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5 Agosto Ago 2016 1728 05 agosto 2016

Carceri e radicalizzazione, la risposta italiana è insufficiente

Estremismo. Imam fai-da-te. Rabbia. Per l'islamologo Branca ridurre il rischio proselitismo è possibile. E passa dalla cultura. Ma l'Italia sembra non capirlo.

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Preghiera musulmana in carcere.

«Entri delinquente comune ed esci laureato in Jihad».
Un ragionamento che da anni ormai fotografa il rischio di radicalizzazione in carcere.
«La prison, c’est la putain de meilleure école de la criminalité», la prigione è la scuola migliore della criminalità, sosteneva già nel 2007 Amedy Coulibaly. Lo stesso uomo che il 9 gennaio di sei anni dopo venne ucciso nel blitz della polizia all'Hyper Cacher di Porte de Vincennes a Parigi non prima di aver ammazzato quattro ostaggi ebrei.
LA GIUSTIZIA ATTRAVERSO L'INGIUSTIZIA. Coulibaly negli anni della sua detenzione per rapina aveva girato un video clandestino in cui denunciava il degrado delle strutture carcerarie. «Comment vous voulez apprendre la justice avec l’injustice?», si chiedeva provocatoriamente: come volete imparare la giustizia attraverso l'ingiustizia?.
In carcere aveva stretto amicizia con Djamel Beghal, ex esponente del Gia, la brigata islamica integralista algerina. E si era radicalizzato.
Sempre dietro le sbarre hanno abbracciato l'estremismo Salah Abdeslam, l'attentatore di Parigi che si rifiutò di farsi saltare in aria, Mohammed Merah il killer dei bambini ebrei di Tolosa e anche Adel Kermiche, l'attentatore di Rouen.
IN ITALIA 350 SOTTO SORVEGLIANZA. In Italia, come ha ricordato il ministro della Giustizia Andrea Orlando, nelle nostre carceri ci sono circa 10 mila detenuti di fede musulmana, di cui 7.500 praticanti. Trecentocinquanta sono in regime di stretta sorveglianza.
Per evitare il rischio proselitismo, gli individui ritenuti più pericolosi, tra le altre precauzioni, sono spostati da un istituto all'altro.
Ma è sufficiente.
QUELL'ILLUSIONE DI ESSERE AL SICURO. Paolo Branca, islamologo della Cattolica, nutre più di un dubbio. «Nel nostro Paese», spiega a Lettera43.it, «non si è fatto quasi nulla. Dal 2001 c'è stata una stretta che però non ha portato risultati. C'è molta retorica, ma evidentemente il tema non è tra le priorità».
Il fatto, secondo il professore, è che «ci illudiamo di essere al sicuro visto che l'Italia non è ancora stata colpita, forse perché siamo una passerella, un transito» per jihadisti e aspiranti tali. «E fare saltare la passerella sarebbe autolesionista».
Come sempre poi in Italia «ci muoviamo per reazione e manchiamo di iniziativa».

«In carcere si accumulano elementi di emarginazione»

Detenuti musulmani.

Il problema, è innegabile, esiste.
In carcere «ci si può accostare alla religione in modo sbagliato». Spesso, spiega Branca, «si presentano punti di riferimento che però non hanno la necessaria preparazione religiosa». Imam fai-da-te, guide spirituali, «sceicchi», come li chiamava Kermiche. Sempre tenendo fermo un punto: l'estremismo non è sinonimo di terrorismo.
SE NON SI RICONOSCE LA PENA. Molti musulmani in galera «covano rabbia e risentimento, anche contro loro stessi». E questo perché «non si sentono aiutati a redimersi, visto che la pena per cui sono condannati non è contemplata dalla legge coranica». Insomma «non riconoscono la pena, e non c'è espiazione».
Accumulano così elementi di emarginazione. Il risultato è che «sono portati a una adesione radicale ed estrema della lettura del Corano». Se a questo si aggiunge la loro scarsa cultura, ecco che questi detenuti si trasformano in prede perfette. Sposano una visione della religione «banalizzata, fatta di slogan». In poche parole, l'Islam secondo Daesh.
L'antidoto, secondo Branca, esiste. O, meglio, esisterebbe.
RESTITUIRE L'APPARTENENZA PERDUTA. «Bisogna proporre discorsi alternativi», spiega. «Restituire a queste persone il senso di appartenenza a una grande civiltà, attraverso mediatori e rappresentando tutte le correnti, sciiti e sunniti».
Non solo. «Andrebbero spiegati i concetti di pena e perdono, la distinzione tra reato e peccato, e la funzione rieducativa delle nostre carceri», aggiunge il professore, «valori che fanno parte del nostro patrimonio». Ma che spesso non sono messi in pratica nemmeno per i detenuti italiani.
Il fatto è che entrare nelle carceri con progetti simili, magari già finanziati, è quasi impossibile. «Anche mandare libri schedati in arabo è un'impresa», insiste Branca. «Ci si trova di fronte a un muro burocratico e alla resistenza di chi in carcere ci lavora già».
L'ECCEZIONE DI BOLOGNA. Come sempre ci sono delle eccezioni, come il progetto Diritti, doveri, solidarietà al carcere della Dozza di Bologna che prevedeva il confronto-dialogo tra la Costituzione italiane e quelle dei Paesi musulmani per poi arrivare alla stesura di un'unica costituzione ideale. Lavoro dal quale è nato anche il film Dustur (Costituzione).
Non è solo una questione (necessaria in uno Stato di diritto) di rispetto, tacciabile del solito 'buonismo', ma anche di difesa.
«Gli attacchi da parte di individui isolati sui cui poi Daesh mette il cappello sono sempre meno prevedibili», è il ragionamento, «per questo motivo occorre investire in formazione, premiando sul campo le realtà musulmane che propongono progetti efficaci»
Se si mette il naso fuori dall'Italia e si guarda il sistema anglosassone, poi, lo spread si allarga ulteriormente.
«Negli Usa e nel Regno Unito si fa molto di più», assicura l'islamologo. «Ci sono equipe di religiosi che si occupano di detenuti e degenti. Lavorano insieme con psicologi e sociologi».
Nel nostro Paese, invece, «si pagano i privilegi della chiesa cattolica e del concordato. E le carceri sono praticamente terre di nessuno per le altre confessioni».

Twitter: @franzic76

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