medio oriente
8 Aprile Apr 2011 1934 08 aprile 2011

Siria, non si placa la collera contro Assad

Almeno 30 i morti. Le province curde chiedono indipendenza.

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Come nel triste copione che si ripete tutti i venerdì, anche l'8 aprile la Siria è stata segnata da spari, morti e feriti. Da mesi il giorno della preghiera dei musulmani è diventata l'occasione per la repressione del regime di Bashar Al Assad, presidente di Damasco. E nell'ultima giornata di protesta, una trentina di manifestanti sono stati uccisi a Daraa, nel sud del Paese, e almeno altri 5 nel resto del Paese.
I CECCHINI DEL REGIME. Disordini aggressioni si sono registrati un po' dappertutto, nelle province curde del nord-est come nella capitale Damasco e nel meridione tormentato dalla povertà. A Daraa, alcuni testimoni oculari hanno raccontato ad al Jazeera di come agenti in borghese delle forze di sicurezza abbiano sparato sulla folla, appostati come cecchini da un cavalcavia che collega la città vecchia al quartiere di Mahatta.
Le versione ufficiale del regime, da dare in pasto alla propaganda, è quella invece di «19 martiri tra poliziotti e forze di sicurezza», una fonte del ministero dell'interno e 75 feriti da gruppi armati», ha dichiarato il mistero dell'Interno.
L'IRRUZIONE A HAMA. Anche a Hama, roccaforte dell'Islam sunnita radicale a circa 200 km a nord di Damasco già teatro di storiche e cruente rivolte dei Fratelli Musulmani, migliaia di manifestanti sono stati dispersi dal servizio d'ordine del regime, che ha fatto irruzione tra la folla.

La protesta nel venerdì di preghiera

I manifestanti erano tornati in strada a urlare la loro rabbia contro Assad nonostante le timide aperture degli ultimi giorni. Il capo di Stato, in carica dal 2000 dopo aver ereditato il potere dal padre Hafez, dittatore per un trentennio, era stato oggetto di pesanti contestazioni all'inizio del mese, che lo avevano infine indotto a sciogliere il governo.
RIFORME DI FACCIATA. Poco più di una formalità, che aveva deluso amaramente coloro che avevano sperato in un vero cambiamento. Le manifestazioni, alla fine di marzo, avevano già fatto almeno 150 morti, anche se le stime sono condannate a essere inaffidabili. Il presidente, messo alle strette, aveva quindi consultato l'opposizione fatte alcune promesse, come la possibilità per le donne di portare il velo e la concessione della cittadinanza curda a qualche decina di migliaia di curdi.
DA DUMA A DARAA. Dopo la rituale preghiera della mattina, migliaia di persone si erano radunate fuori dalle moschee scandendo slogan anti regime e bruciando l'immagine del presidente. A Duma, sobborgo di Damasco, la polizia ha tagliato le linee telefoniche fisse e mobili per piegare la capacità organizzativa dei manifestanti.
A Draa, nel sud del Paese, teatro di feroci scontri nelle settimane passate, i cittadini non si sono fatti intimidire dal massiccio schieramento di forze dell'ordine, in borghese e in divisa. Non appena la tensione è salita, la polizia ha sparato per disperdere la folla, utilizzando veri proiettili ad altezza uomo. Dieci persone sono state uccise così, anche se il portavoce del governo ha subito precisato che a premere il grilletto erano stati uomini mascherati.
INDIPENDENZA CURDA. Ma momenti di rabbia e paura si sono registrati anche ad Homs, 180 chilometri a nord di Damasco, dove un giovane è caduto sotto il fuoco della polizia. E, più a nord, nelle province curde che finora erano rimaste estranee alle proteste, i cittadini hanno approfittato della tensione generale per scendere in strada e chiedere l'indipendenza.
Il quadro, insomma, è complesso e difficile da ricomporre. E anche per il presidente Bashar è sempre più difficile ricomporre la situazione.


(I manifestanti aggrediti nella moschea al-Ummari di Daraa)

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