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Siria
19 Aprile Apr 2011 0729 19 aprile 2011

Il regime: «È insurrezione armata»

Wikileaks: Usa dà 6 milioni di dollari a gruppi antigovernativi.

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Siria, la polizia apre il fuoco sui manifestanti

La polizia siriana ha arrestato il dissidente Mahmud Issa nonostante la revoca dello stato di emergenza, secondo quanto hanno reso noto alcuni attivisti per i diritti umani.
Issa è stato prelevato intorno alla mezzanotte locale del 19 aprile (le 23 in Italia) dalla sua abitazione di Homs, città della Siria centrale, dove negli ultimi due giorni le forze di sicurezza hanno ucciso una ventina di dimostranti.
Secondo alcuni attivisti per i diritti umani, l'arresto dell'oppositore dimostra che nonostante la revoca dello stato di emergenza decisa dal presidente Bashir al-Assad, la repressione è destinata a continuare.
Issa era stato scarcerato nel 2009 dopo tre anni di detenzione per avere formato firmato assieme ad altri intellettuali e liberi professionisti un appello perchè Damasco riconoscesse la sovranità del Libano. Per le sue posizioni critiche nei confronti del regime, Issa aveva inoltre scontato una pena detentiva di otto anni tra il 1992 e il 2000.
PROSEGUONO LE PROTESTE. Non si fermano intanto le manifestazioni contro il regime di Bashar Al Assad, così anche gli scontri e il numero dei morti. Nella sola notte tra il 17 e il 18 aprile le forze di sicurezza hanno ucciso otto manifestanti nella città siriana di Homs. A far scoppiare la spirale di violenza questa volta è stata la la morte di un leader tribale in carcere.
Domenica, invece, nella città di Talbiseh, nei pressi di Homs, a cadere a terra era stato un ufficiale di polizia, Ahmad al-Ahmad, ucciso nel corso di uno scontro a fuoco con un gruppo di criminali armati che avrebbe terrorizzando i cittadini sparando su folla e poliziotti disarmati. Come ha riferito l'agenzia siriana Sana, nel fuoco incrociato altri 11 agenti di polizia sono rimasti feriti.
Secondo altre fonti, nella stessa località, nel corso di un altro corteo funebre, quattro persone erano state uccise, mentre una cinquantina erano rimaste ferite.
Domenica la protesta ha raggiunto la città di Aleppo, nel nord, la seconda per importanza del Paese e anche una di quelle che gode della maggiore libertà. Centinaia di persone hanno chiesto al presidente di togliere la legge marziale e riformare la Costituzione. I cortei si sono svolti in modo pacifico nel nord, ma anche nella città portuale di Latakia, dove si sono radunate circa 10 mila persone.
IL GOVERNO ANNUNCIA DURA REPRESSIONE. Ma in risposta il governo annuncia una repressione ancor più dura, il regime siriano ha sostenuto che le proteste di piazza in Siria sono un' «insurrezione armata» condotta da estremisti islamici radicali di orientamento salafita. La dichiarazione del ministero dell'interno arriva mentre nel Paese la situazione resta tesissima, con altri morti tra i manifestanti che ormai - anche a decine di migliaia in singole città - chiedono l'uscita di scena del presidente, Bashar al Assad.
USA DIETRO LE PROTESTE. Seppur non direttamente, dietro queste manifestazioni protesta ci sono gli Stati Uniti: il Washington Post ha pubblicato una serie di documenti diplomatici Usa ottenuti da Wikileaks dai quali emerge che negli ultimi cinque anni gli americani hanno segretamente finanziato gruppi di opposizione siriani. L'indice del regime però però è puntato contro un nemico interno: «Il corso degli eventi», ha dichiarato il ministero dell'Interno di Damasco, «hanno evidenziato che questi sono un'insurrezione armata da parte di gruppi armati appartenenti a organizzazioni salafite, specialmente nelle città di Homs e Banias».
Lo spettro dell'integralismo islamico dello stesso orientamento ascritto agli assassini dell'attivista Vittorio Arrigoni è stato usato per annunciare un giro di vite nella repressione: «Non tollereremo le attività terroristiche di questi gruppi armati, imporremo con fermezza la sicurezza e la stabilità».
FUNERALI DEI MANIFESTANTI. Nel frattempo in Siria la tensione resta alta. Migliaia di persone hanno preso parte ai funerali di otto manifestanti uccisi nella notte nella città di Homs, secondo fonti umanitarie a sangue freddo dalle forze governative. I morti sarebbero però almeno quattro in più nella città dove in serata è stato organizzato un sit-in cui hanno partecipato più di 20 mila persone.
WASHINGTON FINANZIA 6 MILIONI DI DOLLARI. È in questo quadro che è emerso come finanziamenti per almeno 6 milioni di dollari, se non di più, sono stati autorizzati da Washington per sostenere gruppi e attività antigovernative. Tra le altre, anche quelle di Barada Tv, una televisione di esiliati siriani che ha base a Londra. Anche se la posizione di Washington è sempre stata quella di evitare qualsiasi coinvolgimento diretto in Siria, i documenti classificati rivelano che il gruppo di esiliati siriani Movement for Justice and Development, che ha sede a Londra e da anni si batte contro il regime di Assad, ha ricevuto oltre 6 milioni di dollari per dare vita proprio a Barada Tv.
Il canale televisivo prende il nome dal fiume che attraversa Damasco. Ha cominciato le sue trasmissioni nel 2009, e - riporta il Washington Post - è diventato punto di riferimento non solo per gli esiliati ma anche per molti siriani in patria. In un cablogramma inviato a Washington nel 2009, il più alto in grado tra i diplomatici Usa di stanza a Damasco suggerisce al Dipartimento di Stato di riconsiderare le modalità del coinvolgimento americano in Siria.
RIAVVICINAMENTO CON DAMASCO A RISCHIO. Le autorità siriane «senza ogni dubbio considererebbero ogni finanziamento americano a gruppi politici non riconosciuti come il tentativo di sostenere un cambiamento del regime», si legge nel documento. Nel momento in cui l'amministrazione Obama cercava un riavvicinamento con Damasco (a gennaio è arrivato il nuovo ambasciatore americano, il primo in sei anni), il finanziamento di gruppi illegali avrebbe potuto mettere a rischio la nuova linea politica. Il Washington Post ha riferito che «non è chiaro» se i finanziamenti siano ancora in corso oppure no. Nessuna conferma é venuta da fonti ufficiali, e il giornale precisa di non poter citare le sue fonti per motivi di sicurezza. Il Dipartimento di Stato non ha fornito commenti di alcun tipo circa l'autenticità dei documenti rivelati da Wikileaks.

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