Corte Ue, Uber è servizio trasporto
Attualità
20 Dicembre Dic 2017 1107 20 dicembre 2017

Uber, le conseguenza della sentenza della Corte europea

Il servizio discusso non esiste già più, ma ci sono app simili, oggi legali. Infilatesi nel vuoto legislativo. Perché la legge di riordino non arriva, e il governo rimanda di anno in anno.

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La notizia è grande, gli effetti pratici minimi. Almeno per Uber. Dopo quasi un anno di attesa, il 20 dicembre la corte di giustizia dell'Unione europea ha rifiutato di riconoscere la società di ridesharing californiana come una Information society service – che opera nel settore nel mercato digitale, sottostando a regole europee – ma la ha inquadrata invece come una società di trasporti, che dunque deve essere fornita delle stesse licenze dei taxi.

UN SERVIZIO CHE NON ESISTE DA TEMPO. Il caso riguarda il servizio Pop, quello fornito da persone comuni, a bordo delle loro auto, che si sostituivano ad autisti professionisti; un servizio che in Italia non esiste più dal 2015, quando venne dichiarato illegale dal tribunale di Milano. E siccome, anche prima di arrivare di fronte al tribunale europeo su ricorso di un tassista spagnolo, le cose si mettevano male, Uber ha smantellato l'opzione Pop praticamente ovunque in Europa: al momento è attivo solo in qualche Paese dell'Est: Romania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia.

La sentenza europea chiarisce una volta di più che devono essere i singoli Paesi a legiferare e a regolamentare i nuovi servizi che la rivoluzione digitale sta portando sul mercato

L'indicazione del tribunale è però fondamentale per almeno altre tre ragioni. Intanto, perché esistono emuli di Uber Pop ch in Italia sono al momento attivi, visto che finora nessun tribunale li ha fermati. Il più noto è erogato attraverso la app Heetch, che è una replica esatta di Pop con l'unica differenza di essere attiva solo la notte, perché si propone come lo strumento per tornare a casa in sicurezza dopo la discoteca senza dover spendere cifre esorbitanti. Si chiuderà ora il mercato anche per chi ha provato, quatto quatto, a infilarsi nella scia di Uber, agendo col passaparola e riuscendo così a evitare le proteste dei tassisti?

EFFETTO DOMINO PER AIRBNB? L'indicazione del tribunale del Lussemburgo ha poi chiarito un altro punto: questo genere di servizi di nuova generazione, ancorché peer-to-peer ed erogati via app, sottostanno alle legge nazionale dei trasporti. Si può dunque forse immaginare che anche altre iniziative on demand o sharing, come Airbnb o Gnammo, potrebbero essere regolamentate secondo la disciplina di settore: il che complica la posizione di Airbnb di rifiutarsi di fungere da sostituito d'imposta e versare la famosa tassa sugli affitti brevi del 21%, cioè la cedolare secca richiesta per tutti i contratti di questo genere.

Infine, la sentenza europea chiarisce una volta di più che devono essere i singoli Paesi a legiferare e a regolamentare i nuovi servizi che la rivoluzione digitale sta portando sul mercato: un'inizitiva fondamentale per non privare i cittadini di servizi che sono spesso più economici ed efficienti di quelli tradizionali.
Alcuni Paesi si sono già mossi: Estonia e Finlandia hanno varato di recente leggi che regolarizzano e regolamentanto il ridesharing, disponendo oneri e vincoli, ma fornendo al contempo alle persone la sicurezza di potersi avvalere legalmente di servizi che piacciono. Croazia e Portogallo hanno leggi che attendono solo il voto del parlamento. La Francia ha appena affrontato il riordino del settore dei trasporti. L'Italia, invece, ancora una volta utilizza la filosofia anche oggi ci penso domani, rimanandando di anno in anno le decisioni da prendere.

SI RIMANDA DI ANNO IN ANNO. Da noi Uber resta in funzione solo con il servizio di auto con conducente (Ncc), noto come Uber Black, e da anni si discute essenzialmente su un punto: l'obbligo del rientro in rimessa dopo ogni corsa. Nonostante l'entusiasmo di Matteo Renzi, che nel 2014 consegnò ai giornalisti: «Ho provato Uber in America ed è un servizio fantastico!», il suo governo, impegnato in ben altre battaglie di cui oggi sono evidenti le cicatrici, mai riuscì a intervenire per regolamentare le cose. L'anno scorso, dopo un anno di proteste anche molto violente, e in attesa di una legge di riordino del settore, nel decreto Milleproproge si infilò all'ultimo minuto la decisione di prorogare di un anno il tempo in cui non sarebbe stato considerato illegale il mancato ritorno in rimessa. Siamo alla fine del 2017 e nella legge di Bilancio il governo ha appena infilato un emendamento che rimanda il tutto di un altro anno, fino al 31/12/2018. Sempre nell'attesa di una legge di riordino del settore trasporti, su cui - pare - si sta lavorando alacremente. Ma le Camere stanno per essere sciolte ed è fin troppo facile scommettere che con la nuova legislatura si ripartirà da capo.

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