L'intervista
11 Marzo Mar 2011 1329 11 marzo 2011

Tsunami, rischio italiano

Il geologo: «Servono piani di emergenza».

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Gian Vito Graziani, presidente dell’Ordine nazionale dei Geologi.

Ogni anno, in Italia, si contano tra i 1.700 e 2 mila terremoti. Scosse di poco conto, sotto i due gradi della scala Richter. Di cui, precisano gli esperti, nemmeno ci rendiamo conto. E soprattutto nessuno dà notizia.
La stessa noncuranza con cui l’Italia affronta il rischio onda anomala. Relegata, nell’immaginario collettivo, ad abbattersi sulle coste dell’Asia pacifica, colpita dallo tsunami nel 2004. E tornata in allarme l’11 marzo 2011 con il sisma in Giappone.
«Ma è un errore di valutazione: il nostro è un Paese a rischio. Il disastro di Messina nel 1908 dovrebbe ricordarcelo sempre», ha ammonito parlando con Lettera43.it Gian Vito Graziano, presidente dell’Ordine nazionale dei geologi.

Domanda. Professore, ma quello di Messina non fu un terremoto?
Risposta. Il sisma fu accompagnato da un maremoto di cui quasi nessuno ricorda, con onde alte 30 metri.
D. Quanto quelle di Sumatra, nel 2004.
R. Esatto, quanto quelle che sconvolsero il mondo e ci resero familiare il concetto di tsunami. Le dirò di più: la furia dell’acqua giocò un ruolo enorme nella devastazione di Messina.
D. Ma l’Italia è un Paese a rischio?
R. Assolutamente sì, anche se non lo si dice mai. Noi siamo un territorio ad alta sismicità, aperto al mare. Più territorio costiero significa maggiore rischio tsunami: è già successo, dobbiamo aspettarci che riaccada.
D. Eppure nessuno ne ha mai parlato.
R. Gli esperti dell’Istituto nazionale di Geofisica e vulcanologia studiano i rischi e cercano di renderli pubblici, ma la divulgazione delle informazioni è il punto debole del nostro Paese.
D. Saremmo pronti ad affrontare un’emergenza di quel tipo?
R. Le posso dire quello che ci vuole: la consapevolezza del rischio e l’educazione ad affrontarlo. Esattamente come in Giappone. Li ha visti come erano calmi nel gestire l’emergenza?
D. Già. Noi avremmo quella capacità?
R. Oggi? Non credo.
D. Ma quando 30 metri di acqua ti si abbattono contro, come ci si salva?
R. Intanto, non devi farti trovare lì quando l’acqua arriva. Evacuare in modo ordinato e immediato è la prima, e forse unica, misura.
D. Ma c’è il tempo?
R. Sì. L’onda anomala nasce in seguito a un terremoto in mare. Il nostro Istituto di sismologia monitora 24 ore su 24 la situazione: in caso di terremoto può dare l’allarme in tempo reale. Ci vuole almeno un’ora perché il maremoto arrivi sulla costa, a volte molto di più.
D. Un’ora basta per evacuare?
R. Se non ci si lascia prendere dal panico, sì. È necessario sapere esattamente dove andare e come arrivarci: ogni cittadino dovrebbe conoscere lo schema viario e le vie di fuga predisposte per l’emergenza.
D. Ma uno schema per l’emergenza esiste, in primo luogo?
R. Questo è il punto: ancora no. Il legislatore, in una norma molto contestata, ha scritto che i comuni 'possono dotarsi di un piano di protezione civile'. Possono, non devono. Sa bene come è difficile fare le cose su base volontaria, senza essere costretti.
D. Il piano è quello che dovrebbe contenere le indicazioni?
R. Esatto, sul piano ci dovrebbero essere tutti i dettagli. Dovrebbe rispondere a tre domande cruciali: come scappo? Dove devo andare? Qual è la via che devo seguire?
D. Perché i comuni non lo predispongono?
R. Si chieda perché si continua a costruire sulle falde del Vesuvio, un vulcano attivo, che prima o poi erutterà di nuovo. Oltretutto, il giorno in cui succederà, ci sarà probabilmente anche un maremoto.
D. Quali sono le aree a rischio, oltre alla costa napoletana?
R. In linea di massima, tutte le aree costiere dove è più alto il rischio sismico. Quindi la costa occidentale della Calabria, la costa sicialiana tra le Eolie e Messina ma anche la costa ionica per l’attività dell’Etna.
D. La Sicilia è nel mirino e ha un precedente storico.
R. Sì, e davanti a Catania c’è una faglia larga che sicuramente aumenta il fattore di rischio. Ma dubito che i cittadini ne siano informati.

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