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LA MODA CHE CAMBIA
24 Giugno Giu 2018 0900 24 giugno 2018

Brevissimo manuale di educazione social

I vari Facebook, Twitter e LinkedIn hanno sdoganato alcune regole fondamentali del bon ton. Ma ci sono leggi che non possono morire dietro i tasti di uno smarphone o lo schermo di un computer. 

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Al momento, ci sono indubbiamente notizie e temi più importanti di quello di cui andrò a scrivere nelle prossime righe. Eppure, mi ha colpito molto che un mio post sull’abuso dei messaggi vocali su Whatsapp, scritto su Facebook alcuni giorni fa, sia stato apprezzato 220 volte e condiviso quasi altrettanto. È il sintomo dell’intolleranza che non solo io, ma tutti, iniziamo a nutrire nei confronti dell’invasività consentita dai social media e del desiderio di un minimo di regole o anche, diciamolo francamente, di un po’ di educazione civica e civile nei messaggi e negli interscambi che Facebook o LinkedIn rendono apparentemente così facili. Non mi riferisco ai cosiddetti “leoni da tastiera”, cioè a quei pusillanimi che, dietro a una fragile maschera anonima, vomitano veleno su avversari politici veri o presunti, donne, ex fidanzati o personaggi famosi. Parlo piuttosto di quegli “amici”, veri o presunti, ai quali un nostro cenno di assenso, o la famosa «accettazione della richiesta di amicizia» sembra offrire il destro per trattarci come pezze da piedi, rivelando una maleducazione o un sessismo vissuti non di rado in modo totalmente automatico, cioè non gestito dalla famiglia e fin dall’infanzia. Tre casi da manuale:

IL BENVENUTO. Praticato prevalentemente dagli uomini nei confronti delle signore che accettano la loro richiesta di amicizia o di contatto sui social, rivela nel modo più plateale non solo la totale ineducazione di un buon numero di esponenti di sesso maschile, ma anche il complesso di superiorità che li affligge. Ve lo scrivo a chiare lettere: se voi mi chiedete l’amicizia e io ve la concedo, sono io che vi accolgo nella mia cerchia di conoscenti, e quindi a darvi il benvenuto, eventualmente e se mi va. Non voi. Non mi sento una privilegiata nel concedere l’amicizia al signor pincopallo dell’ufficio stampa del festival di Ravello (benemerita e raffinata iniziativa gestita per anni dall’amico Domenico De Masi, evidentemente molto cambiata), ma non ci sono dubbi che se lui mi chiede il via libera a uno scambio sui social media, significa che un po’ al mio contatto tenga. Dunque è lui nel ruolo del questuante, non io, mi pare semplice e ovvio. «La ringrazio di aver accettato la mia richiesta» è la formula corretta. Dandosi del lei: l’amicizia soprattutto su LinkedIn è professionale, non reale. Grazie infinite.

Se voi mi chiedete l’amicizia e io ve la concedo, sono io che vi accolgo nella mia cerchia di conoscenti, e quindi a darvi il benvenuto

Punto due: non mi imponete di ascoltare i messaggi che mi lasciate mentre fate la doccia o peggio. Non siete più impegnati di me: abbiamo tutti da fare, e chiedermi di ascoltare la vostra ineffabile voce che mi comunica, o mi ordina, o mi suggerisce qualcosa, è la maniera migliore per mettermi di cattivo umore. Non aspetto il vostro oracolo, vivo benissimo anche senza. Se avete qualche cosa da dire mi telefonate o, non trovandomi, mi scrivete un messaggio. Controprova: se non rispondo al messaggino vocale, vengo puntualmente richiamata qualche ora dopo da gente che ha compreso il messaggio. Quando gli è sfuggita l’antifona, spiego chiamamente di non ascoltare mai i messaggi vocali. Se mi chiede ancora per quale motivo non lo faccia, senza scusarsi, viene depennato. Non abbiamo nulla da dirci, in tutta evidenza.

IL «SALVE». Salve a chi? Ave o Cesare? Salute a tua zia? Molto praticato al Sud e in particolare a Roma, molto usato dagli studenti, dai provinciali o dalle mezzecalzette, viene vissuto come una sorta di confidenza a metà; un po’ di meno del buongiorno e un po’ di più del ciao. Se non conoscete qualcuno abbastanza per dargli del tu, dategli risolutamente del lei e non sbaglierete. Buongiorno, buonasera. Sempre, grazie.

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