Lo scontro
Tra i fornelli
22 Novembre Nov 2010 0935 22 novembre 2010

Telecuochi e magnati

Regno Unito: Oliver e Ramsay, gli imperi degli chef star.

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di Lorenzo Berardi

Due nomi: Jamie Oliver e Gordon Ramsay. Sono più che chef, sono star e imprenditori che rappresentano la cucina britannica nel mondo. Tra apparizioni televisive, linee di prodotti e pentole, franchising di ristoranti, i due sono protagonisti di un duello all'ultimo cuoco. Oggi, anche grazie a loro, i palati dei sudditi di Sua Maestà hanno scoperto il gusto del buon cibo. Ma non è sempre stato così, anzi.

«Per noi qualsiasi cosa è cibo»

«I Romani non ci sono pari nel sopportare la fame e la sete; sempre abbisognano di frumento macinato, di vino, di olio in tal misura che, se una sola di queste cose viene a mancare, subito periscono. Per noi, invece, qualunque erba o radice è cibo; qualunque succo è olio; qualunque acqua è vino».
Secondo lo storico latino Dione Cassio sono queste le parole con cui Boudicca regina degli Iceni, antica popolazione britannica, incitò il suo popolo alla rivolta contro l'occupante romano. Era il 61 dopo Cristo. Frumento macinato, olio, vino: nient'altro che lussi decadenti destinati al gozzovigliare di un popolo dai costumi lascivi e corrotti. Non a caso le cronache dell'epoca paiono reticenti ad associare l'ostile Britannia latinizzata ai luculliani banchetti che allietavano le notti dei patrizi romani ispirando il Satyricon di Petronio.

Niente sugo o dinner, siamo inglesi

Tra Ramsay e Oliver è in corso una guerra all'ultimo cuoco.

Non che nei secoli seguenti le cose siano cambiate granchè. Certo, qualche secolo più tardi nei suoi Racconti di Canterbury, Geoffrey Chaucer, scriveva di «carne arrostita, latte e pane bianco», ma destinava simili prelibatezze ai cagnolini di una badessa che «nemmeno affondava troppo le dita nella salsa».
Inutile cercare nei classici della letteratura inglese elegie sulla salsa Worcester o liriche dedicate alla stagionatura del formaggio Cheddar. Il sommo William Shakespeare e altri grandi letterati britannici come John Donne, Dylan Thomas, John Keats o T.S. Eliot preferivano scrivere di tempeste, gelidi cimiteri e terre desolate che lasciarsi ispirare da una zuppiera fumante o dalla fragranza di una madeleine.
Qualcuno obietterà che J.R.R. Tolkien, autore del Signore degli Anelli ha intitolato un capitolo della sua celebre opera "Erbe aromatiche e coniglio al ragù" ma, piccolo particolare, Tolkien era sudafricano. Inoltre quel riferimento sa tanto di omaggio letterario alla "Rabbit Room" la saletta del pub The Eagle and Child di Oxford dove il creatore della Terra di Mezzo disquisiva di letteratura con quello di Narnia, CS Lewis.
Oggi basta spingersi a Nottingham oppure in Scozia per capire come persino il termine dinner (cena) scompaia, rimpiazzato da tea. «Cosa hai mangiato per tea stasera?» si chiede allo straniero. E se egli si ostina a chiamare il pasto della sera con il nome suggerito dalle grammatiche inglesi di tutto il mondo sarà visto con malcelato sospetto.
Del resto, vi sono luoghi in cui fino a qualche decennio fa si mangiava due volte al giorno: la mattina appena svegli e alle cinque del pomeriggio, l'ora del tè appunto. La cena era un lusso da upper class.

La dieta ferrea di Lady Thatcher

Margaret Thatcher in visita alle miniere di Wistow nel 1980

Quasi 1920 anni dopo l'arringa di Boudicca, il Regno Unito era guidato da una Lady di Ferro che aveva poco dell'amazzone, ma che condivideva il disprezzo per la cucina mediterranea della regina degli Iceni. Erano giorni campali in cui Margaret Thatcher affrontava le folle sorretta da una dieta quasi autarchica a base di uova (28 a settimana), spinaci, pompelmo e un goccio di whisky, l'ideale per buttare giù le lontane proteste dei minatori scozzesi.
Inutile negare che, tenuti a stecchetto da un simile regime alimentare, fino a metà degli anni '80 i buongustai inglesi non vedevano l'ora di attraversare la Manica nei weekend mentre Londra tentava di imitare Parigi riempiendosi di mediocri e costosissimi ristoranti dai nomi francesi.
Nel frattempo, qualcosa di stuzzicante cominciava a prendere forma in grandi città a forte immigrazione come Birmingham, Manchester e Bradford, ma il puzzo di frittura del fish and chips nazionale si sovrapponeva all'aroma del curry, creando un mix poco invitante.
Più a nord, la Scozia stava per dare il benvenuto agli acidi di Irvine Welsh e Glasgow già si preparava a rivendicare l'invenzione del pollo tikka masala.

