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REPORTAGE
14 Giugno Giu 2014 1100 14 giugno 2014

Profughi siriani: a Milano la disperazione di chi è scappato dalla guerra

Lettera43.it tra i disperati in stazione Centrale.

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I bambini giocano in cima alla scala mobile, facendo scivolare le mani nere sopra il nastro trasportatore con risolini divertiti.
La borsa di una signora distratta fa in tempo a colpirne uno sulla testa prima che la madre, infagottata sotto un velo che la copre da capo a piedi facendole grondare sudore, lo venga a riprendere sgridandolo a bassa voce.
Poco distante un signore in giacca e cravatta distribuisce sacchetti di patatine a uno sciame di ragazzini silenziosi: quando sono finiti richiude la sportina nel trolley e si allontana a passi veloci.
IL DISINTERESSE DEI POTENTI. Persino la generosità può essere imbarazzante: specie quando la normalità si mescola con l’angoscia. Quando il treno per portarti casa dai tuoi figli e da tua moglie sta partendo e tutto intorno, nella stazione centrale della più grande metropoli del Nord Italia, i figli e le mogli di altri sdraiati su un pavimento lurido ti ricordano che la fortuna e le possibilità, spesso, dipendono solo dall’inettitudine dei potenti. E dalla cittadinanza marcata sul passaporto. Per chi ce l’ha, naturalmente.

Siriani in fuga dal Paese in guerra (©GettyImages).

I siriani ammassati a decine alla stazione di Milano mostrano i propri documenti con un misto di speranza e disperazione. È il segno che sono diversi.
«Gli africani che erano con noi in barca, no, loro non li hanno lasciati andare. Sono ancora a Taranto, nel campo», spiega a Lettera43.it Ahmed al Atrash, 30 anni, ingegnere elettronico di un'Aleppo che non esiste più dopo tre anni di guerra civile, in un inglese migliore di quello di tanti studenti italiani.
«A noi no, non ci trattengono: ci hanno lasciati liberi di salire sul treno e venire qua». Soluzione all’italiana per un problema mondiale, o forse l’unica soluzione possibile. La grana, in ogni caso, adesso è di qualcun altro.
ORA LA GRANA È DEL COMUNE. Del Comune di Milano che non sa cosa fare di questi disperati che hanno invaso l’androne di marmo e passano le ore pregando per chi è rimasto indietro. E dei poliziotti fatti arrivare da Bologna e da Padova e lasciati a cuocere sotto la canicola in attesa di istruzioni.
«Non lo so perché ci hanno fatto venire qua, non ce l’hanno comunicato. Hanno detto che la stazione è piena di profughi e poi ci sono i tassisti incazzati per quella storia della app: qualche casino magari succede», si lascia scappare il caposquadra tramortito dal caldo. Invece non succede nulla.

Ogni giorno i disperati sbarcano in Centrale: per loro non c'è più posto

Da 20 giorni i siriani a decine scendono dai treni ogni mattina e si piazzano qui sugli scalini con le loro misere sacche di plastica e spago, mentre la gente va avanti e indietro con le valigie della vacanze e gli impiegati del Comune fanno capolino attaccati ai telefoni con i nervi a pezzi, cercando di schivare le domande dei giornalisti (pochi, a dire il vero: dopo un mese anche la disperazione non fa più notizia).
I funzionari dovrebbero prendere i nomi dei 'clandestini' e portarli in qualche centro: ma di posti disponibili non ce ne sono più e di 'clandestini' disposti a farsi schedare men che meno.
I siriani aspettano, semplicemente. Attendono che arrivino anche gli ultimi.
FUGA DALLA GUERRA. «Ci manca un amico, non so se è ancora in Libia o è già in Italia. Quando arriva anche lui partiamo per la Svezia», spiega Ismat. Ha 50 anni, una moglie con un diamante al dito, una cognata, tre figlie adolescenti che giocano con gli smartphone come se fossero 15enni qualunque.
A Damasco faceva l’architetto. Era famoso. Benestante. «Ma non c’è più niente lì, niente. Ho perso la casa, l’ufficio, i soldi. Siamo scappati finché avevamo ancora la vita. Ogni famiglia qui ha già perso qualcuno in guerra: ti possono sparare in strada in qualsiasi momento, anche se tu non vuoi combattere», sussurra perforando con lo sguardo.

Per raggiungere l'Italia i siriani hanno dovuto pagare gli scafisti in Libia (©GettyImages).

Loro sono andati via: un pezzo in macchina e un pezzo a piedi fino a Beirut. Da lì hanno preso un aereo per l’Egitto. Al Cairo un altro volo per Bengasi. «A Bengasi c’è la guerra, come in Siria. Bombardano dal cielo. Sono pazzi. Ho supplicato un criminale dei loro di metterci su una nave: 1.000 dollari a testa, anche i bambini. Poi tre giorni per arrivare fino in Sicilia su una barca microscopica».
Sapeva che molte affondano? «Certo, i trafficanti sono mafiosi, vogliono solo i soldi. Ma abbiamo pregato».

L'indifferenza della gente davanti al dramma dei disperati

La storia è la stessa per tutti, e l’indifferenza dei milanesi che passeggiano tra la Feltrinelli e i negozi della stazione appena rinnovata, tappandosi con discrezione il naso per non sentire l’odore dei corpi che non vedono una doccia da giorni, è niente in confronto a quello che si è lasciato indietro.
I volontari di Save the children distribuiscono kit igienici e giocattoli. I bambini si mettono in coda, nell’attesa di avere qualcosa di cui sorridere. Negli zainetti ci sono sapone, spazzolini da denti, dentifrici, un asciugamano e una scheda telefonica internazionale. Potrebbe servire a chi riesce ad andarsene da questo limbo, un angolo di purgatorio nel cuore della città che si fa bella per l’Expo.
CONDANNATI AL LIMBO. Ma andarsene non è facile. Mustafa si aggrappa alle mani della giornalista e scoppia in un pianto dignitoso. Ha chiesto a tutti, ma nessuno gli ha risposto. Cerca un albergo, un passaggio fino a Malpensa, un biglietto aereo per la Svezia dove lo attende un cugino.
Nella borsetta nera che porta a tracolla, sopra la camicia bordeaux ormai ridotta a un cencio, ci sono il suo passaporto e quello del padre anziano. Insieme con una busta piena di biglietti da 100: saranno 2 o 3 mila euro. Contava che bastassero per andarsene.

Secondo le statistiche dalla Siria sono scappate almeno 1 milione di persone (©GettyImages).

Ma non aveva fatto i conti con la legge, con la burocrazia e con le definizioni. Per salire su un aereo ci vuole un timbro di ingresso in Italia e lui non ce l’ha: è clandestino, tecnicamente. Poco importa che sia scappato da Aleppo dove i jihadisti hanno già ammazzato suo fratello. E che qui nessuno lo voglia.
Non può andarsene comunque: la legge lo condanna a restare seduto nell’androne della stazione Centrale di Milano finché qualcuno non si farà carico del problema.
«Non mi faccia ridere, cosa vuole che facciamo?», risponde una funzionaria del Comune quando le si domanda se c’è un piano di emergenza. A fatica riescono a trovare un posto per dormire per qualche decina di loro ogni giorno. Ma è solo una rimozione del problema: da un luogo all’altro. Dalla stazione a un centro. Dalla Sicilia a Taranto. E da Taranto a Milano.
ATTESA DI NUOVI PROFUGHI. «In Libia ci sono 10 mila famiglie che stanno aspettando di partire», spiega ancora Ahmed. Le statistiche valgono poco, ma dalla Siria sono già scappate almeno 1 milione di persone. In Italia ne sono arrivate 5 mila in 72 ore.
La terza guerra irachena appena scoppiata, sebbene con il nome più rassicurante di «instabilità nazionale», porterà altri disperati nei magazzini del porto di Al Zwara, in Libia. I trafficanti si fregano le mani.
Gli italiani, invece, aspettano che passi. Ci sono le vacanze, l’Expo, le manette e i tormenti della politica. Per quelli di chi scappa dell’orrore, resta solo l’androne affollato della stazione di Milano. In attesa di un miracolo: Inshallah.

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