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LA CRISI
5 Luglio Lug 2013 1034 05 luglio 2013

Egitto, la stretta sull'informazione vicina ai Fratelli musulmani

L'esercito blocca le tivù vicine al partito islamico.

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Manifestanti armati in piazza Tahrir.

Era diventata l'occhio del mondo sulla Primavera araba, il riflettore puntato sull'ombelico della protesta quando ancora Piazza Tahrir era un calderone di speranze di ogni provenienza e a infiammare l'Egitto era la rivoluzione contro il raìs Hosni Mubarak.
Ma nel giorno della destituzione di Mohamed Morsi, primo presidente eletto democraticamente della nazione, la al Jazeera egiziana si è ritrovata i militari alla porta.
Secondo la denuncia riportata sul sito in lingua inglese dell'emittente del Qatar, mercoledì 3 luglio le forze dell'ordine si sono presentate nella sede della Mushabar Misr tivù (il nome del canale egiziano del network al Jazeera) e hanno arrestato 28 dipendenti. Il gruppo è stato rilasciato poco dopo, ma i militari hanno trattenuto il direttore di rete, Ayman Gaballah. L'esercito ha bloccato anche una troupe inviata nel Nord del Paese per riprendere le manifestazioni pro Morsi.
OSCURATE LE RETI SALAFITE. Il canale del gruppo al Jazeera, non è stato il solo a essere oscurato. Lo stop alle trasmissioni è stato imposto anche al canale dei Fratelli musulmani Misr25 e alle reti filosalafite Al-Nas, Al-Rahma e Al-Hafez, emittenti che in passato hanno ospitato imam radicali pronti a lanciare minacce di morte agli oppositori.
L'obiettivo, secondo i sostenitori dell'intervento militare, è evitare che le televisioni islamiste infiammino gli animi dei sostenitori del presidente destituito in un venerdì di preghiera che le manifestazioni di piazza potrebbero trasformare in un giorno di sangue, innescando la miccia ancora incombente della guerra civile.
Per Amnesty international, però, il il black out informativo significa «mandare all'aria la libertà di espressione».

La retata negli studi di al Jazeera e i giornalisti nel mirino

Lo studio del canale egiziano di al Jazeera.

Le trasmissioni si sono interrotte la notte del 3 luglio, quando i militari avevano concluso il putsch e quando già erano iniziate le proteste dei sostenitori della Fratellanza musulmana. Secondo Associated Press, il canale del partito di Morsi, Misr25, stava trasmettendo le immagini di una manifestazione. Sullo schermo della televisione si vedeva un corteo pro Morsi, in primo piano un gruppo di uomini urlava: «Basta con la legge militare».
Al Jazeera in quel momento stava commentando gli eventi di Tahrir, con le telecamere puntate sulla piazza. A quel punto l'esercito ha fatto irruzione nei suoi uffici e ha chiesto ai redattori di seguirli. Per bloccare l'emittente, i militari hanno proibito ad Associated press e alla Cairo news company (Cnc) di mettere a disposizione di al Jazeera i loro servizi, dai filmati grezzi ai furgoni per le trasmissioni satellitari.
Erin Madigan, il responsabile delle relazioni con i media di Ap, ha spiegato di aver protestato, ma di essersi dovuto adeguare alla legge locale.
PROTESTE VANE. A nulla sono valse le denunce di Mostefa Souag, direttore generale di al Jazeera: «Stanno succedendo grandi cose in Egitto e il mondo ci guarda in questi momenti. L'opinione pubblica non accetterà il blocco». «Al di là delle visioni politiche», ha aggiunto, «gli egiziani si aspettano libertà di informazione». I Fratelli musulmani hanno denunciato direttamente un «ritorno ai tempi bui», con riferimento al regime di Hosni Mubarak.
Secondo il Cpj, il comitato per la protezione dei giornalisti di New York, le mosse per impedire la copertura degli eventi pro Morsi sono «preoccupanti». Ma l'oscuramento delle televisioni è solo uno dei tanti sintomi di una informazione sempre più a rischio. E che i militari dovrebbero invece farsi carico di difendere. La comunicazione come in tutti i momenti di crisi è un campo di battaglia.
ASSALTO AI CRONISTI. In Egitto, ha riportato il sito del comitato per la protezione dei giornalisti, si stanno registrando numerosi assalti contro i reporter, stranieri e non, da entrambi i fronti, laico e islamista. Gli episodi vanno dal furto alla distruzione di computer e telecamere, alla vera e propria aggressione e a violenze ancora più gravi. Una reporter olandese è stata stuprata la notte di venedì 28 giugno in piazza Tahrir. Sabato 29 giugno una giornalista egiziana di Shaab Masr è stata uccisa da una bomba artigianale durante una protesta anti Morsi. Domenica 30 a Nasr City i manifestanti pro Morsi hanno costretto una troupe di al Arabya a lasciare la piazza e ancora lunedì due reporter di El Watan sono stati picchiati fino a richiedere cure in ospedale. Il Cpj ha contato almeno 37 episodi di violenza nell'arco dell'ultima settimana.

Il Fronte nazionale di salvezza diviso sull'intervento militare

Il portale di Mushabar Misr, il canale live di al Jazeera Egitto.

La gestione dell'informazione in un Paese in cui la Costituzione è stata sospesa è delicata. La legge egiziana dà ancora allo Stato il potere di controllo sulle televisioni di statali. I giornalisti che non si allineano alla linea del regime possono essere anche licenziati. Tanto è vero che mentre iniziava il golpe militare il presidente destituito faceva trasmettere un video messaggio alla tivù di Stato per ribadire la legittimità della sua posizione. E i carri armati dell'esercito nel momento del putsch hanno puntato dritto al quartier generale dell'emittente nazionale. La dittatura di Mubarak poi censurava anche le tivù private.
Proprio al Jazeera aveva già subito le pressioni del regime quando a marzo 2011 aveva lanciato il primo servizio di monitoraggio dei cinguettii egiziani, libici e yemeniti riguardanti la rivoluzione in corso. Non a caso oggi il Fronte nazionale della salvezza, la coalizione anti Morsi che raggruppa liberali e forze di sinistra e che aveva combattuto strenuamente contro il tentativo del presidente di modificare la Costituzione, ma che aveva anche partecipato alla rivoluzione contro Mubarak, è diviso sulla legittimità dell'intervento dell'esercito.
«UNA MISURA TEMPORANEA». «Sono ore critiche, adesso non è utile avere queste televisioni al lavoro», ha spiegato il portavoce Morsi Khaled Dawoud, difendendo l'intervento dei militari proprio ai microfoni dell'edizione inglese di al Jazeera: «Spero sia una misura eccezionale che durerà solo qualche giorno». Mentre un altro esponente del Fronte, l'ex ministro del Turismo Munir Fakhri Abdel-Nur, cristiano copto come gli oppositori finito nel mirino delle emittenti religiose salafite, si è schierato per la difesa libertà di informazione: «Dobbiamo rispettare la legge», ha tagliato corto intervistato da Ap.
Togliere la voce a chi già si è visto strappare la rappresentanza politica, è l'ipotesi dei più liberali, non è forse la mossa più lungimirante.
«In questi tempi di grande tensione», ha avvertito Salil Shetty, segretario generale di Amnesty international, «è ancora più importante che i militari rispettino i diritti umani previsti a livello internazionale». O almeno che tutti gli occhi puntati sulle piazze d'Egitto rimangano ben aperti.

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