Tendopoli Ferdinando Rosarno 160608184153

Rosarno, la piaga dei ghetti del caporalato

Tendopoli, baracche, casolari abbandonati: tutti ghetti per braccianti a basso costo. Dove la legge non esiste. Palmisano sulla tratta dei campi di lavoro.

  • ...
La tendopoli di San Ferdinando, Rosarno.

Una rissa tra immigrati, forse per un tentativo di furto o una sigaretta negata. Un 26enne del Mali ucciso da un carabiniere intervenuto per sedare i disordini e aggredito, secondo le prime ricostruzioni, con un coltello.
Tendopoli di San Ferdinando, alle porte di Rosarno, Piana di Gioia Tauro.
L'INFERNO DELLA TENDOPOLI. Qui, nelle strutture allestite dalla Protezione civile, vivono - o, meglio, sopravvivono - almeno 500 persone impegnate nel lavoro nei campi che nel periodo della raccolta arrivano fino al migliaio. Senza alcuna assistenza, perché - si sa - non ci sono fondi.
LA NO MAN'S LAND. Una «No man's Land, una zona franca», la definisce Leonardo Palmisano, docente di Sociologia urbana al Politecnico di Bari e autore con Yvan Sagnet di Ghetto Italia (Fandango Libri).
Come tutti i ghetti in cui questi nuovi schiavi sono costretti a vivere. Baraccopoli «che sono un serbatoio», spiega Palmisano a Lettera43.it, «per il Caporalato. E che non esisterebbero se non ci fosse una così alta domanda di lavoro».
Non luoghi che, continua l'autore, sorgono fuori dai centri abitati. «Per non dare nell'occhio, e non intasare la circolazione».
E quello di Rosarno è un inferno, più inferno degli altri.

Il ghetto funzionale alla crescita della domanda

Leonardo Palmisano.

In questa città calabrese, sei anni fa i braccianti si ribellarono e con bastoni attraversarono la città mettendola a ferro e fuoco. A innescare la rivolta fu l'odio razziale: due immigrati furono feriti con una carabina. La misura era evidentemente colma. Allora, come oggi, i braccianti denunciano furti e violenze da parte di italiani.
NEI CAMPI PER UN EURO L'ORA. Lavorano, insiste Palmisano, quando va bene a 1 euro l'ora, fino a 13 ore al giorno.
Vivono o nelle tendopoli o in casolari abbandonati nelle campagne, senza nulla. In inverno, quando si raccolgono gli agrumi, si scaldano bruciando copertoni che pagano ai loro carcerieri e che li intossicano.
«Sono costretti a pagare pure l'affitto per catapecchie condivise coi topi, e la carne marcia venduta loro a prezzi da grand gourmet», racconta il sociologo.
IL MARCHIO DELL'INFERNO. Così si ammalano gli schiavi di Rosarno.
«Quando con il cambio stagione arrivano a Nardò per la raccolta dei cocomeri, li riconosci subito. Basta guardarli in faccia», prosegue Palmisano, «sono deboli, più deboli degli altri. Soffrono di micosi perché sono stati costretti a maneggiare antiparassitari che hanno abbattuto le barriere immunitarie». Trattamenti resi necessari da una produzione sempre più intensiva.
E, ancora, «sputano sangue e sono affetti da dissenteria cronica a causa di quello che mangiano e respirano».
Costretti a ritmi di lavoro disumani nei campi, di inverno come d'estate a 45 gradi, i braccianti muoiono. «Nemmeno in Africa abbiamo condizioni di questo tipo», confessa qualcuno.
Lo scorso anno i decessi sono stati sette. E tra le vittime ci sono anche donne italiane. Perché il Caporalato e le mafie non guardano al colore della pelle o la nazionalità (leggi testimonianze delle braccianti pugliesi).
Il bilancio però è verosimilmente molto più alto. «Alcuni lavoratori ci hanno raccontato dell'esistenza di fosse comuni», dice Palmisano. «Siamo alla violazione dei diritti umani».
I DANNI DEL JUST IN TIME. L'unico obiettivo è reperire in poco tempo forza lavoro a prezzi bassissimi.
I ghetti sono funzionali alla produzione agricola just in time, una volta caratteristica solo dell'industria.
Il meccanismo purtroppo è elementare. La multinazionale o la grande distribuzione da un giorno all'altro chiedono alcune tonnellate di prodotto che devono essere raccolte. «Dove trovare la manodopera se non nei ghetti e nelle baraccopoli?», dice amaro Palmisano.

La filiera criminale: dai campi ai porti

La tendopoli di San Ferdinando.

