Jason Njoku 140408170133

Nigeria: Pil rivisto al rialzo, ma il Paese è in ginocchio

È il Paese più ricco d'Africa. Ma povertà e corruzione dilagano.

  • ...

Diventare più ricchi dell'89% dalla sera alla mattina. È quello che è successo ai nigeriani, che però non si sono trovati le tasche improvvisamente imbottite di naira, la moneta locale.
Semplicemente è cambiata la base di calcolo del Prodotto interno lordo, che ha portato quello del 2013 a 80,3 trilioni di naira, pari a circa 510 miliardi di dollari (a seconda del cambio applicato ne ballano una ventina, ma questo è il dato ufficiale del governo nigeriano), in euro sono circa 370 miliardi. Rispetto all'anno precedente una crescita del 12,7%: l'accelerazione più vistosa al mondo.
Rispetto a quanto certificato in precedenza si tratta, appunto, di un 89% in più, il che fa della Nigeria il Paese più ricco d'Africa, di gran lunga davanti ai 343 miliardi di dollari del Sud Africa. Ma cos'ha prodotto l'aggiustamento? Innanzitutto va chiarito che la sua entità è frutto di un notevole ritardo: la maggior parte dei Paesi provvede a rimodulare le basi di calcolo del Pil ogni cinque anni, quelle di Abuja erano ferme dal 1990.
MENO PETROLIO, PIÙ AGRICOLTURA. I dati che Lettera43.it ha potuto esaminare mostrano subito una prima sorpresa. Si dice Nigeria e si pensa subito petrolio: secondo le statistiche dell'americana Eia (Energy information administration), nel 2012 è stato il quarto esportatore al mondo di oro nero e le turbolenze in Libia hanno prodotto il sorpasso, portando il Paese dell'Africa centroccidentale al primo posto tra i produttori continentali. Eppure, secondo la nuova base di calcolo, il comparto idrocarburi è calato dal 32 al 15% nella composizione del Prodotto interno. «Questo è un bene», ha spiegato Shilan Shah, economista della società di ricerca Capital Economics, «perché l'economia nigeriana dipende meno da un comparto sempre in fibrillazione come quello degli idrocarburi». Si è prodotto, così un nuovo sorpasso da parte dell'agricoltura, bistrattata a lungo a partire dal boom petrolifero degli Anni 70. Ma anche la quota di quest'ultima, sul totale, è diminuita: dal 24 al 22%.
ENTRANO 13 NUOVI SETTORI. Ad aggiungere ricchezza sono ben 13 nuovi settori industriali che in precedenza erano del tutto estranei al calcolo e alcuni che, rispetto a oltre 20 anni fa, hanno vissuto un vero e proprio boom, come quello delle telecomunicazioni. Negli ultimi mesi, economisti ed esperti di statistica hanno messo a punto i nuovi parametri, applicandoli retroattivamente dall'anno 2010. Per capire la complessità del lavoro svolto, bastano due numeri: le basi di campionamento sono passate da 83.733 a 851.628. Consci della rapidità con la quale il mondo cambia, la prossima revisione questa volta è già messa in cantiere per il 2016.