L'inarrestabile scalata tivù di Jamie

Nel 1989 Jamie Oliver aveva 14 anni e certo non immaginava di essere destinato a divenire una delle celebrità più note del Regno Unito. Studiava il necessario e faceva il batterista in una band di teenager, gli Scarlet Division, dando una mano ai genitori nella cucina del pub di proprietà a Clavering nella campagna dell'Essex.
Otto anni dopo, il giovane Jamie era sous-chef al The River Cafè, un ristorante italiano di Londra. Qui venne notato dalla Bbc che nel 1998 lo scritturò per uno show dal titolo programmatico: The Naked Chef (Lo chef nudo o "a nudo"). Lo stesso anno Tony Blair lo invitava per pranzo al 10 di Downing Street. Cucinava Jamie, non Cherie.
Zazzera biondiccia, piglio spavaldo e pose da popstar dei fornelli conquistarono il grande pubblico portando alla pubblicazione di un libro di ricette che balzò in vetta alle classifiche di vendita: ne seguirono altri 16. Jamie non si fermò più, tanto che in 11 anni sfornò 18 programmi da capocuoco fra Bbc e Channel 4, conditi con innumerevoli apparizioni televisive su entrambe le sponde dell'Atlantico. Ma tutto questo non era che il carrello dei primi.

Testimonial da 8,4 milioni di sterline

Oggi lo chef Jamie si erge ad ambasciatore di un'alimentazione sana ed equilibrata, ma in passato non ha disdegnato di prestare il volto a Sainsbury's una catena di supermercati che non fa esattamente rima con concetti come biologico e chilometro zero. Il tutto per un banchetto pubblicitario durato sette anni. Il conto versato dalla grande distribuzione allo chef? 8,4 milioni di sterline.
Il dessert lo offrì Jme Food, una linea di prodotti alimentari finita sugli scaffali di Sainsbury's e di quasi ogni supermercato del regno. Garantiva Jamie. Ma il biondo Re Mida dei fornelli non era ancora soddisfatto. Lanciò così una serie di padelle griffate JO. «Avrei dovuto essere italiano», si legge sul suo sito ufficiale, «In Italia c'è una tale diversità negli stili di vita, nel cucinare, nelle tradizioni e nei dialetti. Questo è il motivo per cui, come chef, trovo l'Italia così eccitante e questo mi ha ispirato nella creazione di Jamie's».
Un impero, il suo, della ristorazione composto da 15 ristoranti Jamie's Italian popolarissimi nel Regno Unito. E 15 (Fifteen) è anche il nome di quattro locali fra Melbourne e la Cornovaglia, gestiti da giovani sotto l'ala protettiva di Oliver.

Jamie vs Ramsey, fornelli coltelli

Di nove anni più vecchio del rivale, Gordon Ramsay è stato una giovane promessa calcistica prima di terminare anzitempo la carriera per un brutto infortunio al ginocchio.
Nato in Scozia, ma cresciuto in Inghilterra, fra la shakespeariana Stratford-on-Avon e la sonnolenta Banbury, Gordon cominciò a cucinare a 15 anni facendo bottega fra Londra e le Alpi francesi. Appena 27enne, nel 1993, Ramsay divenne capo chef di un ristorante senza infamia e senza lode del quartiere londinese di Chelsea. Dopo solo 14 mesi il giovane cuoco si guadagnò la prima stella Michelin. E sette anni dopo, la Bibbia dei gastronomi di tutto il mondo assegnò al suo ristorante londinese tre stelle, il massimo riconoscimento possibile.
Da qui in poi la fama dello chef scozzese divenne planetaria. Nel giro di 15 anni chef Ramsay ha aperto 25 ristoranti fra Tokyo, Dubai e New York con una predilezione per la grande ristorazione alberghiera, un tratto che deriva dal suo pedigree professionale e lo differenzia da Jamie Oliver.
Ce n'era abbastanza per fondare una società, la Gordon Ramsay Holdings Limited, e per cominciare una fruttuosa carriera di chef televisivo. È grazie al successo di trasmissioni come Boiling Point, Hell's Kitchen e soprattutto della versione statunitense di Masterchef che le sfuriate di Ramsay sono diventate il suo più celebre marchio di fabbrica, tanto da farlo arrivare trasformato in cartoon su South Park. A oggi lo chef di Glasgow ha pubblicato 20 libri, tre in più di Oliver.

Se gli inglesi hanno finalmente scoperto la ricetta del cucinare divertendosi lo si deve anche a personaggi dall'ego lievitato innaturalmente come Jamie e Gordon. Due star dei fornelli che guardano l'uno all'Italia e l'altro alla Francia e su cui il Regno Unito è pronto a dividersi per combattere le proprie guerre in cucina.

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