Tensioni
26 Aprile Apr 2011 1931 26 aprile 2011

Siria: resistenza di piazza

«Fermare la repressione».

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Il 26 aprile in Siria è un altro giorno di proteste e di sangue. Oltre duemila persone si sono radunate a Banias, città costiera a nord-ovest di Damasco per scandire slogan contro il regime «Il popolo vuole la caduta del regime!». Lo riferiscono testimoni oculari, mentre un massiccio schieramento di forze di sicurezza circondava il centro abitato in vista di un possibile attacco a una delle roccaforti delle proteste.
MANIFESTANTI A BANIAS. «Le nostre rivendicazioni sono pacifiche. E anche se ci uccidessero, le nostre anime usciranno dalle tombe sottoterra e invocheranno libertà», ha detto a oltre 2 mila residenti radunati in sit-in lo shaykh Anas Ayrut, uno degli imam sunniti della città.
Un capo degli insorti ha riferito che le forze di sicurezza siriane si sono posizionate sulle colline intorno a Banias, preparandosi a un ipotetico attacco alla città costiera per stroncare la rivolta popolare. «Uomini vestiti di nero e armati di kalashnikov si sono posizionati sulle colline intorno alla città», ha riferito Anas al-Shaghri al telefono da Banias, «Ci aspettiamo un attacco in qualunque momento», ha aggiunto Shaghri.

Daraa ancora sotto attacco

Le proteste a Daraa, nel sud della Siria, epicentro della rivolta (Getty Images).

Intanto a Daraa, città del sud della Siria al confine con la Giordania, assediata dall'esercito e roccaforte delle proteste anti-regime, «mancano l'acqua, il latte per i bambini, i medicinali e il sangue per le trasfusioni per curare i feriti»: è la disperata denuncia di un residente della città. lanciata tramite la televisione panaraba al Arabiya.
Presentatosi come Abul Qasim, l'abitante di Daraa ha affermato che la città è «sotto il fuoco dei mortai e dei mitragliatori che sparano pallottole calibro 14. Chiediamo un cessate il fuoco umanitario di almeno due ore per poter rifornire la città di medicine, acqua, latte per i bambini, sangue per le trasfusioni. Siamo in una situazione disperata, che il mondo ci aiuti», ha detto Abul Qasim, raggiunto dalla televisione attraverso un collegamento telefonico ottenuto passando per le linee cellulari giordane. «Non sappiamo quanti morti ci sono in tutto in città, ma sono decine», ha riferito.
All'indomani dell'operazione militare contro Daraa, testimoni sul posto hanno descritto una città in preda ai cecchini, anche se cominciano a circolare voci su alcune diserzioni nell'esercito. «Gli spari contro gli abitanti continuano», ha indicato un attivista per i diritti umani, Abdallah Abazid. «Nuovi rinforzi delle forze di sicurezza e dell'esercito sono entrati a Daraa, c'è un carro armato nel centro».
I punti di accesso alla città sono bloccati da carri e barricate, ma secondo l'attivista, alcuni soldati della quinta divisione hanno disertato e si sono uniti ai manifestanti contro l'esercito fedele al regime. Abazid ha aggiunto che le forze di sicurezza hanno circondato l'abitazione del mufti di Daraa, che sabato 23 aprile si era dimesso per protestare contro la repressione, «ma il mufti non era in casa».
ARRESTATO GHAZZAWI. E non si fermano neanche le ritorsioni e gli arresti contro chi lavora per estendere la mobilitazione. L'Ondus precisa che Qassem Ghazzawi, autore di numerose campagne di sensibilizzazione e da settimane impegnato a diffondere notizie sulla repressione da parte del regime delle manifestazioni popolari senza precedenti, é stato arrestato la mattina del 25 aprile. Le autorità di Damasco hanno annunciato da giorni l'abolizione dello stato d'emergenza dopo quasi mezzo secolo, come principale gesto di apertura, ma per ora non c'è stato nessun miglioramento, anzi.
MANIFESTAZIONE AL CAIRO. Centinaia di manifestanti siriani ai quali si sono aggiunti anche decine di egiziani sono scesi in piazza nel tardo pomeirggio del 26 aprile, davanti all'ambasciata di Siria al Cairo. Lo riferiscono fonti della sicurezza, spiegando che i manifestanti hanno scandito slogan chiedendo che il presidente siriano Bashar al Assad venga consegnato il tribunale penale internazionale dell'Aja per la sanguinosa repressione delle proteste anti regime. I manifestanti hanno lanciato sassi contro l'edificio, ma la situazione, riferiscono le fonti, è sotto controllo.

