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Palestina, viaggio nell'occupazione israeliana

Insediamenti e barriere proliferano. Confinando oltre 2 milioni di palestinesi. Nello stato di reclusi e apolidi. Il reportage di L43 nei territori colonizzati.

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dalla West Bank

Ogni sabato di festa le strade della West Bank sono deserte. Davanti alle poche auto scorre il lungo asfalto, ai lati chilometri di filo spinato e posti di blocco. Un reticolo di barriere e telecamere, a volte di check point, protegge le vie verso gli insediamenti israeliani in Palestina, affollatissime nei giorni lavorativi. I pendolari sono le migliaia e migliaia di israeliani che entrano ed escono, verso il lavoro e di ritorno nei loro moderni e spaziosi appartamenti o nelle villette a schiera.

GUERRA A GERUSALEMME EST. La più grande di queste strade porta nella periferia di Gerusalemme Est, le colline diventate quartieri urbani disordinati e densi di auto e smog, come a Sheikh Jarrah, teatro il 9 ottobre dell'ennesima sparatoria contro le forze dell'ordine israeliane, vicino a una fermata del tram. Non casualmente alla vigilia dello Yom Kippur, tra le festività più importanti del calendario ebraico.

Un grande insediamento di coloni.

Le misure di sicurezza, già a livelli elevatissimi, sono state rafforzate dopo l'attentato. «La parte di Gerusalemme Est fuori dalla città vecchia è la più arrabbiata e pericolosa delle aree urbane palestinesi. Tutta la criminalità è stata lasciata addensare qua, nessuno può più controllarla. Controlla lei il quartiere, non le forze dell'ordine in minoranza», spiega la guida palestinese che ci accompagna in auto.

DAMASCUS GATE. Si entra dopo uno zigzag ridondante lungo la barriera della West Bank. I palestinesi della Cisgiordania, che in Terra santa circolano con targhe diverse e in strade talvolta separate da quelle dei coloni, ci sono abituati. A un paio di chilometri da Sheikh Jarrah c'è Damascus Gate, la porta del quartiere arabo-palestinese della città vecchia da dove partono gli autobus per la Cisgiordania e dove un anno fa furono accoltellati degli agenti israeliani.

L'espansione israeliana è come un cancro.
Per noi una questione politica, non religiosa

Da qui è vicina anche la Spianata delle Moschee degli scontri frequenti, per i tentativi di accesso degli ultraortodossi a quello che per gli ebrei è il Monte del Tempio: a molti turisti e pellegrini in visita nel centro storico - ricompreso nel settore palestinese occupato - Gerusalemme appare un luogo dalle tensioni ancora fisicamente lontane.

SPIANATA BLINDATA. Ma passeggiando sopra la cerchia di mura si incontrano soldati armati di vedetta. Anche le strade verso la Spianata delle Moschee, nelle indicazioni stradali come il Monte del Tempio, sono blindate dai militari. Nell’ufficio di informazioni turistiche gestito da israeliani di Jaffa Gate, l’ingresso per la città vecchia, campeggia una cartina dove tutta la Cisgiordania e Gerusalemme sono ricomprese sotto lo Stato d’Israele.

Damascus Gate a Gerusalemme Est.


Per le case e i negozi palestinesi del centro si persegue da decenni una politica edilizia per la decadenza e lo svuotamento: gli investimenti nelle infrastrutture e negli ammodernamenti sono minimi. Viceversa si incentivano gli insediamenti israeliani: oltre 1000 i nuclei autorizzati dal governo israeliano solo tra il 2015 e il 2016.

OLTRE 700 MILA COLONI. Per i cantieri si impiegano anche lavoratori palestinesi, aggiungendo odio all'odio. Tra le aree più urbanizzate dai coloni c'è proprio Gerusalemme Est: un grande insediamento israeliano spicca sulla collina appena oltre la periferia caotica. Secondo i dati dell’Istituto israeliano di Statistica sono oltre 400 mila i coloni in Cisgiordania, altri 300 mila nella parte palestinese di Gerusalemme, che l’Onu denuncia sotto occupazione illegale dalla Guerra dei sei giorni del 1967.

Un murales di Banksy.


Nonostante i richiami dell’Unione europea, e timidamente anche degli Usa, gli insediamenti abusivi crescono a un ritmo costante, quasi il 6% di nuovi coloni all’anno. Le deroghe agli accordi per «ragioni di sicurezza» sono la porta maestra per l’inesorabile espansione israeliana: «Un cancro», commentano a Lettera43.it gli accompagnatori palestinesi, «la questione - per noi politica non religiosa - va avanti dal 1948. Parliamo ormai di quasi 10 milioni tra profughi e sfollati nei territori palestinesi e all’estero».

MIGLIAIA DI CONFISCHE. Solo dal 2000 sono state confiscate più di 4 mila abitazioni in Cisgiordania e migliaia di famiglie palestinesi sono state spostate per far posto ai blocchi dei coloni. In un campo profughi vicino a Betlemme si aspetta giustizia da più di mezzo secolo: accanto alle porte le famiglie hanno appeso le chiavi delle loro vecchie case a Tel Aviv, che in arabo chiamavano Tal al Rabia.

Lungo le mura di Gerusalemme.