La smisurata produzione di Nollywood

Tra i settori che prima non c'erano e adesso valgono miliardi, spicca quello cinematografico. Secondo i dati rivisti del 2013 ha realizzato l'1,3% del Pil, vale a dire quasi 7 miliardi di dollari. Difficile immaginarlo per un mercato invaso quasi solo da film americani, con l'Europa strenuamente impegnata a mantenerne una fettina in concorrenza, al più, con qualche pezzo di Asia, ma nella sola Nollywood si producono tra i 1.500 e i 2 mila film all'anno. La maggior parte circola solo nel mercato dell'home video, perché è molto più facile trovare televisori, computer e lettori dvd o blue ray che sale cinematografiche. La parte del leone la fa la piattaforma Tv Iroko.
NJOKU, IL MURDOCH NIGERIANO. «È un settore che sta crescendo ininterrottamente da 20 anni», secondo l'amministratore delegato e fondatore Jason Njoku. Se ne sono accorti anche gli Stati Uniti, che nel 2010 vi hanno investito 3 milioni di dollari con il fondo Tiger Global. Il vulcanico tycoon nigeriano non ha alcuna intenzione di piegarsi al capitale straniero e ha già pronti sul piatto altri 19 milioni per «l'industria più dinamica del momento. Un vero e proprio miracolo economico in crescita esponenziale». Che al momento, più che dal mercato interno, gli assicura grossi introiti grazie alla vendita via internet di film «agli africani della diaspora, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e altri Paesi ancora».
OLTRE MEZZO PAESE COL TELEFONINO. Altri settori che prima non c'erano (o quasi) e ora contribuiscono al Pil nigeriano sono la grande distribuzione, il trasporto aereo, il turismo, le telecomunicazioni. Nel 1990, nel Paese, c'erano 300 mila linee telefoniche fisse. Adesso 100 milioni di telefonini.

Ventiseiesimo Paese al mondo per ricchezza

Il che vuol dire, comunque, che ci sono circa 70 milioni di persone che il cellulare non ce l'hanno. Inimmaginabile in Italia. Continuando con i confronti, sappiamo che il Pil nostrano supera i 2 mila miliardi di dollari. Quattro volte quello nigeriano riveduto, con poco più di un terzo della popolazione. Tanto per chiarire che i cambiamenti apportati non hanno reso improvvisamente il Paese una potenza mondiale, piazzandosi solamente alla 26esima posizione.
Se si guarda al reddito pro capite, scivola addirittura al 121esimo posto. In questo caso anche il paragone con il sorpassato (in valore assoluto) Sud Africa resta impietoso: 2.688 dollari all'anno contro 7.500. Non è tutto.
I POVERI AUMENTANO. Per gran parte della popolazione anche tale cifra resta un miraggio. Gli ultimi dati sulla povertà non sono recentissimi, ma l'istituto nazionale di statistica riporta che nel 2010 il 61% della popolazione viveva con meno di 1 dollaro al giorno. Sei anni prima era il 54%. Le cose non devono essere troppo cambiate da allora, se il ministro delle Finanze, Ngozi Okonjo-Iweala ammette che «la disuguaglianza sta aumentando, costruire un welfare che si occupi dei più disagiati» è una delle principali sfide del Paese.

La piaga corruzione: gli scandali sono all'ordine del giorno

Obiettivo che deve, necessariamente, andare di pari passo con la lotta alla corruzione. La Nigeria, che festeggia nel 2014 i 100 anni come nazione federale (anche se prima come colonia autonoma britannica e solo dal 1961 come Paese indipendente), ha una storia assai travagliata come democrazia, interrotta da numerosi colpi di Stato.
Dopo l'ultimo dei quali, nel 1983, si tornò a libere elezioni nel 1999. L'attuale presidente Goodluck Jonathan si è dato molto da fare per convincere il mondo che lui e il suo governo sono seriamente impegnati nell'estirpare il malaffare dalle istituzioni. Ma gli scandali restano all'ordine del giorno.
LA RIMOZIONE DI SANUSI. Ultima, nebulosa vicenda, è quella dell'ormai ex governatore della Banca centrale, Lamido Sanusi, rimosso e sostituito da Godwin Emefiele, dopo essere stato accusato, dallo stesso capo dello Stato, di «incoscienza finanziaria e cattiva condotta».
Guarda caso, pochi giorni dopo il suo attacco frontale alla Nnpc (Nigerian national petroleum company). Secondo Sanusi, dai conti della compagnia petrolifera pubblica è sparito 1 miliardo di dollari al mese per 19 mesi. Le sue denunce sono arrivate fino a coinvolgere il potente ministro delle Risorse petrolifere, Diezuke Alison-Madueke.
CELEBRAZIONI PER IL DITTATORE ABACHA. Grande scalpore ha causato anche la notizia che il nome dell'ex presidente Sani Abacha fosse sulla lista delle celebrazioni per il centenario. Proprio negli stessi giorni in cui gli Stati Uniti annunciavano il congelamento di 458 milioni di dollari depositati dal dittatore, morto nel 1998, su conti esteri. Parte di un bottino stimato in 3 miliardi di dollari. «Non si tratta di un attestato di santità, ma del ricordo di chi ha contribuito a tenere la nazione unita» l'imbarazzata e poco convincente replica di un governo che l'anno prossimo è chiamato a ricercare il consenso nelle urne.