La Comunità internazionale inizia a parlare della Siria

Dall'alto, in senso orario: Nicolas Sarkozy, Angela Merkel, David Cameron e Barack Obama (foto Getty).

Nell'ennesimo giorno di massacri è la Comunità internazionale a puntare i riflettori sulla Siria, un paese la cui situazione è diventata «inaccettabile». Le autorità di Damasco devono «fermare la repressione violenta di dimostrazioni pacifiche», sottolineano il premier italiano Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas Sarkozy, uno accanto all'altro al termine del vertice italo-francese di Roma che se, da un lato, è servito a ricucire 'strappi' del passato riallineandoli su una visione comune su Libia, immigrazione ed altri dossier, dall'altro li vede allineati e alleati anche sul fronte siriano.
STOP ALLA VIOLENZA, SERVE IL CAPPELLO DELL'ONU. L'appello è quello dello stop alla violenza e alla repressione. Italia e Francia si sono resi conto che non si può guardare solo da una parte. «Non ci possono essere due pesi e due misure: sosteniamo l'aspirazione dei popoli arabi alla libertà e alla democrazia», ha spiegato Sarkò, accanto al premier italiano. Entrambi d'accordo sulla strategia da seguire: anche in Medio Oriente, come avvenuto per la Libia e la Costa d'Avorio, il cappello dell'Onu.
COMMISSIONE D'INCHIESTA SUI CRIMINI COMMESSI. La Francia non interverrà in Siria «finché non ci sarà una risoluzione Onu che non è facile da ottenere», spiega l'inquilino dell'Eliseo che insieme con Berlusconi annuncia l'intenzione di chiedere l'istituzione di una commissione di inchiesta delle Nazioni Unite sulle stragi di civili avvenute nel paese. Prudenza quindi è la parola d'ordine, anche se sulla Siria, dopo settimane dall'inizio delle proteste e con l'acuirsi, ora dopo ora, della repressione, inizia finalmente a stringersi il cerchio del pressing internazionale.
LA GRAN BRETAGNA STUDIA RITORSIONI COMMERCIALI. Anche gli Stati Uniti stanno valutando una serie di opzioni per 'premere' su Damasco, comprese sanzioni contro alti esponenti del governo siriano (sulla scia di quanto avvenuto anche in Libia) e un embargo negli affari con l'America. Così come la Gran Bretagna, che ha fatto sapere di stare lavorando con i partner internazionali a possibili ulteriori ritorsioni commerciali. Il ministro degli Esteri William Hague ha rivolto un appello al presidente Bashar al Assad affinché faccia cessare gli attacchi contro i manifestanti.

Obama e Erdogan preoccupati per l'escalation di violenza di Assad

Al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, l'occasione per parlare della Siria si è presentata il 26 aprile durante l'incontro con il primo ministro turco, Recep Tayyp Erdogan. Dopo averlo ringraziato per gli sforzi turchi nell'ambito delle operazioni militari Nato in Libia, Obama ha affrontato anche il tema delle repressioni in Siria. Lo rende noto un comunicato della Casa bianca, che sottolinea come i due leader si siano trovati uniti nell'esprimere «profonda preoccupazione per l'inaccettabile uso della violenza da parte del governo siriano contro la popolazione civile».
Obama e Erdogan si sono detto d'accordo sulla necessità che il governo siriano ponga fine immediatamente al ricorso alla repressione e metta in campo riforme tutelando le legittime aspettative democratiche del popolo siriano. Infine Obama ha espresso a Erdogan la speranza che la Turchia e Israele possano trovare un modo di migliorare le loro relazioni bilaterali, nell'interesse della stabilizzazione dell'interra regione mediorientale.
GLI USA: LASCIARE LA SIRIA. In attesa di una presa di posizione più esplicita, gli Stati Uniti hanno iniziato, intanto, ad 'alleggerire' la presenza dei propri connazionali: la sera del 25 aprile hanno ordinato alle famiglie dei diplomatici e al personale non essenziale delle sue ambasciate di Damasco di lasciare la Siria, a causa «dell'instabilità e della situazione incerta».
Gli States hanno inoltre fatto appello ai propri cittadini a «limitare i viaggi e gli spostamenti nel Paese». Sulla stessa linea l'Italia, con la Farnesina che il 25 aprile ha aggiornato l'avviso sulla Siria del sito Viaggiaresicuri in cui si «sconsigliano i viaggi» nel Paese e si invita chi è in loco a informarsi sull'evoluzione della situazione e a informare l'ambasciata italiana della propria presenza.

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