Si allettano i palestinesi a vendere terreni e immobili e qualcuno di loro accetta: a Gerusalemme come a Hebron, o in altri centri dell’antica Giudea e Samaria come Gerico. Oltre la barriera della West Bank, in uno dei popolosi insediamenti tra Betlemme e il monte dei resti archeologici del palazzo di Erode, vive orgogliosamente anche il colono e ministro della Difesa Avigdor Lieberman, a lungo ministro degli Esteri ora ministro della Difesa, esponente della destra sionista di Yisrael Beiteinu.

TRA CITTADINE E KIBBUTZ. Decine di altri villaggi più piccoli, le comunità agricole dei kibbutz dove gli americani vanno in agriturismo sul Mar Morto, sono stati costruiti in Cisgiordania, collegati a Gerusalemme su strade loro riservate con massicci sistemi di sorveglianza. Agli ingressi dei kibbutz stazionano giovani militari armati, spesso di colore: sono gli ebrei etiopi ed eritrei accolti nello Stato di Israele dalla fondazione e «usati in prima linea come soldati stupidi», dicono i palestinesi.

Il Muro della West Bank.  


I padroni di Gerusalemme Est e della West Bank sono gli israeliani. Centinaia di ettari di terreno sono occupati dagli insediamenti nell’area C (il 60% di suolo della Cisgiordania a controllo israeliano), che ormai accerchia i centri e le città ricomprese - ma neanche tutte - nell’area A, per gli accordi di Oslo del 1993 a totale amministrazione dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). L’area B (il 20% del sistema a cerchi concentrici a controllo israeliano e palestinese) è in realtà inesistente, i palestinesi non hanno un vero esercito e la competenza militare è stata assegnata a Israele.

RECLUSI E APOLIDI. Anno dopo anno i coloni si sono mangiati più dell’80% della Cisgiordania nell’inazione internazionale, confinando gli oltre 2 milioni di palestinesi residenti allo stato di reclusi e apolidi nei loro territori. Tutte le frontiere della West Bank, anche con la Giordania, sono controllate dagli israeliani: per entrare o uscire occorre il timbro di Israele, ci sono palestinesi che non hanno mai visto il mare a 50 chilometri di distanza.

Sulla Spianata delle Moschee.


Se gli israeliani non possono entrare nell’area A dell'Anp, ai palestinesi della West Bank è vietato l’accesso a Gerusalemme Est, senza permessi lavorativi o per visite autorizzate, e verso la Striscia di Gaza. Un muro di oltre 700 chilometri eretto dopo le Intifade separa dal 2002 Israele dalla Cisgiordania: a Betlemme e Ramallah il passaggio attraverso la barriera è «un'umiliazione», ci racconta Hasim, che vive e lavora nel centro storico della città santa. Come lui gli oltre 300 mila palestinesi di Gerusalemme Est hanno più margine di spostamento rispetto ai connazionali della West Bank: possono entrare in Cisgiordania presentando i documenti ai varchi, senza permessi speciali, ma diversi preferirebbero «vivere oltre il Muro, sotto l'Anp i prezzi sono più bassi. Qui invece tutto è più caro e siamo discriminati».

TUNNEL E CONTROLLI. Hasim non si fida a guidare in macchina oltre la barriera, teme sparatorie e si muove sempre in autobus: al varco i turisti e gli stranieri con passaporti israeliani o di Stati non arabi o islamici vengono controllati a bordo. I palestinesi devono scendere, attraversare un tunnel e venire interrogati. Alcuni raccontano di «essere anche spogliati a volte». Se va tutto bene, possono risalire sull’autobus successivo con il vecchio biglietto verso Gerusalemme o la Cisgiordania.

Insediamenti a Gerusalemme Est.


Non di rado esplodono scontri proprio a Betlemme, lungo il muro della West Bank. Il versante orientale è colorato dalle pitture dell'attivista-writer Banksy e dai murales politici. A comprare souvenir dell'anonimo artista inglese troviamo David, giovane californiano di mamma ebrea che ha lavorato in un vicino campo profughi. Tornerà presto perché è «innamorato della Palestina» e come lui diversi stranieri di origini ebraiche che vogliono aiutare i palestinesi o visitare la West Bank entrano con i loro passaporti non israeliani.

FAVORIRE LA DIASPORA. Nel caso di David i documenti non tradiscono la discendenza. Le generalità dei milioni di palestinesi della diaspora sono invece quasi sempre riconoscibili e per rientrare nei loro territori non basta presentare il passaporto con la cittadinanza straniera acquisita: le domande d'ingresso sono vagliate dell’apparato di sicurezza israeliano. La politica è di scoraggiare il ritorno in patria di chi se ne va. I palestinesi con un passaporto giordano hanno più facilità a spostarsi, ma devono comunque superare i controlli e le schedature alla frontiera.

Nella West Bank i prezzi sono più bassi.
A Gerusalemme Est è tutto più caro
e siamo discriminati

Da questa cappa di oppressione non si esce se non si è in un qualche modo dei privilegiati. Qualche spiraglio si è aperto, dal seggio dell’Onu alla Palestina come Stato osservatore nel 2012 e dal successivo riconoscimento della Palestina come Stato da parte di alcuni governi e parlamenti europei. Ma l’investitura di Ramallah a capitale è un processo lento mentre le colonie israeliane si moltiplicano. «Essere in un luogo e sognare di stare in un altro è il prezzo da pagare per essere palestinese», scrive sui social network una ragazza amante dell’Italia dalle campagne di Gerusalemme Est.

Twitter @BarbaraCiolli


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11 Ottobre Ott 2016 1815 11 ottobre 2016
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