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13 Agosto Ago 2013 1725 13 agosto 2013

Israele-Palestina, la storia degli accordi di pace

Ripartono i negoziati in Medio Oriente.

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Il segretario di Stato Usa John Kerry (al centro) con il ministro della giustizia israeliano Tzipi Livni (destra) e il negoziatore palestinese Saeb Erekat.

La diplomazia ci riprova. Il segretario di Stato americano John Kerry ha rianimato i quasi moribondi negoziati di pace tra Israele e Autorità nazionale palestinese (Anp), per porre fine a una guerra che, tra azioni militari e convivenza forzata, dura da 60 anni.
LA PACE DI OBAMA. «Un accordo può essere possibile in nove mesi» ha detto l’uomo di Washington. Se lo augurano in molti, soprattutto il presidente Barack Obama che con la fine del conflitto in Medio Oriente potrebbe disinnescare una delle zone più calde del pianeta e finalmente guadagnarsi quel premio Nobel per la Pace che nel 2009 ottenne solo sulla fiducia.
Ma le cose non sono così semplici: bisogna fare i conti con la realtà e soprattutto con una storia costellata di fallimenti e sogni infranti.
LA RISOLUZIONE MAI APPROVATA. Il lungo e tortuoso percorso verso una soluzione del problema palestinese, come ormai si chiama in termini non solo diplomatici, è iniziato infatti nel novembre del 1967, all’indomani della Guerra dei Sei giorni, quando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite varò la risoluzione 242 che impose a Israele il ritiro delle forze militari dai territori occupati nel conflitto e il rispetto dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica degli Stati confinanti.
IL PASTICCIACCIO DELL’ONU. Ma il pronunciamento dell’Onu portò più confusione che chiarezza.
La risoluzione non specificava in dettaglio da quali territori Israele dovesse ritirarsi, non parlava di autodeterminazione del popolo palestinese e venne emanata con riferimento al VI capitolo della Carta delle Nazioni unite e non al capitolo VII.
Una differenza fondamentale perché dava al provvedimento una natura di raccomandazione e non di ordine. Nell’ottobre del 1973 le risoluzioni 338 e 339 del Consiglio di sicurezza dell’Onu imposero il cessate il fuoco nella guerra dello Yom Kippur scatenata da Egitto e Siria, e ribadirono la risoluzione 242 in termini questa volta più cogenti, ma senza effetti pratici.
Da lì in poi, i tentativi sono stati tanti e ambiziosi quanto inconcludenti.

La spinta degli accordi di Oslo (1993) tra Rabin e Arafat

Gli accordi di Oslo, nel 1993. La storica stratta di mano tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin, sotto la supervisione di Bill Clinton.

Nel 1978 il primo vero passo significativo si ebbe con gli accordi di Camp David siglati, sotto l’egida del presidente americano Jimmy Carter, dal presidente egiziano Anwar Sadat e dal primo ministro israeliano Menachem Begin.
Israele si ritirò dal Sinai e l’Egitto fu il primo Paese arabo a riconoscere lo Stato ebraico. I palestinesi non vennero coinvolti nei negoziati, ma fu delineato un piano generico per creare un’autorità autonoma nelle zone di Gaza e della West Bank, la Cisgiordania.
GLI ACCORDI SENZA I PALESTINESI. Nel 1991 la conferenza di Madrid tentò di mettere intorno a uno stesso tavolo Israele, Giordania, Libano e Siria. L’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) di Yasser Arafat, ancora una volta, fu esclusa: i palestinesi vennero ammessi solo all’interno della delegazione giordana.
Il meeting fu la premessa dell’accordo di pace siglato nel 1994 tra Giordania e Israele.
LA STORICA FIRMA ARAFAT-RABIN. Portò però anche a incontri diplomatici che maturarono negli accordi di pace di Oslo nel 1993 in cui Israele e Olp arrivavano a un reciproco riconoscimento. L’intesa, raggiunta con la mediazione del governo norvegese, fu firmata da Arafat e dal premier israeliano Yitzhak Rabin alla Casa Bianca il 13 settembre del 1993, alla presenza di Bill Clinton.
IL RITIRO MAI AVVENUTO. Poco o nulla rimane, però, di quel momento storico. Il patto prevedeva infatti, oltre al riconoscimento, un graduale ritiro israeliano da Gaza e dalla West Bank, con il rispetto delle risoluzioni 241 e 338 dell’Onu.
L’Olp, inoltre, diventava Autorità palestinese: uno Stato sovrano per i palestinesi che, sebbene non citato sulla carta, era la logica conclusione di un percorso. Mai concluso.

