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Il punto
18 Aprile Apr 2011 1302 18 aprile 2011

Rivoluzione a metà

La primavera araba si è fermata in Yemen, Siria e Bahrein.

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L'ondata di proteste, rivolte e talvolta rivoluzioni che ha investito Nord Africa e Medio Oriente nei primi mesi del 2011 è stata chiamata da analisti e stampa 'primavera araba'. Un nome che pare sottendere l'esito felice del risveglio delle coscienze. Tuttavia, a tre mesi dalla caduta del raìs tunisino Ben Alì, il primo a finire nel mirino dei cittadini, la regione è tutt'altro che pacificata e democratizzata.
Guerra di Libia a parte, tensioni e scontri sono durissimi in Siria, Yemen e Bahrein. E nel Maghreb la situazione economico-sociale è tutt'altro che risolta. Ecco la situazione punto per punto.

Yemen: gli alleati scaricano Saleh, lui reagisce picchiando

A due mesi dall’inizio delle proteste, il presidente dello Yemen è sempre più solo. E rabbioso.
Ali Abdullah Saleh, al potere da 32 anni, da prima che il Paese fosse unificato in una sola Repubblica, è stato invitato a lasciare lo scettro sia dagli Stati Uniti che dal Consiglio di cooperazione del Golfo, l’organismo di coordinamento delle nazioni arabe. In poche parole, dagli alleati più stretti, e fedeli, sui cui potesse contare.
L’Arabia Saudita ha invitato sia Saleh sia i suoi oppositori a Riad, per trovare una «mediazione politica al conflitto». Formula elegante per dire che il despota deve andare in esilio e passare la mano a qualcun altro, ovviamente gradito sia Washington che nel Golfo.
Il presidente non ha accolto l’invito, né pare avere alcuna intenzione di dimettersi. La repressione sui manifestanti si è fatta sempre più dura.
SANAA NEL SANGUE. Dall’inizio di gennaio sono stati almeno 200 i morti nel Paese - ma è bene ricordare che i bollettini delle vittime in questi casi sono destinati a essere inaffidabili e al ribasso - di cui 15 soltanto domenica 17 aprile. La polizia ha aperto il fuoco su un corteo di manifestanti a Sanaa, la capitale, in marcia verso la casa di Ahmed Abullah Saleh, comandante dell’esercito, figlio del dittatore e indicato come suo probabile successore. La violenza usata dalle forze di sicurezza, come vengono chiamati gli sgherri del regime, ha raggiunto l’apice dall’inizio delle contestazioni. E niente lascia pensare che sia destinata a diminuire.

Siria, il balletto di Bashar: strappa e cede

Da quando la primavera araba è arrivata in Siria, il presidente Bashar Al Assad ha detto e promesso tutto e il contrario di tutto. Sotto la spinta delle durissime contestazioni nel sud povero del Paese, con epicentro a Daraa, Assad aveva promesso il 27 marzo di abrogare la legge marziale in vigore dal 1963, aveva sciolto il governo e promesso cambiamenti epocali. Venti giorni dopo, poco era stato fatto.
I contestatori non hanno smesso di scendere in strada quasi quotidianamente, a Daraa - dove almeno 150 persone sono morte in poco più di un mese - ma anche nel resto della nazione, immune fino a poco tempo fa alle manifestazioni. Nella settimana centrale di aprile cortei con decine di migliaia di persone si sono spinti in centro a Damasco, roccaforte del potere, così come nel nord ricco e turistico di Aleppo e nella città portuale di Latakia.
LA LEGGE MARZIALE. Assad ha costituito un nuovo governo giovedì 15 aprile e, parlando alla nazione, è tornato a promettere che «le richieste dei cittadini saranno esaudite». Si è spinto ad affermare che la legge marziale, introdotta dal partito Baath di cui il padre Hafez (presidente dal 1979 al 2000) fu esponente di spicco, sarà tolta entro pochi giorni, una settimana al massimo: in teoria, quindi, entro il 22 aprile.
Nonostante i toni conciliatori del presidente, i suoi uomini armati continuano con la violenza e le armi. Le forze di sicurezza, come vengono chiamati i reparti armati appartenenti un po’ all’esercito un po’ alle milizie alla diretta dipendenza di Bashar, non esitano a ricorrere a gas lacrimogeni per disperdere la folla fuori dalle moschee. Domenica 17, poi, i miliziani hanno sparato su un corteo funebre, uccidendo almeno otto persone, nei pressi di Homs.

La Guerra Fredda del Bahrein

In Bahrein, il piccolo Stato del Golfo legato a doppio filo all’Arabia Saudita, le proteste della maggioranza sciita non si placano. La capitale, Manama, è militarizzata da quando i sauditi hanno mandato le loro truppe a sedare le rivolte, apparentemente senza il placet degli Stati Uniti.
Tuttavia, le tensioni si sono soltanto inasprite.
Il sultano (sunnita) Salman bin Hamad al-Khalifa ha abbattuto il monumento della Perla, simbolo della capitale, che era stato occupato dai manifestanti a metà febbraio. Ha messo nel mirino il movimento d’opposizione sciita Al Wefaq e il quotidiano che ne è espressione, Al Wesat. Almeno quattro dei fondatori dell’opposizione sono spariti, forse morti, forse imprigionati.
WASHINGTON VS TEHERAN. Il Bahrein sta diventando la cortina di ferro di una nuova Guerra Fredda, questa volta tra Washington e Teheran.
Il presidente americano ha scritto al sultano saudita Abdallah, vero manovratore delle politiche del Bahrein, per chiedergli di allentare la presa sugli sciiti. Obama, tuttavia, non si è spinto fino a chiedere al sultano Khalifa di lasciare il potere: i sunniti della regione sono per lui un alleato cruciale.
L’Iran, a maggioranza è sciita, ha accusato i sauditi per la repressione violenza; bin Khalifa, per contro, ha risposto che è proprio Teheran a fomentare la rivolta in Bahrein per destabilizzare l’area.
Mahmoud Ahmadinejad si è appellato alle Nazioni Unite, chiedendo «un intervento deciso e risoluto». Specificando che «l’Iran non rimarrà indifferente» nel caso l’Occidente non dovesse intervenire in favore degli sciiti.

La tentazione militare dell'Egitto

Il Cairo, i tumulti di piazza Tahrir (Getty Images).

La felicità della nuova alba di piazza Tahrir non è durata molto. Certo, il Cairo si è disfatta del dittatore e dei suoi figli, ma la strada verso la democrazia è lunga e costellata di militari.
Sono i generali, sotto la guida di Mohammed Tantawi, già intimo di Hosni Mubarak, a guidare oggi l’Egitto, non sempre nella direzione auspicata dal popolo.
PROCESSO A MUBARAK. I cittadini sono tornati in piazza venerdì 8 aprile per chiedere che venisse processato l’ex raìs, che aveva riparato a Sharm el Sheik con la famiglia dopo essersi dimesso. Ma i militari, contrari all’occupazione della piazza, hanno sparato sulla folla, causando due vittime.
Per non esacerbare ulteriormente gli animi, il consiglio delle Forze di sicurezza - l’esercito al comando - ha però accolto le richieste della piazza e convocato Mubarak e figli per un interrogatorio. Ha inoltre sciolto il partito politico del raìs, il Partito nazionale democratico.
In Egitto si voterà a settembre, come auspicato da Fratelli musulmani ed esercito. Molti tra i manifestanti ritengono che la scadenza sia troppo ravvicinata per consentire alla base di organizzarsi in partiti pronti alla via democratica.

La Tunisia abbandonata dai giovani tunisini

La rivoluzione dei Gelsomini, il momento di gloria dei ventenni tunisini, è roba (quasi) dimenticata. Nonostante sia servita come fonte di ispirazione per il mondo arabo, in patria ancora mancano miglioramenti effettivi per la popolazione.
Da gennaio a oggi il Paese ha cambiato tre esecutivi, e nessuno ha avuto la capacità di portare avanti le riforme necessarie alla nazione e richieste dal popolo.
CRISI ECONOMICA. Il problema è soprattutto economico: con il crollo del turismo, seguito ai moti di protesta che hanno portato alla caduta di Ben Alì, il prodotto interno lordo è crollato. Disoccupazione e povertà sono altissime e i giovani sognano di fuggire verso l’Europa.
L’Unione europea ha concordato un pacchetto d’aiuti per stimolare l’economia nazionale: 397 milioni di euro dovrebbero finire dalle casse di Bruxelles a quelle di Tunisi nel trienno 2011-2013. I tunisini ringraziano, ma tra di loro lamentano che siano solo le briciole.

L'Algeria verso la riforma costituzionale

La repubblica di Algeria, guidata dal 1999 dal presidente Abdelaziz Bouteflika, ha superato quasi indenne l’onda rivoluzionaria che ha investito l’Africa e il Medio Oriente. Solo nelle ultime settimane si sono intensificate le proteste degli studenti, trainate dal malcontento per le scarse prospettive occupazionali e le difficili condizioni economiche. Nella capitale Algeri si sono verificati scontri molto duri tra universitari e forze dell’ordine, con parecchi feriti (ma, per quello che si sa, non ci sono vittime né utilizzo improprio di armi).
LA MINACCIA DI AL QAEDA. L’Algeria è una democrazia, per quanto moderna: la forma repubblicana è stata instaurata nel 1962, dopo la guerra di indipendenza dalla Francia. I cittadini hanno libertà politica e di espressione sconosciuta a molti dei confinanti.
Il capo dello stato Bouteflika ha promesso di avviare una riforma costituzionale, di concerto con il parlamento, per introdurre le riforme necessarie a dare una sferzata all’economia.
La preoccupazione più grave arriva invece dai focolai di estremismo che si annidano fuori dai centri urbani. Pare che nell’est del paese siano radicate cellule terroristiche di Aqmi, al Qaeda per il Maghreb. Negli ultimi giorni gli attacchi alle forze regolari dell’esercito si sono succeduti, causando morti e feriti.

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