INTERVISTA
1 Settembre Set 2016 1430 01 settembre 2016

Escobar, parla il figlio: «Ecco il vero volto di mio padre»

La vita privata, la brutalità, l'idea folle d'un narcotraffico al servizio della società. Il figlio a L43: «Era un uomo vulnerabile. Narcos? Glamourizzazione pericolosa».

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Molto si è scritto sulla vita del narcotrafficante colombiano Pablo Escobar. E fiumi d'inchiostro (e di pellicole) continuano a scorrere tutt’oggi, a più di 20 anni dalla sua morte.
La serie Narcos, uscita il 2 settembre con la seconda stagione, è uno dei tanti progetti che ne seguono la scia di fascino quasi mitologico.
Ma ce ne sono altri, molto meno mediatici, che cercano di mostrare il lato B della storia.
«È irresponsabile ‘glamourizzare’ il narcotraffico», spiega a Lettera43.it il figlio di Escobar, Juan Pablo, che dopo la morte di suo padre ha dovuto cambiare nome (ora è Sebastián Marroquín) e nascondersi con madre e sorella in Argentina (guarda le foto).
«HO MESSO DA PARTE IL DESIDERIO DI VENDETTA». In un momento nel quale il processo di pace in Colombia sta dando i suoi frutti, e si sono placati l’odio, l’indignazione e il lutto per le stragi provocate da Escobar, Juan Pablo ha deciso di rompere il silenzio e raccontare, raccontarsi, parlare della sua vita a fianco del più famoso e sanguinario narcotrafficante del mondo, ma anche dare una nuova luce al personaggio e, allo stesso tempo, alla storia di un Paese percorso per molti anni dalla corruzione e dalla violenza dei cartelli della droga.
Prima con il documentario Pecados de mì padre e poi con il libro Pablo Escobar mì padre, Juan Pablo ha cercato di mettere da parte l’odio - «Ho giurato che avrei vendicato la morte di mio padre, però ho rotto la promessa 10 minuti dopo», scrive nella prefazione del libro -, invitare alla pace, ricordare che la vita di suo padre (magnificata dalle serie) non era solo feste, soldi, donne e aerei, ma era quella di un uomo che ha camminato fianco a fianco con la morte: «Quando nei social dei ragazzini mi dicono 'io adoro tuo padre e voglio essere come lui', io rispondo: 'Anch’io lo adoro, però non voglio essere come lui'» (leggi i 28 errori della serie segnalati da Juan Pablo).

Juan Pablo Escobar, alias Sebastián Marroquín.

DOMANDA. Cos’ha imparato dalla storia di suo padre?
RISPOSTA. Mio padre mi ha mostrato, paradossalmente, due cammini opposti: quello della vendetta e quello della riconciliazione. Ed è da quest’ultima posizione, dal perdono, dal rispetto, che cerco di raccontare la sua vita intima e personale. O meglio, le sue vite.
D. Le sue vite?
R. Quella del padre amoroso, che educò i suoi figli a valori come la gratitudine e la solidarietà sociale, e quella del capo che ordinava di uccidere centinaia di persone a sangue freddo.
D. Com’è stato rivivere questa storia, rivangare nel passato?
R. Scavare tra questi ricordi, tornare nei luoghi dove io e mio padre abbiamo vissuto momenti importanti è stato un processo doloroso. Fatto di lacrime, ma privo di rancore o di desiderio di vendetta.
D. La pubblicazione del libro non è stata ben vista dal governo colombiano. Perché?
R. È una storia che contraddice le versioni ufficiali, che non dicono la verità. Non piace che si parli dell’enorme quantità di violazioni ai diritti umani che si sono commesse per braccare un solo uomo.
D. Suo padre aveva messo a ferro e fuoco un intero Paese...
R. Aveva la pazza idea di mettere il narcotraffico al servizio della società. Dove c’era un vuoto dello Stato, lui lo riempiva.
D. Ed è una giustificazione?
R. Capisco che mio padre abbia messo a dura prova tutte le istituzioni democratiche della Colombia, sottomettendole al giogo della sua violenza. Però non sarebbe stato possibile senza la corruzione dei funzionari.
D. Oggi la situazione è diversa?
R. La Colombia è un Paese che ha toccato il fondo in tema di violenza, ha voluto cercare nuovamente la via della democrazia, migliorando le sue istituzioni. E ha messo in atto cambiamenti che fanno ben sperare.
D. È cambiato anche l'approccio della popolazione verso i crimini di suo padre?
R. Ho ottenuto il perdono per crimini che ha commesso e che sono stati atroci. Vedo nelle vittime il desiderio di dare priorità alla pace e non alla vendetta.
D. Cosa pensa del modo in cui viene presentato il narcotraffico in serie tivù come Narcos e nei film commerciali in genere?
R. Le nuove generazioni non devono farsi sedurre dal glamour. Prodotti come serie e video musicali gonfiano gli scarsi minuti di gloria dei capi e non parlano di tutto il resto, della vulnerabilità. I narcos vengono della fragilità e dall’esclusione, sentono un odio con il quale giustificano la violenza. La gente vede mio padre in moto, nel suo zoo, nei suoi yacht e nei suoi aerei: quale giovane non vorrebbe essere così? Però io ho vissuto una storia di terrore.
D. Quali sono i ricordi più vividi?
R. Io ho visto mio padre in rifugi, senza niente da mangiare. Avevamo migliaia di dollari sul tavolo e non potevamo uscire a comprare cibo o acqua. Alla lunga, non c'è piacere. Mio padre avrebbe dato tutta la sua fortuna per poter passare anche solo pochi minuti di tranquillità con la sua famiglia.
D. Se le proponessero di fare una serie sul suo libro, accetterebbe? Magari per dare una visione differente...
R. Credo di sì. Sarebbe un elemento di contrapposizione, si eviterebbe la proliferazione di questo tipo di messaggi nocivi per la società, che molti produttori vedono come un modo per riempirsi le tasche. Il problema è che pensano solo al beneficio economico e non all’enorme danno che fanno alla gente, inculcando già nei più giovani il desiderio di ripercorrere le orme di uno dei peggiori delinquenti che l'umanità abbia mai conosciuto.

Twitter @shpiler77

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