovò di colpo ad affrontare un’emergenza senza precedenti: la Tunisia inasprì i controlli sulle proprie coste per bloccare i viaggi della speranza verso l'Italia. Così gli imbarchi si trasferirono altrove, in Libia per esempio, che al tempo era meno presidiata. E l'isola si trovò lungo la nuova rotta verso la Sicilia.
Le ondate migratorie sono aumentate vertiginosamente per tutto il decennio, con un picco di 3 mila persone nel solo 2008. E oggi a Malta vivono almeno 4 mila subsahariani.
All’inizio del 2010, invece, gli arrivi sono diminuiti, fino a cessare quasi del tutto. Ma la guerra civile libica ha riportato la piccola nazione nelle bussole degli scafi della speranza.
15 MILA ARRIVI DAL 2002. «Tra il 2002 e il 2010 sono giunti sull’isola oltre 13 mila immigrati», ha continuato Ellul. «La maggior parte di loro proveniva da Etiopia, Eritrea, Sudan». Le stesse nazionalità di chi è sbarcato negli ultimi giorni. «Un dato in particolare balza agli occhi: un terzo degli immigrati giunti adesso a Malta sono donne, anziani e bambini fino ai tre anni. Ho visto persino un uomo sulla sessantina amputato, che ha affrontato il durissimo viaggio su una sedia a rotelle. Nelle ondate dello scorso decennio donne e bambini rappresentavano soltanto il 15% del totale. Questo dimostra che oggi più che mai chi abbandona i Paesi d’origine africani lo fa per disperazione e necessità autentiche».

L'inferno nei centri per clandestini

Un ingresso del centro di detenzione aperto di Hal Far.

Che disperazione e bisogno vengano effettivamente riconosciuti è, però, tutt’altra storia: giunti sull’isola, i migranti trovano soltanto razzismo e condizioni di vita durissime.
Già perché il cattolicissimo Paese nel cuore del Mediterraneo è tutto fuorché un tollerante paradiso del multiculturalismo. Raramente gli uomini e le donne di colore si azzardano a camminare per la strade della Valletta, la capitale. Sempre che ne abbiano l’occasione, beninteso. Dopo aver attraversato a piedi il Sahara ed essere sopravvissuti sui barconi ai pericoli della traversata, ad attenderli trovano i centri di permanenza temporanea e quelli di detenzione aperta, i cosiddetti open centre.
Da tre anni a questa parte, lo Stato maltese, che ha aderito sia all’euro che agli accordi di libera circolazione di Schengen, per legge può trattenere gli immigrati per un periodo massimo di 18 mesi. Entro i quali, se non si è rimpatriati, si ottiene l’autorizzazione a circolare sul territorio nazionale.
ATTESA PER IL PERMESSO. «In questo lasso di tempo, gli immigrati possono far richiesta per la concessione dello status di rifugiato politico», ha spiegato Ellul. «In molti casi il periodo di detenzione è breve, dipende dalla velocità con cui i funzionari valutano le richieste di asilo. Nel 2010, per esempio, le pratiche per 27 migranti sono state sbrigate in tre settimane».
Ma è anche vero che il 2010 è stato l’anno meno critico sul fronte degli arrivi. Moltissimi altri immigrati, infatti, negli anni precedenti sono stati obbligati a rimanere nei centri per mesi, anche oltre l’anno e mezzo previsto.
Successivamente si finisce negli open centre, dove centinaia di africani preferiscono rimanere, anche per anni. Perché trovare un lavoro in una Malta attraversata dall’ascesa di un nuovo nazionalismo razzista e xenofobo, è impresa quasi impossibile.
L’INCUBO DI HAL FAR. Emblematico è il caso dell’open centre di Hal Far, girone dantesco che ricalca la fisionomia e la crudezza delle baraccopoli e delle favela del resto del mondo: una sterminata tendopoli in cui si dorme in 30 nella stessa tenda e tocca aspettare mesi per ricevere anche la più elementare forma di assistenza sanitaria, esposti alla pioggia, alla sporcizia e alla durezza del sole dell’estate mediterranea. Uomini e donne divisi da criteri burocratici tra “rifugiati politici” e “clandestini”, a seconda che il loro luogo d’origine sia dilaniato dalla guerra o semplicemente dalla miseria.
ALTERNI DESTINI. «Agli immigrati cui viene riconosciuto lo status di rifugiato vengono garantiti servizi di assistenza: sanità, educazione, programmi di inserimento lavorativo», ha precisato Ellul. «Se la richiesta viene rifiutata ed esiste un accordo bilaterale tra Malta e il Paese d'origine, l'immigrato viene rimpatriato. Sull'isola esiste anche un programma di rimpatrio volontario. A chi invece viene garantita la protezione, è permesso passare fino a tre mesi in un qualunque Paese dell'Unione europea. Dopodichè, secondo la Convenzione di Dublino, il migrante viene rimandato a Malta. Altri migranti sono stati accettati e accolti dagli Stati Uniti». Insomma, destini alterni: chi viene rimpatriato, chi trova infine la terra promessa e chi, invece, rimane e basta. Con tutte le asprezze del caso.

