Libero il figlio del raìs
IL RETROSCENA
23 Agosto Ago 2011 1525 23 agosto 2011

Il ricatto di Gheddafi

L'Occidente disposto a salvarlo in cambio del suo silenzio.

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Saif al Islam in una delle immagini del video diffuso dalla Bbc.

Saif al Islam è riapparso nella notte di Tripoli, allegro e beffardo. Doveva essere nelle mani dell’esercito della Cirenaica, catturato domenica 21 agosto, quando la presa della Capitale e la caduta del regime sembravano questione di ore.
Circondato dalla folla, inseguito dai cronisti stupefatti, il delfino ha invece riportato tutti alla realtà inafferrabile della Libia. La sua liberazione - o il falso arresto - hanno scoperto le carte: nello 'scatolone di sabbia' i movimenti sotterranei sono lungi dall’essere finiti.
Lontano dalla piazza Verde, dove i ragazzotti di Bengasi imbracciano le armi infervorati dal sacro fuoco della libertà, i loro generali non hanno smesso di parlare con il raìs. Valigette gonfie di dollari e lingotti d’oro passano di mano in mano. E nomi e segreti conservati scrupolosamente per decenni vengono sussurrati all’orecchio come merce di scambio.
Sul piatto c’è la vita stessa di Muammar Gheddafi. E il vecchio dittatore sa venderla a caro prezzo.

L’Occidente ricattabile, pronto a offire al raìs un salvacondotto

I ribelli sono ormai alle porte del compound. Sull'area, nella notte tra il 22 e il 23 agosto, hanno bombardato gli aerei della Nato.

Dicono fonti militari che la situazione in Libia è estremamente volatile. Fuor di metafora, significa che nemmeno le teste di cuoio inviate dall’Europa per addestrare i ribelli sanno cosa sta succedendo esattamente. A muoversi, oggi, non sono più solo i soldati e i loro comandanti. Ogni fuga, scomparsa e riapparizione è accompagnata da cospicui trasferimenti di denari.
L’ORO DEL RAIS. L’ipotesi che l’intelligence o la Nato non siano state in grado di acchiappare Gheddafi o di trattenere i suoi figli una volta catturati non gode di grande credibilità in ambienti diplomatici. Piuttosto, si suggeriscono altre due strade: il commercio della libertà, previo pagamento di mazzette milionarie, e un salvacondotto garantito al raìs dagli stessi che formalmente gli danno la caccia.
Il Colonnello, dicono, è in grado di muovere qualche decina di miliardi di dollari in poco tempo. Possiede un tesoro in lingotti d’oro e fondi esteri in tutto il mondo, ai quali potrebbe già aver fatto ricorso per fare uscire i due figli incarcerati: Saif al Islam e Mohamed.
GHEDDAFI SA TROPPO. Soprattutto, però, il Colonello ha in mano un patrimonio di informazioni che potrebbero salvargli la vita. Le ha accumulate in decenni di rapporti torbidi con l’Occidente. Anni di embargo, traffico di armi e vendita di petrolio, in cui lui e i suoi emissari stringevano le mani degli stessi che formalmente gli dichiaravano guerra.
Oggi quelle persone sono terrorizzate dall’idea che il dittatore possa parlare. Così hanno intrecciato intorno al Colonnello un salvacondotto che gli consente di mantenere aperte le porte delle trattative, per sé e per i propri figli. Tutti sanno che, se dovesse sentirsi abbandonato, Gheddafi potrebbe sganciare i propri missili verbali, e nessuno vuole correre il rischio.
LA WIKILEAKS DEL RAÌS. «In America e in Europa esistono troppe persone ricattabili da Muammar Gheddafi», ha riferito a Lettera43.it una qualificata fonte diplomatica. «Siedono ai massimi piani delle aziende petrolifere, hanno rapporti con la finanza e con i palazzi del potere. Nessuno ha alcuna intenzione di lasciare che il Colonnello, in uno dei suoi deliri apparenti, spari a zero e racconti tutto di affari poco limpidi: altro che Wikileaks, questo sarebbe un vero terremoto», ha aggiunto. «Sono questi stessi, dislocati soprattutto tra Washington e Londra, a garantire oggi la sopravvivenza del raìs e dei suoi figli».