Camp David atto secondo (2000): crisi sul diritto al ritorno dei palestinesi

L’opposizione agli accordi di Oslo arrivò subito, dagli estremisti di entrambe le parti.
Israele fu vittima di una serie di attentati kamikaze da parte di Hamas e della jihad islamica palestinese; Yitzhak Rabin venne ucciso da un colono ebreo estremista nel novembre del 1994.
Nonostante le violenze, seguirono incontri a Taba (1995), Wye River in Maryland dove fu siglato un memorandum (1998) e Sharm el Sheikh (1999).
L’INTRANSIGENZA DI ARAFAT. Si cercava di mantenere in vita gli accordi di Oslo, ma ormai nessuno sembrava crederci più. I successivi incontri di Camp David nel 2000 tra il premier Ehud Barak e Yasser Arafat fallirono. Il primo ministro israeliano aveva proposto concessioni territoriali più marcate rispetto al passato, ma Arafat chiedeva per i palestinesi costretti a lasciare le loro terre con la nascita dello Stato di Israele il diritto al ritorno. Non era inoltro disposto a fare concessioni sui confini del 1967 e su Gerusalemme.
L’AVVENTO DI SHARON. Clinton a fine mandato tentò di tutto per mantenere aperta la trattativa con ulteriori contatti diplomatici, ma il processo si arenò. Nei territori palestinesi riesplose la violenza dell’Intifada. Nel 2001 il laburista Ehud Barak venne sconfitto alle elezioni dal falco Ariel Sharon: in quell’anno Israele fu vittima di 40 attentati suicidi in gran parte organizzati da Hamas.

I tentativi del quartetto occidentale (2003) e la conferenza di Annapolis (2007)

Una donna gazawui e il suo bambino di fronte alle rovine della loro casa nella Striscia di Gaza, durante l'operazione Piombo fuso.

Da allora sono stati fatti più passi indietro che passi avanti. Nel 2002 venne lanciata un’iniziativa di pace multilaterale di soli Paesi arabi. In un summit tenutosi a Beirut fu delineato un piano di pace, basato sulle risoluzioni del 1967, che vedeva l’accordo delle nazioni della regione e che è stato ribadito in un incontro del 2007 a Riad.
LA ROAD MAP DELL’OCCIDENTE. Nel 2003, in uno scenario internazionale sempre più instabile, Stati Uniti, Russia, Unione europea e Onu si accordarono su una road map, un percorso a tappe che avrebbe dovuto portare a una conferenza internazionale di pace entro il 2005.
I continui attacchi terroristici e le rappresaglie impedirono che il piano diventasse effettivo.
LA FINE DI SHARON E ARAFAT. Dopo essere stato confinato a Ramallah dall’esercito israeliano in una drammatica escalation di tensioni, Arafat morì nel novembre 2004. Il 4 gennaio 2006, Ariel Sharon venne colpito da un ictus che lo costrinse a un coma da cui non si è più risvegliato.
Pochi giorni dopo, Hamas vinse le elezioni parlamentari palestinesi e ottenne il controllo della striscia di Gaza da cui nell’agosto del 2005 il governo israeliano aveva deciso unilateralmente di abbandonare gli insediamenti.
IL BOICOTTAGGIO DI HAMAS. Così, fu senza molte speranze che ad Annapolis, negli Usa nel 2007, si avviò l’ennesima conferenza di pace internazionale. Erano presenti sia il primo ministro Ehud Olmert sia il nuovo presidente dell’autorità palestinese Mahmoud Abbas, ma Hamas boicottò il dialogo, dichiarando nulla ogni decisione presa.
'PIOMBO FUSO' SULLA PACE. I contatti tra Olmert e Abbas ripresero e si misero sul tavolo scambi territoriali e il ritorno dei profughi. Ma ancora una volta la situazione sul terreno prese il sopravvento. Nel dicembre del 2008 Israele lanciò l’operazione militare ‘Piombo fuso’ su Gaza, in rappresaglia agli attacchi terroristici di Hamas. Seguirono tre settimane di intensi bombardamenti con l’uccisione di 1.166 palestinesi (secondo i dati dell’esercito israeliano).

Lo stop alle colonie di Obama (2009), ma solo per dieci mesi

Il resto è storia recente. Dopo essere stato eletto nel 2008, Barack Obama cercò da subito di rivitalizzare un agonizzante processo di pace. Mandò nella regione l’inviato diplomatico George Mitchell per creare dei legami indiretti tra le parti e nel novembre 2009 convinse il premier Benjamin Netanyahu a un blocco parziale per 10 mesi dei nuovi insediamenti dei coloni nei Territori occupati.
IL COINVOLGIMENTO DI TUTTA LA REGIONE. Ci provò anche il segretario di Stato Hillary Clinton che organizzò un incontro tra Netanyahu, Abbas, Hosni Mubarak e il re Abdullah di Giordania, a Washington, nel settembre del 2010.
Pochissimi i progressi. Seguì un ulteriore, infruttuoso, incontro tra Netanyahu e Abbas a Sharm el-Sheikh a cui fece seguito la decisione di Israele di riprendere la costruzione degli insediamenti considerando finita la moratoria.
DIMINUIRE L'OSTILITÀ COI NEMICI DI SEMPRE. Da allora le posizioni di Israele e dell’Autorità palestinese non sono cambiate, ma il mondo sì.
L’instabilità dell’Egitto rischia di aprire per Israele un altro fronte, la guerra civile in Siria sta infiammando gli animi degli estremisti. E anche a Tel Aviv potrebbero aver bisogno di diminuire il tasso di ostilità con i nemici di sempre.
«Riconosco il fatto che di fronte a una pace vera, ci sarà richiesto di concedere parti della nostra patria ebraica. Cerchiamo una pace in cui i palestinesi possano godere una vita nazionale in dignità e libertà, possano essere liberi e indipendenti in un loro stato», ha ammesso nel maggio 2011 Netanyahu di fronte al Congresso americano.
Le parole ci sono. Mancano i fatti.

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