La scalata dei partiti xenofobi e ultranazionalisti

Chi si ferma a Malta deve affrontare infatti un dilagante misto di razzismo, orgoglio nazionalista maltese e xenofobia. Fuori dagli open centre spesso è come avere una pistola puntata alla tempia. Molti dei migranti che dopo il 'soggiorno' provano a migrare verso l’Italia o altri Paesi europei, nonostante l'isola rientri nell’aerea Schengen, spesso vengono fermati all’aeroporto perché sprovvisti di denaro o di un primo domicilio alla destinazione prescelta. E nelle città maltesi gli immigrati africani fronteggiano l'esclusione sociale destinata agli indesiderati.
APARTHEID SULLA LINEA 13. Partiti di estrema destra e neonazisti si sono infatti moltiplicati a dismisura. Un politico del Malta Labour Party, Joe Mammut, si è spinto addirittura a invocare per il servizio pubblico numero 13, che collega i due open centre Hal Safi e Hal Far, una misura da apartheid: bus per i bianchi distinti dai bus per gli immigrati africani. E l’Mlp non è una fazione estremista, bensì il più grande partito politico maltese insieme al Nationalist Party, che dal canto suo cavalca la questione immigrazione fin dai primi sbarchi.
L’avversione verso l’immigrato mette d’accordo praticamente tutti nelle stanze della politica maltese.
L’IMPERIUM EUROPA. Non bastasse, al quadro si deve aggiungere l’instancabile opera apertamente razzista di Norman Lowell, ex banchiere leader del partito di estrema destra New Right Maltese e fondatore del movimento Imperium Europa, apologia neonazista dell’unità di «razza, religione ed élite» che, a suo dire, dovrebbe guidare le scelte politiche del suo Paese. Anima nera dell’estremismo maltese, Lowell ha riscosso alterne fortune alle urne dal 2004 a oggi. Ma è un punto di riferimento cruciale, anche grazie al blog Viva Malta, per gli xenofobi locali.
ATTACCO AI GESUITI. Invano, i gesuiti hanno provato a richiamare i valori cristiani dell’accoglienza. E ne hanno pagato il prezzo. Quando nel 2005 i membri del Jrs, Centro gesuita per i rifugiati, dichiararono pubblicamente che avrebbero lottato per tutelare i diritti degli immigrati, la rappresaglia degli estremisti fu immediata: sette delle loro autovetture furono bruciate.
Il fuoco è d’altronde il metodo di intimidazione prediletto dagli xenofobi locali. Incendi sono stati appiccati nel collegio dei gesuiti, nell’abitazione del loro avvocato, Cathrine Camilleri, e alle case dei giornalisti che hanno denunciato le vessazioni patite dagli africani e gli abusi delle autorità, come nel caso del direttore di Malta Today Saviour Balzan e del’opinionista dell’Independent Daphne Caruana Galizia.

«Ovunque purché fuori da Malta»

Oggi sull'isola vivono stabilmente 4 mila migranti subsahariani.

Dal fuoco alla carta, la storia non cambia. Anzi, canta. Dal 2006 in poi i rapporti annuali del Raxen, organismo di monitoraggio della xenofobia in Europa, hanno puntualmente denunciato il dilagante razzismo di fondo del popolo maltese.
Così anche i documenti dell’Ecri, la Commissione europea contro l’intolleranza promossa dal Consiglio d’Europa, che hanno accusato le autorità locali di aver praticato negli ultimi anni una politica di detenzione sistematica e violenta, trattando migranti e rifugiati politici come criminali della peggior specie.
RAZZISMO CERTIFICATO. «Secondo i dati della primavera del 2009 dell’Euro Barometer, il 49% dei maltesi considerava l’immigrazione la preoccupazione numero uno per il Paese», ha confermato Ellul. Nel 2010 la percentuale era calata al 14%, in linea con gli altri Stati europei. Ma ora, c’è da scommetterlo, la rabbia dei maltesi verso l’immigrato invasore tornerà a scalare le classifiche. E così anche la violenza fisica e psicologica inflitte agli indesiderati.
Sperare in una vita migliore per gli africani è come una sorta di lotteria: una piccola parte di loro, i più fortunati e più adatti secondo i criteri della burocrazia internazionale, vengono selezionati insieme con le famiglie per i programmi di inserimento e residenza nei Paesi dell'Unione, o dal dipartimento di Stato Usa, che ha assegnato qualche manciata di green card e posti in piani di recupero a migliaia di chilometri di distanza dalla perla del Mediterraneo, fino in Colorado. Negli open centre è peraltro una speranza che accomuna tutti, urlata o sussurrata che sia: «Ovunque, purché lontano da Malta».

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