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LA POLEMICA
5 Luglio Lug 2012 1834 05 luglio 2012

Ferrari, Twitter senza colpa

Niente responsabilità del social network.

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Paola Ferrari, giornalista di RaiSport.

Mettiamo il caso che qualcuno, un anonimo dispensatore di insulti, offenda Paola Ferrari scrivendo parole poco commendevoli sul suo conto sul muro di una grande città italiana. Cosa farebbe la giornalista di RaiSport, sporgerebbe querela nei confronti del muro?
Può darsi, visti i tempi che corrono, ma la domanda è tutt'altro che peregrina. Già, perché l'annuncio di Ferrari di voler citare per diffamazione Twitter, colpevole, a suo dire, di aver ospitato una valanga di commenti ingiuriosi al suo indirizzo durante l'Europei 2012 di calcio è un nonsense giuridico.
TWITTER NON HA RESPONSABILITÀ. «Twitter è semplicemente una piattaforma per lo scambio di contenuti che non ha, in base alla normativa europea e anche a quella italiana, responsabilità ex ante», dice a Lettera43.it Marco Scialdone, avvocato esperto di diritti digitali.
«Il decreto legislativo numero 70 del 2003, attuazione della direttiva Ue 2000/31 è chiaro: i soggetti che offrono servizi della società dell'informazione, non sono responsabili del controllo preventivo dei contenuti».
POSSIBILE LA QUERELA CONTRO IGNOTI. Ferrari potrebbe, al massimo, sporgere «querela nei confronti di persone allo stato ancora ignote alla polizia postale, e questa, a sua volta, avrebbe pieno diritto di chiedere a Twitter la collaborazione per identificare gli account e procedere con la rimozione o la sospensione di eventuali contenuti diffamatori», spiega ancora Scialdone.
Solo nel caso in cui si rifiutasse di collaborare con l'autorità giudiziaria, Twitter potrebbe essere accusato di corresponsabilità.
OBBLIGO DI COLLABORARE CON LA POLIZIA. Anche l'avvocato penalista Salvatore Pino concorda con questa interpretazione. «Il fenomeno della diffamazione via social network si sta espandendo a macchia d'olio. Le piattaforme di condivisione di contenuti producono un effetto trascinamento e moltiplicano le affermazioni ingiuriose», premette. «Ma la giurisprudenza è generalmente concorde nel non attribuire ai social una responsabilità preventiva di controllo». «Diverso invece il discorso per gli interventi successivi», prosegue Pino, «se Twitter si rifiutasse di collaborare per identificare gli autori di eventuali illeciti accertati sarebbe corresponsabile».

La crociata di Ferrari e l'immaturità della Rete

Alcuni dei tanti messaggi su Twitter per la discussione #Querelaconpaola.

Fin qui la legge. Rivolgersi alla polizia, anche non denunciando il social network, ma le singole persone, è l'unica via per tutelare la propria immagine? No. Perché le piattaforme di condivisione dei contenuti, come Facebook e Twitter, dice Scialdone, hanno già delle «policy di autoregolamentazione che permettono di rimuovere contenuti offensivi, espressione razziste, ingiuriose, diffamanti.
INTELLIGENZA COLLETTIVA O RANCORE? Gli utenti stessi, come pure Ferrari possono segnalare eventuali scorrettezze e contribuire al buon utilizzo delle piattaforme». Autogoverno responsabile della Rete.
«I social», sottolinea l'avvocato, «al contrario di quanto sostiene la vulgata comune, non sono il regno dell'anarchia, la terra di nessuno». È pur vero però che la Rete ha dato spesso prova di immaturità.
Per tutta la mattina di giovedì 5 luglio, il primo trending topic su Twitter, ovvero l'argomento più dibattuto sul microblogging, è stato il caso Ferrari.
L'HASHTAG È QUERELACONPAOLA. Niente di male, semplice ironia se non fosse che, accompagnata dall'hashtag #Querelaconpaola, si è riversata nel mare magnum dei cinguettii anche una valanga di commenti sprezzanti, ancora offensivi, nei confronti della giornalista di RaiSport.
Come dire: se è vero che la libertà di espressione sul web è un bene che va protetto da qualunque tipo di censura, è altrettanto vero che la strada per un Internet responsabile, frutto di intelligenza collettiva e non di rancore di massa, è ancora lunga.
IL FALSO PROBLEMA DELLA RETTIFICA. Ferrari, dal canto suo, sembra intenzionata a proseguire nella sua crociata, dicendosi favorevole alla norma di legge proposta all’interno del decreto intercettazioni dal ministro della Giustizia Paola Severino che imporrebbe la rettifica obbligatoria anche ai siti web.
«Quest'obbligo fu introdotto nel nostro ordinamento perché in base alla legge sulla stampa, i giornali non sono sequestrabili», taglia corto Scialdone. «i blog invece lo sono già. È una discussione priva di fondamento».

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