La schiavitù dei campi quindi è solo un anello della filiera criminale. Che si nutre di una richiesta di prezzi sempre più bassi da parte di compratori, trasformatori e multinazionali.
«Sono loro che decidono il costo della materia prima», continua Palmisano, «imprenditori e manager che non hanno alcun contatto con la terra e con il lavoro». E il risparmio, che diventa profitto, si scarica inevitabilmente su coltivatori e braccianti.
I TENTACOLI DELLE MAFIE. Una filiera che va dagli agrumeti al Porto di Gioia, su cui si stendono i tentacoli della 'ndrangheta. Come avviene a Fondi, nel basso Lazio, con la camorra.
Non solo. «Non siamo noi a consumare le clementine della Piana», sottolinea il docente, «sono destinate al mercato estero. Non ultima la Coca Cola che acquista la spremuta per la Fanta».
Solo il 10-15% del nostro prodotto resta in Italia.
UN GIRO D'AFFARI DA 17 MLD. Un prodotto che sarebbe di eccellenza, come tanti nel nostro Paese. Ma che viene svenduto e nasconde «un sistema agricolo che schiavizza». E su cui le mafie, dalla 'ndrangheta alla camorra fino alla criminalità organizzata pugliese, fanno affari d'oro.
Secondo il terzo rapporto Agromafie e caporalato realizzato dall'osservatorio Placido Rizzotto di Flai-Cgil stiamo parlando di un giro d'affari che ca dai 14 e i 17 miliardi di euro l'anno.
Come funziona il sistema di 'Mafia Caporale' è presto detto.
IL TRAFFICO SEGUE LE STAGIONI. La rete del traffico umano attraversa tutto il Paese, seguendo il ritmo delle stagioni. Tanto che per capire la produzione agricola italiana basterebbe chiedere a un bracciante sfruttato.
La tratta, ribadisce poi Palmisano, «non termina a Lampedusa, ma comincia a Lampedusa».
DAI BARCONI ALLA SCHIAVITÙ. Centinaia, se non migliaia di potenziali braccianti dall'Eritrea e dal centro Africa si imbarcano in Libia, muovendosi sotto il controllo delle mafie nostrane.
Arrivati in Italia, sono trasferiti nei centri di accoglienza che spesso sono «dei centri di collocamento criminali».
Al Cara di Mineo, ricorda il professore, c'era un vero e proprio reclutatore di colore che indirizzava i migranti ai campi. «I ragazzi sono agganciati da un centrafricano», e così entrano nel circuito della nuova schiavitù, passando da caporale a caporale.

La piramide di controllo: dai bianchi addetti al trasporto ai neri kapò

Un bracciante sfruttato nei campi del sud Italia.

Il trasporto dei lavoratori dalle tendopoli e dai casolari ai campi è gestito da caporali bianchi. «Non necessariamente italiani, possono essere anche bulgari o rumeni. L'importante è che non siano neri perché darebbero nell'occhio alla guida di furgoni e bus».
Ogni caporale bianco ha sotto di sé «uno o più mezzi caporali di colore», che governano il lavoro.
Ma in cima alla catena di controllo sta il proprietario del campo, italiano, che pattuisce la cifra col trasportatore.
LA PIAGA DEL LAVORO NERO. Ma non sono solo i clan a sfruttare come braccianti i migranti.
Il lavoro nero è una costante, quasi la normalità.
«Solo nella Capitanata», ricorda Palmisano, «quelli senza alcun contratto toccano le 15 mila unità: quanto un esercito o una piccola città».
IL RICATTO DELL'ESPULSIONE. Non solo: alcuni lavoratori che vivono nelle baraccopoli sono pure in regola.
Accettano condizioni subumane perché senza quel foglio di carta rischiano l'espulsione. E una volta cacciati dall'Italia è impossibile rientrare come migranti economici.
La schiavitù dei campi ha catene invisibili. Questi lavoratori potrebbero pure decidere di non essere più sfruttati, reagire, come stanno facendo circa 2 mila sikh in sciopero a Latina contro un salario da fame: 3,50 euro l'ora e a condizioni di lavoro inumane.
Ma con una consapevolezza: senza un caporale di riferimento il lavoro agricolo te lo puoi pure scordare.
TUTTI SANNO, MA NESSUNO FA NULLA. Le catene però sono ben visibili agli abitanti della Piana, per esempio, alle aziende che trasformano le arance e le clementine in succo, e alle Forze dell'ordine che però hanno le mani legate. Per questo il professore ha proposto la creazione di una super procura contro il Caporalato in grado di coordinare le indagini.
«Il vero problema», fa notare, «è che in certe zone anche la popolazione locale mangia grazie a questo sistema. E lo stesso si può dire per alcune associazioni di accoglienza».
Per non parlare delle amministrazioni che non vogliono perdere interi bacini elettorali. E preferiscono chiudere un occhio.
Per esempio nel 2013 il Comune di Nardò, in provincia di Lecce, non si costituì parte civile al processo scaturito dall'operazione Sabr. Un'inchiesta che aveva portato alla luce una rete criminale transnazionale dedita all'ingresso e alla tratta di irregolari tunisini e ghanesi destinati alla raccolta di angurie e pomodori.
FANTASMI PER LE ISTITUZIONI. I braccianti centrafricani, o le lavoratrici rumene, «che patiscono anche violenze e ricatti sessuali», invece non votano.
«Il testo unico contro il caporalato», denuncia Palmisano, «è in discussione al Senato da sette, otto mesi». E lo Stato è assente: mancano gli ispettori del lavoro e nessuno rischia di fare uno sgarro alle mafie..
Ma non si pensi che il male sia solo al Sud e nel basso Lazio.
IL CANCRO DEL MADE IN ITALY. Agli inferni di Vittoria e Ragusa, della Piana, di Castel Volturno e Villa Literno, dell'Agropontino, del litorale domizio e della Capitanata vanno aggiunti quelli del Trentino, della Franciacorta, a Saluzzo, e pure dell'Emilia Romagna. Ovunque esistano coltivazioni intensive.
Luoghi che popolano lo storytelling del grande made in Italy, l'eccellenza che va protetta e sponsorizzata all'estero. Quella decantata all'Expo di Milano.
«Magari», conclude Palmisano, «prima di stappare un vasetto di passata bisognerebbe essere consapevoli cosa c'è realmente dentro».
O cosa rischia di non esserci: il rispetto dei più basilari diritti umani.


Twitter: @franzic76

8 Giugno Giu 2016 1805 08 giugno 2016
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso