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dopo Osama
3 Maggio Mag 2011 1055 03 maggio 2011

Obama-al Qaeda, e adesso?

La successione turba i terroristi islamici, l'economia agita Barack.

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Il presidente Usa di spalle (foto Getty).

In comune fra Barack Obama, l'uomo che uccise Osama bin Laden, e gli orfani del re del terrore della rete integralista di al Qaeda, ci sono i problemi sollevati dal fronte interno. Per gli eredi del mujaheddin yemenita il nodo da sciogliere prima di guardare a una nuova strategia internazionale del terrore è la successione del capo riconosciuto; per Barack lo spettro è un'economia nazionale che viaggia a passo lento.

Barack e le incognite del dopo-Osama

Il presidente Usa, Barack Obama (Getty).

L'altalena borsistica del dollaro partito a razzo nella giornata del 2 maggio (la giornata di Wall street: leggi) per poi nuovamente deprezzarsi al confronto con la divisa europea potrebbe tristemente simboleggiare e anticipare anche i picchi repentini e le imminenti cadute della vicenda politica di Barack Obama dopo l'uccisione (guarda il video dell'annuncio alla nazione) dell'arcinemico Osama bin Laden avvenuta (forse a opera della sua stessa guardia del corpo) in Pakistan l'1 maggio (il blitz contro il re del terrore: leggi i commenti, i retroscena e i misteri).
Per il presidente statunitense la «scarica di adrenalina» (così l'ha definita Erik Ortiz sul quotidiano online newyorchese amny.com) garantita dall'operazione di Abbottabad rischia di essere prossima a esaurire i suoi benefici effetti. Troppo presto per l'uomo delle Hawaii.
UN MESE DI TREGUA PER BARACK. «Ci attende un mese circa di buoni sentimenti dati dall'uccisione di bin Laden (la gioia di New York negli articoli di Lettera43)», ha infatti dichiarato l'analista James Campbell, professore di scienze politiche all'università di Buffalo riflettendo sulla chiamata elettorale del 2012, «ma temo che temi più urgenti come quello dell'economia torneranno presto a incombere sulle menti dei cittadini».

Luttwak: «Per Obama l'economia resta prioritaria»

Una truppa di militari americani (foto Ap).

Sul Wall street journal Carol E. Lee e Janet Hook hanno avvertito che il vero interrogativo riguarda la capacità di Obama di utilizzare lo slancio del blitz d'inizio mese per risolvere quei problemi di politica domestica che ne hanno schiacciato l'indice di gradimento al 41% della scorsa settimana (parole di un sondaggio Gallup). Sulla falsariga di James Campbell sembra schierarsi anche il politologo Edward Luttwak: «Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti sono determinate sempre da calcoli economici», ha dichiarato in un'intervista a il Mattino di Napoli, «e anche stavolta penso che sarà così».
«LA MORTE DI OSAMA NON INCIDERÀ SUL VOTO». «I cittadini americani guardano alle loro convenienze economiche», ha affermato Luttwak, «e la mia impressione è che la morte di Osama bin Laden influenzerà molto poco le urne, anche se indubbiamente l'euforia prevarrà per alcuni giorni».
Per Barack e i Democratici il problema è però che «le presidenziali in America non sono dietro l'angolo» e anzi rappresentano un «appuntamento troppo distante dal clima di oggi».
«VIA DALL'AFGHANISTAN». IN NOME DEL RISPARMIO. E dopo aver commentato che i rapporti fra gli Stati Uniti e il Pakistan, ultimo rifugio per la primula rossa del terrore internazionale, «sono ormai in declino», Edward Luttwak sottolinea «il risultato eccellente di prontezza operativa» dell'operazione del 1 maggio ma critica duramente la gestione complessiva dell'intervento a stelle e strisce in Afghanistan: «La verità è che a prescindere dall'uccisione di Osama, resta il dato oggettivo del fallimento di quel piano di modernizzazione che doveva garantire la svolta nel Paese», ha detto. E ancora: «Si tratta di un tentativo che non ha funzionato. L'unica consolazione è che lo Stato americano potrà risparmiare i mille milioni di dollari al mese che appesantiscono i nostri conti. Quel Paese non ne vale nemmeno la metà».

Gli affari interni secondo al Qaeda

Il distretto di Bajaur, al confine con l'Afghanistan.

Paradossalmente a doversi preoccupare della «politica interna» più che da quella internazionale, fatte le debite proporzioni, è anche la medesima al Qaeda, ai cui vertici si è già accesa la lotta per la sostituzione del leader (dallo Yemen al Maghreb, tutti gli eredi del re del terrore: leggi).
Oltre al numero due dell'organizzazione, Ayman al-Zawahiri, altri dirigenti emergono già al suo fianco e forse potrebbero ambire a sostituire essi stessi Bin Laden. Lo afferma in un'analisi il quotidiano israeliano Haaretz.
CORSA ALLA LEADERSHIP. Di al-Zawahiri Haaretz ha scritto che eccelle nel ruolo di guida spirituale e ideologica, ma non ha le spiccate doti organizzative che avevano distinto Bin Laden. E per questo è necessario adesso esaminare la galleria degli altri «volti nuovi» dell'organizzazione.
Fra questi Haaretz annovera Seif al-Adel, un ex colonnello delle forze armate egiziane sospettato di aver organizzato gli attentati alle ambasciate americane in Kenya e in Tanzania nel 1998. A quanto pare al-Adel comanda la Commissione militare di al Qaeda, scrive il giornale, e coordina attività militari in Somalia e nello Yemen.
MERCENARI E PREDICATORI IN LIZZA. Un altro volto emergente è quello di Saliman Jassem al-Gheit, un kuwaitiano di 46 anni, veterano delle campagne in Bosnia e in Afghanistan. Con lui sono menzionati anche Anwar al-Awaleki, un predicatore yemenita-statunitense che formalmente non è inquadrato in al Qaeda ma ne è ritenuto un ideologo della nuova generazione; e Abdallah Ahmed Abdallah, altro egiziano attivo in modo particolare nel continente africano.
Ed ecco perché secondo Haaretz, è possibile che anche alla luce degli sconvolgimenti politici in atto in diversi Paesi arabi le cellule locali di al Qaeda si concentreranno maggiormente sugli scenari interni, tralasciando dunque la organizzazione di vistosi attentati internazionali.

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