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TIVÙ
13 Marzo Mar 2012 1100 13 marzo 2012

Le gatte azzuffate in Tivù

Carfagna-Costamagna e la finta sorellanza mediatica.

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Luisella Costamagna e Mara Carfagna.

In America la chiamano «catfight», lotta fra gatti. O meglio, fra gatte, trattandosi del nome in gergo dei combattimenti fra donne, da quelli nel fango ai battibecchi mediatici, quelli fittizi delle soap opera o quelli veri (o quasi) dei talk-show. Nella versione americana le contendenti sono sempre una bionda (la «buona») e una bruna (la «cattiva»), il che fa dell’alterco fra Luisella Costamagna e Mara Carfagna, nella prima puntata di Robinson, una tipica catfight, l’equivalente italiano di quelle, rimaste incise nella leggenda della tivù Usa, tra Krystle e Alexis in Dynasty, nei lontani Anni 80.
IL SAPORE CULTURALE DEL NOME ROBINSON. Per inciso, a parte il fatto che va in onda di venerdì, non c’è nessuna buona ragione di chiamare l’ennesimo salottino politico come l’eroe di Defoe. Robinson che approda in un isolotto dove una sventola bionda e una bruna se le dànno di santa ragione: sembra la versione sexploitation del capolavoro di Daniel Defoe. In Italia l’avrebbe interpretata Lando Buzzanca insieme con Barbara Bouchet e a Edwige Fenech.
LA BIONDA BUONA, LA BRUNA PERFIDA. Eccole lì, le due gatte: Luisella, la bionda e intemerata good girl di sinistra, mortificata da Michele Santoro e da Luca Telese e finalmente ricompensata delle sue peripezie con un programmino tutto suo su RaiTre, contro Mara, la bruna bitch (nel senso di «perfida») dal calendario facile e dal passato turbolento, passata in un batter d’occhio dalla minigonna al ministero. Un battito così rapido e traumatico che gli occhi del ministro Carfagna, felinamente semichiusi nel suo periodo da showgirl, erano sempre sbarrati in modalità “micia terrorizzata”.

Sarebbe stato meglio evitare le insinuazioni personali

Luisella Costamagna conduce su RaiTre Robinson.

Ora, solo una gatta tutto sommato ingenua come Luisella poteva sottovalutare un’avversaria cresciuta come politica negli studi Mediaset e come attrice nel Pdl. Con quel cognome che oggi, più che un felino, evoca irresistibilmente crociere sfortunate, Costamagna avrebbe dovuto tenersi lontana dagli infidi scogli delle insinuazioni personali. Abilmente speronata da Carfagna, che ha rintuzzato le sue allusioni al patronato esercitato da Silvio Berlusconi rinfacciandole con eleganza l’ala protettiva di Santoro, la Costamagna è colata a picco.
LA DERIVA SUL LAVORO DI SANTANCHÉ. Analogo incidente navale, in piccolo, è toccato all’ammiraglia della flotta nemica, Daniela Santanché, in navigazione su RaiDue all’Ultima parola, che nello scontro con un’operaia con busta paga da 1.000 euro ha denunciato di essersi «rotta le balle». Proprio lei, che si era sempre vantata di non prendersela mai con le altre donne; evidentemente considera tali solo quelle con reddito pari al suo. Quanto alla rottura delle balle, la corazzata Santanché intende sporgere reclamo al cantiere che gliele aveva costruite garantendogliele come inaffondabili.
LA SORELLANZA MESSA A DURA PROVA. Insieme con i naufragi, la catfight è uno dei temi più amati dai media. E non a caso. Negli Stati Uniti a metà degli Anni 70 giornali e tivù raffiguravano il dibattito sui diritti delle donne come una serie di striduli scambi di accuse tra una leader femminista (in genere bruna), e una paleo-Palin tutta casa-figli-chiesa (in genere bionda). L’obiettivo più o meno nascosto era smentire, ridicolizzandolo, uno dei concetti chiave del femminismo, forse il più minaccioso: la sorellanza. L’unione fra le donne nella lotta per la parità, al di là dello status, dell’età e delle convinzioni politiche, era, allora come oggi, un’arma così determinante che i maschi, allora come oggi padroni della comunicazione, facevano di tutto per demolirla.
DONNE, DA ALLEATE A NEMICHE MEDIATICHE. E allora come oggi, le donne cadevano nella trappola. La catfight, però, non l’avevano inventata gli americani. Reperti e fonti antiche dimostrano che anche nelle arene dell’antica Roma il piatto forte del programma serale (chiamiamolo prime time) era spesso un combattimento fra gladiatrici.
Ora, i giochi gladiatori erano nati durante le guerre puniche come forma di sacrificio agli inferi dei prigionieri di guerra: colpevoli di essersi opposti a Roma, venivano obbligati a combattere gli uni contro gli altri fino a distruggersi l’un l’altro. (È vero, cito un po’ spesso i Greci e i Romani, ma che ci posso fare se avevano capito già tutto?).
La golosa riproposizione nei tg e in Rete delle zuffe tra donne che «ce l’hanno fatta», in un campo o nell’altro, ha, più o meno scopertamente lo stesso obiettivo: punire le donne attraverso le donne stesse. Questo articolo, commissionatomi, guarda un po’, da un direttore maschio, potrebbe costarmi un’accusa di complicità. No, un momento: io ho parlato solo di gatte e di navi.

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