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L'INTERVISTA
29 Luglio Lug 2013 1856 29 luglio 2013

Femminicidio, Francesca Garisto: «La giustizia non funziona»

L'avvocato: «Servono misure cautelari e gratuito patrocinio».

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Anche Erika Ciurlia, 43 anni, aveva presentato alla polizia una denuncia per minacce. Ma la pistola del marito - da cui aveva deciso di separarsi - è stata più veloce della giustizia.
SOS MAI ASCOLTATI. Così il 29 luglio a Taurisiana, in provincia di Lecce, si è consumato un altro femminicidio. Anche questo è avvenuto dopo una richiesta di aiuto caduta nel vuoto. Proprio come quella fatta da Cristina Biagi, 38 anni, che il 28 luglio, dopo aver denunciato più volte l'ex marito per violenza e minacce è stata raggiunta nel bar dove lavorava a Marina di Massa, in provincia di Massa Carrara, e ammazzata.
Due donne uccise dal padre dei loro figli, ma anche da uno Stato che sempre più spesso non crede alle loro denunce, alle loro richieste di aiuto.
OLTRE IL CONFLITTO. Lo sa bene Francesca Garisto, avvocato della Casa delle donne maltrattate di Milano che spesso deve lottare anche solo per ottenere una misura cautelare nei confronti di uomini violenti che ogni giorno spaventano, minacciano e perseguitano le loro compagne fino a ucciderle.
«Più volte ho denunciato la tendenza della procura di Milano a identificare come conflitto familiare vicende che in realtà vanno ben oltre», spiega Garisto a Lettera43.it, «perché quando si denuncia una violenza è proprio la parola conflitto a essere impropria».

DOMANDA. C'è una mancanza di sensibilità?
RISPOSTA.
Il problema è l'incapacità di leggere la violenza, che non sempre è da pronto soccorso: esiste quella psicologica, lo stalking, la persecuzione, il controllo, l'ossessione. Che spesso sono il preludio dell'esplosione di una violenza fisica.
D. E la cronaca lo testimonia...
R.
La procura di Milano, per esempio, è sovraccarica di denunce simili, spesso sottovalutate con la convinzione che il conflitto vada risolto in altro modo.
D. Con la mediazione tra le parti?
R.
Il criterio è un po' quello di tutelare la famiglia, ma impropriamente. Nel caso di violenza domestica, per esempio, si dice sempre: «Ma hanno dei figli insieme».
D. Servirebbe una legislazione diversa?
R.
No, la normativa che c'è va benissimo. Gli strumenti ci sono: basta usarli. Purtroppo, c'è un uso ridottissimo delle misure cautelari.
D. Quali?
R.
Due in particolare sono espressamente pensate per casi di questo genere: il divieto di avvicinarsi a luoghi frequentati dalla vittima e l'allontanamento dalla casa familiare.
D. E servono davvero?
R.
Sì, in attesa della sentenza la donna avrebbe almeno il potere di chiamare i carabinieri: se l'uomo viola il divieto di avvicinarsi verrebbe infatti arrestato e la donna si sentirebbe più tutelata.
D. Perché non vengono usate?
R.
Ufficialmente, per garantismo nei confronti dell'indagato, i pubblici ministeri dicono che servono più elementi, che non è sufficiente la parola della persona offesa. Ma il concetto di tutela nei confronti degli indagati non può giustificare la reticenza nell'applicare queste misure.
D. Come dovrebbero comportarsi i pm davanti a una denuncia di violenza domestica?
R.
Andrebbe data la massima credibilità alle vittime visto che nel processo penale la persona offesa è testimone. E in reati di questo genere spesso la donna è l'unico testimone perché la violenza domestica si consuma in casa lontano da tutti.
D. Invece, che cosa succede?
R.
Visto che si tratta di un reato che avviene in famiglia e ci possono essere dei conflitti, la procura prima si occupa di verificarli. Ma questo comporta mesi o anni di accertamento. Mentre si dovrebbe fare il contrario.
D. Cioè credere sempre alla donna che denuncia?
R.
Sì, fermo restando la massima responsabilità penale delle donne che accusano falsamente il compagno di fatti mai avvenuti. In quel caso, il reato è di calunnia e si va in galera.
D. Però, anche quando vengono credute, la giustizia è lenta.
R.
La fortuna, per modo di dire, è riuscire a compiere un arresto in flagranza, cioè mentre l'uomo sta compiendo la violenza: allora si processa per direttissima e si ha la sentenza in 15 giorni. Ma è rarissimo.
D. Di solito servono anni?
R. Sì, sto assistendo una signora che era stata picchiata dal marito e lui ha patteggiato la pena, poi si sono separati e c'è stato un altro procedimento penale per il quale è stato condannato in primo grado. E ora è in corso un ennesimo processo per stalking.
D. La sentenza è lontana e lui è in libertà?
R.
Sì, ha anche ripreso a palesarsi davanti alla donna, che ha chiamato i carabinieri perché lui si è fatto trovare all'oratorio dei figli e lei si è dovuta nascondere in bagno. Ma, nonostante l'ossessione di quest'uomo, non riesco a ottenere il divieto di avvicinamento.
D. Perché?
R.
Il pm mi ha detto che non è sufficiente un solo episodio per parlare di pericolosità. Eppure ci sono due sentenze già giudicate, un procedimento in corso, cosa vogliono di più? Per queste donne, la sola denuncia è già uno sforzo enorme.
D. Perché hanno paura di ritorsioni?
R.
Sì, ma anche perché non hanno i soldi per affrontare le spese legali di un processo. Per questo il gratuito patrocinio dovrebbe essere garantito a tutte.
D. Invece?
R.
Quello obbligatorio per legge a prescindere dal reddito è riconosciuto solo per la violenza sessuale. Per il maltrattamento in famiglia e lo stalking non esiste questa garanzia: si dà solo a chi ha un reddito inferiore a circa 10 mila euro.
D. Un altro ostacolo per le donne?
R.
Sì, anche questo è un fortissimo deterrente, soprattutto per una donna che deve denunciare il compagno o l'ex marito da cui dipende economicamente.

Twitter @antodem

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