Natalino Ronzitti Docente 110609145903
LA SENTENZA
9 Giugno Giu 2011 1500 09 giugno 2011

Battisti, l'Aja è lontana

Il professor Ronzitti spiega i cavilli giudiziari del caso.

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Natalino Ronzitti, docente diritto internazionale alla Luiss.

Dopo lo schiaffo del Tribunale supremo del Brasile all'Italia, con la decisione di scarcerare il terrorista Cesare Battisti, il governo Berlusconi ha reagito promettendo il ricorso alla Corte internazionale dell'Aja (Cij).
«Attiveremo ogni possibile meccanismo per perseguire la revisione della decisione», ha dichiarato il ministro degli Esteri Franco Frattini. E il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha «appoggiato pienamente ogni passo che l'Italia vorrà compiere, avvalendosi di tutte le istanze internazionali». Ma ottenere una sentenza favorevole all'estradizione da parte dell'Aja, intanto, non sarà né semplice, né tanto meno automatico.
I VINCOLI DEL TRATTATO. «Quand'anche, dopo anni di contenzioso legale, questa si raggiungesse, con tutta probabilità sarebbe inefficace. La sentenza della Corte internazionale di giustizia», ha spiegato a Lettera43.it Natalino Ronzitti, ordinario di Diritto internazionale della Luiss di Roma, «si limiterebbe a constatare la violazione del trattato di estradizione tra Italia e Brasile del 1989. Ma non scatterebbe necessariamente l'obbligo di rimpatrio per Battisti».
A decidere di non procedere potrebbe essere, ancora una volta, il Brasile. Il Trattato di conciliazione e di regolamento giudiziario, firmato da Brasilia con Roma nel 1954 prevede infatti che determinate decisioni prese dal governo non possano essere cancellate o riviste.
NESSUN OBBLIGO. Se l'Italia ottenesse parere favorevole dall'Aja, secondo l'accordo tra i due Stati, si dovrebbe quindi accontentare di «un'equa soddisfazione di altro ordine», ha precisato Ronzitti. La giustizia italiana, insomma, otterrebbe una riparazione dei danni materiali o morali, mentre Battisti, in una botte di ferro, continuerebbe a farla franca.

DOMANDA. Quante chance ha l'Italia di vincere il ricorso al Tribunale internazionale?
RISPOSTA. Le chance sono minime. Innanzitutto prima di arrivare al ricorso all'Aja occorrerà seguire una precisa procedura, indicata nel Trattato tra Italia e Brasile del 24 novembre 1954. Il passaggio all'Aja non è automatico.
D. Quali sono le tappe?
R.
Prima di chiamare in causa la Corte internazionale, occorre tentare di risolvere la controversia per via diplomatica. Fallito il tentativo iniziale, i due Stati possono cercare un compromesso attraverso una Commissione di conciliazione.
D. Quanto tempo passerà prima di arrivare all'Aja?
R.
Dai tentativi di conciliazione a un'eventuale decisione dell'Aja trascorreranno anni. Anche se, in teoria, il trattato fissa in quattro mesi di tempo il limite per concludere i lavori. A meno che le parti in causa non si accordino per una dilazione.
D. La Commissione ha potere vincolante?
R.
No. Non può imporre a uno dei due Stati di accettare il compromesso proposto, che, tra l'altro, nel caso di Cesare Battisti si preannuncia di difficile soluzione. Solo allora si può ricorrere all'Aja. Ma neppure in questo caso il passaggio è immediato.
D. In che senso?
R.
Prima di poter agire unilateralmente, l'Italia dovrà aprire un compromesso arbitrale con il Brasile, accordandosi sull'oggetto della controversia da porre alla Corte di giustizia internazionale. Se il compromesso non si raggiunge, si può infine procedere singolarmente.
D. Superata la lunga serie di paletti fissati dal trattato del 1954, un eventuale verdetto dell'Aja potrà inchiodare Battisti alla sbarra, riportandolo in Italia?
R.
Intanto occorre abbandonare i facili entusiasmi sul verdetto. Non è detto, infatti, che la Corte internazionale dia ragione all'Italia. Occorrerà impostare la battaglia legale con molta attenzione, studiando bene i regolamenti giuridici, per evitare di perdere non per questioni di merito, ma di procedura.
D. E poi?
R.
Infine, anche se la sentenza dell'Aja stabilisse che il Brasile nel caso Battisti ha violato il trattato di estradizione del 1989, questo non comporterebbe automaticamente all'obbligo di estradizione.
D. Neppure la sentenza di una Corte di giustizia internazionale obbliga i giudici brasiliani all'estradizione?
R.
Si torna sempre al trattato del 1954. Secondo il testo giuridico, anche nel caso in cui la magistratura interna o «qualsiasi altra autorità» stabiliscano una violazione del diritto internazionale da parte Brasile, se le sue leggi costituzionali non consentono di cancellare gli effetti delle decisioni prese, la parte vincitrice si dovrà accontentare di una «equa soddisfazione con altro ordine».
D. Concretamente, cosa potrebbe accadere?
R. Che la sentenza sarà una constatazione delle ragioni dell'Italia, risarcita in altro modo, ma non con l'estradizione.
D. Battisti dunque è in una botte di ferro?
R.
Il punto di svolta è stato il no all'estradizione di Lula, alla scadenza del suo mandato. La successiva decisione del Tribunale supremo brasiliano di rifiutare il ricorso dell'Italia ha confermato l'atto dell'ex presidente, rafforzandolo giuridicamente.
D. Finora l'Italia si è mossa in modo ingenuo per processare il terrorista?
R.
No. Ha fatto tutto quello che era in suo potere. Il mandato di arresto europeo ha costretto Battisti ad abbandonare la Francia. La stessa Corte europea dei diritti dell'uomo ha confermato che il procedimento contro Battisti rispettava i parametri del processo equo.
D. Perché, allora, i legali di Battisti sono riusciti a convincere l'ex presidente Lula e i giudici supremi?
R.
Per entrare nel merito dovrei leggere il testo della sentenza, non ancora pubblico. A mio avviso, la difesa Battisti è stata abile nel puntare sull'appiglio della violazione dei diritti umani, meno facile da documentare. L'Italia ha ragione ma, come detto, anche preparando il ricorso all'Aja dovrà studiare bene la procedura per evitare bocciature.

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