Il nuovo capo delle forze armate è un uomo della Cia

L'ex ambasciatore all'Onu ed ex ministro degli Esteri libico Abdurrahman Mohamed Shalgam.

Muammar Gheddafi, secondo le indiscrezioni, è quindi realmente chiuso da qualche parte a Tripoli: probabilmente non nel bunker di Bab al Aziziya, in cui sembra che siano penetrati nel pomeriggio di martedì i ribelli. Ma i nascondigli in città non mancano.
In Occidente - e anche nel mondo arabo - tutti sarebbero disponibile a dargli l’opportunità di salire su un aereo e mettersi in salvo, pur di assicurarsi il suo silenzio.
Il rischio oggi arriva però dai combattenti della Cirenaica assetati di vendetta e libertà. Persino i militari della Nato hanno ammesso che il più grosso pericolo per la vita del raìs sono i giovani soldati di Bengasi, e non certo i generali che impartiscono loro gli ordini.
IL CNT CORROTTO. Le prime linee del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) sono occupate da uomini che per 20 anni hanno militato nei palazzi del dittatore. O che, per conto suo, sono stati mandati a trattare con l’Occidente. Dopo aver abbandonato - almeno ufficialmente - Tripoli, oggi sono parte dell’intricato do ut des che tiene in vita il Colonnello.
L’ex ministro del petrolio Choukri Ghanem - di casa tra Roma, Vienna e Londra - è uno di loro. Ma anche Abdurrahaman Shalgam, potentissimo ex titolare della politica estera, seduto in ogni salotto che conta.
IL DOPPIO GIOCO. Colonna portante del regime era soprattutto il generale Abdel Fattah Younis, ex capo di Stato maggiore di Gheddafi, poi diventato guida militare dei ribelli. Aveva lasciato la capitale con parole di sdegno per il raìs, ma i rivoltosi lo hanno assassinato quando hanno sospettato che fosse una spia infiltrata dal regime.
Adesso il ruolo di capo militare è passato in mano a Khalifa Hifter: già colonnello dell’esercito libico, poi riparato in America per un decennio e quindi riapparso al fianco dell’esercito della Cirenaica. Secondo fonti qualificate, Hifter è un collaboratore di lungo corso della Cia, i servizi segreti americani. Un ruolo che non è in contraddizione con la sua nuova veste di uomo nuovo della Libia.
«I vertici del Cnt sono controllati da uomini con strettissimi legami in America, Regno Unito e Francia. Che, a loro volta sono legate a doppio filo a Gheddafi», ha proseguito la fonte diplomatica. «Non è azzardato dire che esiste un filo diretto tra il vecchio regime, alcuni di coloro che preparano a rimpiazzarlo e i vecchi amici di sempre. Lo sgretolamento del regime potrebbe insomma essere solo superficie».

Jalloud, il nuovo volto del vecchio regime

Abdel Jalloud a Roma in una foto d'archivio del primo dicembre 1988.

D’altra parte, a garantire continuità al vecchio establishment sono proprio le pratiche con cui per quattro decenni la Libia ha intrecciato i propri legami con l’Occidente.
Un modo di fare che - stando ai diplomatici - non ha mai contemplato l’ufficialità o il ricorso alle istituzioni, ma ha sempre preferito rapporti personali, pacche sulle spalle e giovani amazzoni da offrire in dono. Il baciamano di Silvio Berlusconi a Gheddafi in occasione della sua visita a Roma nel 2010 ne è un efficace, ancorché grottesco, esempio.
VECCHI AMICI. A Roma, di recente, è arrivato invece Abdul Salam Ahmed Jalloud, ex numero due del regime poi allontanato dal Colonnello per divergenze nella conduzione della Jamahirya.
Per 20 anni, Jalloud è rimasto confinato in una villa fuori Tripoli, concedendosi qualche viaggio qui e là. Ma quando l’assedio al Colonnello si è fatto pressante, il suo ex amico è piombato in Italia. Accolto con ogni onore, intervistato e fotografato, ha stretto moltissime mani ed è stato proposto come uno dei nomi chiave della nuova Libia.
Ma qualcuno, tra i diplomatici, non è convinto: la rapidità dell’operazione è sospetta. O gli italiani sono poco accorti, oppure la scelta non è casuale. Il business della Libia è troppo importante per non assicurarsi una certa continuità.

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