Investimenti esteri in calo: i petrolieri se la danno a gambe

Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni.

La corruzione tende normalmente ad allontanare gli investimenti esteri. Con la Nigeria non è stato così negli ultimi 10 anni, quando è stata in Africa primo destinatario dei flussi provenienti da altri Paesi.
Secondo i dati della Conferenza delle Nazioni Unite su investimenti e sviluppo, nel 2009 avevano raggiunto gli 11 miliardi di dollari, decuplicandosi rispetto a otto anni prima. Ma nello scorso anno risultano dimezzati a causa della fuga delle compagnie petrolifere, che nonostante investimenti sporadici in altri settori, come quello della Tiger Global, rimangono la principale fonte di capitali.
ANCHE ENI PENSA DI LASCIARE. A terrorizzarle non sono le tangenti, ma la mancanza di controllo sul territorio. Lo ha ricordato l'amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni. Il colosso italiano è presente nel Paese, al pari di concorrenti come Total e Chevron e delle emergenti compagnie cinesi, ma sta pensando seriamente di lasciarlo. «Dovremmo produrre 170 mila barili al giorno e ne abbiamo prodotti 110 mila. Ci sono criminali che perforano le nostre tubazioni, prelevano il greggio lo raffinano prendendo la parte leggera, vendono la benzina e buttano in mare tutto il resto». I petrolieri sono, inoltre, sotto accusa da parte di organizzazioni internazionali non governative per disastri ambientali, in particolare nell'area del delta del Niger.

Boko Haram semina il terrore, i cristiani nel mirino

Un villaggio nigeriano colpito da un attacco di Boko Haram.

Non ultima, nel Paese c'è anche la minaccia dell'estremismo islamico. La cronaca recentissima racconta che Boko Haram, gruppo jihadista fondato nel 2002 dallo sceicco Mohammed Yusuf, ha massacrato 17 persone in un villaggio del Nordest, Buni Gari, non risparmiando nemmeno una moschea dove si stava pregando. E ci sono buone probabilità che sia anche implicato nel sequestro di due sacerdoti italiani e una suora canadese in Camerun, oltre i cui confini più volte si sono spinti i blitz dei suoi membri.
OBIETTIVO: RICREARE IL CALIFFATO. L'obiettivo dell'organizzazione è eliminare la presenza cristiana in Nigeria, rovesciare il governo federale e creare un Califfato islamico, ritornando alla situazione che c'era prima della conquista britannica nel 1903. Combatte contro tutto ciò che è ritenuto occidentale, da pantaloni e camicie alle elezioni. Vuole riproporre una sharia senza alcun compromesso con la modernità.
PRIMO BAGNO DI SANGUE NEL 2009. Nacque nella cittadina di Maiduguri, con la creazione di una moschea e una madrassa, ma ben presto strinse legami con al Qaeda. La prima azione, nella stessa Maiduguri, si concluse in un bagno di sangue per gli stessi militanti, nel 2009. Anche lo stesso Yusuf perse la vita. Ma si riorganizzò in fretta e oggi semina terrore in gran parte del Paese. Amnesty International calcola che, solo dall'inizio del 2014, le sue vittime siano state oltre 1.500.

13 Aprile Apr 2014 0720 13 aprile 2014
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso