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omosessualità
7 Maggio Mag 2011 1205 07 maggio 2011

Scusa se ti chiamo frocio

Da Zappa a Bukowski, gli artisti censurabili per omofobia.

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Quante parole da censurare, quante coperture audio e video strategiche da quando la preferenza sessuale è diventata un fatto civile, etico e politico. È un'esigenza tutta postmoderna quella di riformare il linguaggio pensando di cambiare le cose. Figlia un po' delle svolte linguistiche della filosofia, un po' dello slogan secondo cui «il personale è politico» e, infine, un po' anche dell'idea magica secondo cui basta non nominare una cosa e quella sparisce.
Fatto sta che, fino a pochi anni fa, nel mondo meraviglioso della lingua e delle immagini, ci si potevano prendere lussi e libertà che ora sarebbero degno target di mordacchia. Censure che, per alcuni, rappresentano il contrappasso laico alle braghette dipinte sui nudi della cappella Sistina, mentre per altri sono una salutare bacchettata contro il mostro omofobico.

Maestri del pensiero omofobo

Se non fosse già canonizzato tra i classici, uno come Alberto Arbasino non potrebbe definire il Gay pride «giornata dell'orgoglio del sedere», né forse potrebbe scrivere, come in Fratelli d'Italia, che la letteratura omosessuale è settoriale «come quella sui funghi e sul Molise». Si tratta quasi sempre di censure che si appuntano su una parola, o meglio su tutte le parole che non siano quella entrata nell'uso comune: “gay”. Qualsiasi sinonimo è sconveniente, inusabile. Censurabile Aldo Busi, che in un'intervista a Gay Tv ha dichiarato: «Già la parola Gay è orribile. Io da 20 anni dico: ma gay chi? Ma gay sarà tua sorella».
DA ZAPPA AGLI SQUALLOR. Censurabile e censurando un libertario come Frank Zappa, anzi la sua canzone He's so gay, che dal vivo era suonata con corredo di parrucche e mossette tipiche degli eterossessuali che “fanno le checche”: roba da infarto per la correttezza politica. Che, anzi, favorisce un'immagine stereotipata e razzista dell'omosessualità: «Naturalmente, la serata non è completa/ senza un po' di carne nel sedile […] Magari il suo amante lo ringrazierà per il modo in cui riesce a farlo schizzare in gocce di pioggia dorata». Censurabili anche i versi di Elio e Le storie Tese: «Mi presento son l'orsetto ricchione/ e come avrai intuito adesso t'inc...» e non per l'ultimo verbo prima persona singolare, ma per la parola «ricchione», forse da sostituire con l'ugualmente trisillabo «gaygaygay». Sempre meglio di XXXXXX. Omofobicissima questa scena degli Squallor. Ci stupiamo del fatto che qualcuno non l'abbia segnalata su Youtube per contenuto inappropriato (guarda il video sotto).

Si tratta di canzone, gioco, cabaret anche da osteria (vedi Squallor). Certo, se Elio si fosse presentato a Sanremo con la canzone dell'orsetto «gaygaygay» (era Il vitello dai piedi di balsa) avrebbe scatenato il mondo, ben più di Luca era gay di Povia nel 2009. Ma si sa che Sanremo, fin dalle origini, è il tempio del moralismo. Una volta clericodestrorso, adesso laicononsisa. Intanto, la canzone Money for nothing dei Dire Straits è stata censurata nel 2011 dalla Cnbc per la frase little faggott» Se ne sono accorti con 25 anni di ritardo: la canzone è del 1985. Ma, a guardare bene, il campo della censura a distanza di tempo sarebbe infinito.

Pagine di letteratura censurabile

C'è poi tutto un mondo censurabile, anzi censurando, nella letteratura Di Alberto Arbasino abbiamo già parlato. C'è una legione di scrittori linguisticamente scorretti, anche recenti, che passano un po' per incuria, un po' perché le frasi censurabili sono protette dall'alone della finzione. Così, Isabella Santacroce in Fluo: «Al bar Lina ci vanno un sacco di froci. Froci-froci e froci non proprio froci [...] Non capisco perché i froci debbano sempre strillare come galline e atteggiarsi a donnicciuole anni Cinquanta appena uscite dal parrucchiere».
Ma qui appunto c'è la certezza che stia parlando un personaggio, quindi una creatura di fantasia. Come in Pochi inutili nascondigli di Giorgio Faletti: «Se te lo dico, quella checca isterica è già partita ventre a terra prima che io abbia staccato l'impermeabile dal chiodo». Per non parlare dei libri Usa: dai Beatnik (termine con cui veniva definita in modo sprezzante la Beat Generation) in poi, è tutto pieno di escrescenze linguistiche come faggot e similari.
DA BUKOWSKI A KEROUAC. Grandi classici, mica Faletti. Da censurare Charles Bukowski, John Fante, Jack Kerouac (che era anche destrorso, come Carlo Giovanardi). Da censurare Eduardo De Filippo di Cantata dei giorni dispari: «Questo è un fetente ricchione». «'O ricchione si' tu». «Va bene, siete ricchioni tutti e due». Ma si trattava, in questo caso, di napoletano retrogrado, non gay ma terrone sì. Da non censurare, invece, i monaci di cui scrive Hans Robert Curtius in Letteratura europea e Medioevo latino, un classico della filologia. Curtius racconta che, da un certo periodo in poi, l'ode omosessuale al bel ragazzo fosse diventato una voga e uno stile, quasi un genere letterario tra gli scriptoria dei monaci medievali.
Deviazioni tutte clericali che creano più confusione che altro. Restiamo laici. Con tante espressioni possibili, ritenere che siano tutte offensive tranne gay è quantomeno limitante (& militante). In ogni caso, poco laico. Un po' come «fare i froci col culo degli altri», insomma.

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