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Robert Mugabe, la parabola del dittatore africano

Il presidente marxista dello Zimbabwe caccia gli stranieri.

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Robert Mugabe saluta i suoi sostenitori nello stadio di Harare, capitale dello Zimbabwe.

Lo Zimbabwe è il Paese che ama. E che governa quasi ininterrottamente dal 1980. A 89 anni di età e dopo aver modificato la Costituzione per restare al potere, Robert Mugabe ne ha abbastanza delle critiche, degli appelli alle riforme, degli orpelli della democrazia.
Di fronte alle pressioni di Stati Uniti e dell'ex potenza coloniale Gran Bretagna per un cambio di rotta nella sua politica autoritaria, il sempiterno presidente africano ha sbottato: «Non voglio più sentire un'idea da Washington e da Londra. Quando è abbastanza è abbastanza».
LA MINACCIA ALLE MULTINAZIONALI. Il vecchio presidente ha accusato gli anglo-americani di non lasciarlo governare liberamente il Paese: «Arriverà il momento in cui perderemo la pazienza», ha detto. Minacciando subito dopo di cacciare le multinazionali occidentali dallo Zimbabwe.
La mossa era stata ventilata anche in campagna elettorale come parte di un programma di rinazionalizzazione dell'economia, simile a quello attuato negli Anni 80 con la cacciata di 4 mila proprietari terrieri britannici.
L'ENNESIMA VITTORIA DEL PADRONE. Il 31 luglio l'autocrate, partito come eroe della lotta per i diritti dei neri, ha conquistato i due terzi del parlamento di Harare.
Le elezioni sono state contestate dalle opposizioni, dall'Unione europea e dagli Stati Uniti: circa 1 milione di persone, secondo le denunce, sarebbe stato tenuto lontano delle urne. Ma la vittoria è stata talmente schiacciante da indurre l'Unione africana ad accettarne l'esito.
Il giorno della investitura di Mugabe è stato dichiarato prontamente festa nazionale e celebrato da migliaia di supporter danzanti nello stadio della capitale. E oggi forte del sostegno popolare, il Compagno Bob, come ama farsi chiamare dai sudditi, è pronto a rivendicare il suo ruolo di padrone della nazione. A dispetto di tutto e tutti.

La delusione del presidente che poteva essere come Mandela

Lo Zimbabwe in festa per la rielezione di Mugabe.

Nascosto dietro agli occhiali scuri, rigido nella sua divisa militare, Robert Mugabe è pronto a riallungare le mani sullo Zimbabwe. Accusato di brogli, violazione dei diritti umani, repressione sistematica degli oppositori, è considerato persona non grata dall'Unione europea.
Tanto che quando il cattolicissimo presidente a marzo 2013 si è presentato in Vaticano al debutto di papa Francesco, la sua presenza ha destato non pochi problemi a una curia già in subbuglio.
E dire che la sua storia poteva essere quella di un altro Nelson Mandela. Con buoni studi, una formazione marxista e sulle spalle anni di carcere per aver sfidato il dominio dei bianchi di Rodhesia.
Eletto per la prima volta primo ministro nel 1980, Mugabe ha risposto ad anni di sfruttamento coloniale, inaugurando una politica razziale a favore dei neri, coronata da un piano di alfabetizzazione, e assicurandosi il pieno controllo dell'apparato di sicurezza.
Ma quando nei primi Anni 80 ha espropriato i beni di 4 mila proprietari terrieri inglesi, il risultato è stato una fuga della minoranza bianca e degli investimenti stranieri. E un progressivo impoverimento e isolamento del Paese.
RISCHIO DEINDUSTRIALIZZAZIONE. Oggi quello che poteva essere il granaio dell'Africa subsahariana è uno dei Paesi più poveri dell'area. E, se il piano di Mugabe di cacciare le multinazionali andasse in porto, lo Zimbabwe rischierebbe un'ulteriore deindustrializzazione.
Il debito nazionale è pari all'88% del Prodotto interno lordo (Pil). E gli appelli per rimpinguare le casse vuote del Paese si ripetono ciclicamente.
La sua fornitura energetica dipende dal vicino Sudafrica, ancora riconoscente dell'accoglienza che lo Zimbabwe diede ai guerriglieri anti apartheid. Mugabe può vantare di aver fatto dello Zimbabwe il Paese dell'Africa nera con il minore tasso di analfabetismo: solo il 10% dei cittadini non sa leggere o scrivere. Per il resto di quel passato eroico è rimasto poco più di un amaro ricordo.

La vittoria della retorica anti coloniale

Robert Mugabe.

Le buone intenzioni del Compagno Bob hanno presto lasciato posto all'ubriacatura del potere.
E il destino di Mugabe e quindi dello Zimbabwe hanno preso un'altra strada rispetto a quella del vicino Sudafrica.
Mentre Mandela arrivava al potere con un cammino faticoso e trionfale, e lasciava il potere dopo aver accompagnato il Paese nel percorso democratico, Mugabe non ha accettato che la sua patria facesse a meno di lui.
LA REPRESSIONE FEROCE. Dalle elezioni è uscito quasi sempre vincitore, ma comportandosi da dittatore, ordinando alle sue milizie personali la repressione sanguinaria degli oppositori. Usa e Ue hanno imposto sanzioni, lanciato condanne, chiuso le frontiere. Ma niente è cambiato.
Nel 2008 la Bbc denunciò persino l'esistenza di campi di prigionia nelle miniere di diamanti, dove i lavoratori venivano picchiati e torturati quotidianamente.
Era anno di elezioni, il 2008. E la Carta costituzionale avrebbe proibito la rielezione del dittatore di fatto. Ma con un ultimo colpo di coda Mugabe si è riguadagnato spazio. E sempre con la stessa ricetta: la retorica anti coloniale capace da sempre di accendere gli animi, di illuminare gli occhi, di far battere il cuore di questa parte di continente nero dimenticato.
IL PASSATO CHE NON PASSA. Cinque anni dopo, a 89 anni, Mugabe è tornato ad alzare la voce contro le potenze straniere, nel nome di una storia di sfruttamento e dolore che non passa mai.
Di un passato che, in un Paese in cui persino il nome delle cascate Vittoria è un tributo al dominio della regina di Inghilterra, riesce sempre a mobilitare le folle.
E poco importa che il presidente dell'indipendenza abbia aperto le porte alla Cina pronta a comprarsi l'Africa, firmando un accordo commerciale nel 2005 che dà a Pechino i diritti di sfruttamento su molte risorse naturali.

26 Agosto Ago 2013 1742 26 agosto 2013
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