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PERSONAGGIO
20 Novembre Nov 2013 0957 20 novembre 2013

John Fitzgerald Kennedy, il lato oscuro dell'ex presidente Usa

Dal Vietnam al sesso. Gli aspetti controversi di Jfk.

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La chiamavano Camelot. A 50 anni dalla morte, la breve e indimenticabile epopea di John Fitzgerald Kennedy vive sospesa tra una mitizzazione delle sue virtù politiche e una miriade di ricostruzioni storiche reali e ipotetiche di quello che fu e quello che avrebbe potuto essere.
Camelot è il nomignolo con cui gli americani amano definire la Casa Bianca di Jfk, in un’epoca in cui il loro palazzo reale era popolato di eroi potenti e coraggiosi, donne affascinanti, frontiere da superare e il sogno americano era più vivo che mai.
LE ACCUSE DI ELLROY. Il quadro idilliaco, in questo mezzo secolo, si è progressivamente appannato. «La vera Trinità di Camelot era Piacere, Spaccare il culo e Scopare», ha scritto James Ellroy nella sua opera più celebre, l’affresco noir American Tabloid . «Jack Kennedy è stato la punta di diamante mitologica di una fetta particolarmente succosa della nostra storia. Spandeva merda in modo molto abile e aveva un taglio di capelli di gran classe. Era Bill Clinton senza l'onnipresente scrutinio dei media e qualche rotolo di grasso».
Progressivamente è emerso un lato oscuro del presidente ucciso a Dallas, anche questo però spesso nutrito da una contro-mitologia, non sempre fedele.

Le ambizioni del padre-padrone, primo presidente della Sec

Joseph P. Kennedy, primo presidente della Sec e padre di Jfk.

In questo cono d’ombra ricade il ruolo invasivo e dominante del padre e capostipite della famiglia Joseph Patrick Kennedy, milionario che aveva fatto la fortuna negli anni d’oro e senza regole del mercato borsistico pre-depressione.
Di recente la sua figura dispotica è stata al centro di una discussa, anche se non certo accuratissima, serie televisiva prodotta da History Channel.
Primo presidente della Sec, poi ambasciatore a Londra, Joseph era un padre-padrone che aveva enormi ambizioni per i figli e una feroce determinazione nel realizzarle. Morto il primogenito in guerra, fece di tutto per lanciare la carriera politica di John Fitzgerald.
JOSEPH E LA MAFIA DI CHICAGO. Questo avrebbe previsto anche favori clientelari e legami con l’allora potentissima mafia di Chicago, capace di controllare voti chiave alle elezioni e con cui, secondo voci mai confermate, Joseph aveva fatto affari durante il proibizionismo.
Un nome ricorre assai spesso tra le supposte frequentazioni del patriarca, quello del boss Sam Giancana spietato gangster collegato poi ad alcune teorie complottiste sull’assassinio di Dallas.
OMBRE SULLA CIA. Alcuni documenti recentemente riemersi dalla classificazione top-secret e pubblicati nel 2011 hanno dimostrato come la mafia avesse messo lo zampino anche nel tormentato rapporto con Cuba. Nell’aprile del 1961, Kennedy, appena insediatosi, si trovò a gestire il disastro della fallita incursione della Baia dei Porci pianificata dalla Cia nel corso della presidenza Eisenhower. Il presidente non ebbe il coraggio di impedire l’operazione ma, negando un pieno appoggio militare, condannò al fallimento l’azione che costò la vita a più di 100 persone. «Come posso essere stato così stupido da lasciarli fare?» avrebbe ripetuto più volte al suo entourage. Contemporaneamente, secondo i documenti, la Cia finanziava anche la mafia per pianificare l’assassinio di Fidel Castro.

L'impegno americano in Vietnam: da 2 mila a 16 mila soldati

John F. Kennedy

Un altro nodo mai risolto è il ruolo che Jfk ebbe nell’escalation in Vietnam. Quando giurò da presidente i soldati americani in Sud-Est asiatico erano 2 mila e avevano il ruolo di istruttori militari e consulenti strategici.
Alla fine del 1963 erano saliti a 16 mila. C’è chi sostiene che un anticomunista convinto come lui non avrebbe mai permesso un disimpegno e che alla sua morte erano ormai gettate le basi di un conflitto su larga scala.
Fu il nuovo presidente Lyndon B. Johnson a dichiarare, a pochi giorni dai fatti di Dallas, che non avrebbe «perso il Vietnam» e il punto di non ritorno dalla guerra fu l’incidente del golfo del Tonchino di nove mesi dopo. Robert Kennedy in un’intervista del 1964 dichiarò che nessuno aveva mai pensato a un disimpegno, ma da parte di Jfk c’era la convinzione che una guerra aperta sarebbe stata impossibile da vincere.
OSTILE ALL'ALA PROGRESSISTA. Secondo molte analisi storiche, inoltre, John F. Kennedy non era l’eroe del liberalismo descritto in molti libri di storia. Anticomunista viscerale, era amico al senatore Joseph McCarthy (quello della caccia alle streghe) e si dichiarò più volte ostile all’ala più progressista del suo partito.
Visse inoltre con un certo disagio il movimento per i diritti civili. «I fratelli Kennedy erano quasi morbosamente impauriti dalla marcia per i diritti del 1963», ha raccontato Eleanor Holmes Norton tra gli organizzatori della manifestazione e oggi parlamentare democratico.
UNA SALUTE PRECARIA. Un ulteriore aspetto poco noto, indagato dallo storico Robert Dallek, era lo stato di salute del presidente. Oggi probabilmente un uomo nelle sue condizioni non sarebbe giudicato adatto a occupare lo Studio ovale. Studiando le cartelle cliniche, Dallek ha scoperto che Jfk era affetto dal morbo di Addison (un’insufficienza ormonale) e da una grave osteoporosi alla schiena che gli rendeva quasi impossibile compiere movimenti assai semplici e che col tempo lo avrebbe ridotto all’immobilità. Soffriva di colite e prostatite cronica. Per combattere il dolore assumeva fino a 12 farmaci al giorno. Fu in cura con codeina, demerol, metadone, steroidi, gamma globuline. Fece uso di stimolanti alternati ad ansiolitici e barbiturici. Tuttavia, ha sostenuto lo storico: «Il suo comportamento nei momenti più difficili della sua presidenza fu sempre straordinariamente efficiente».

Le accuse della stagista Alford: «Jfk era un pervertito»

John F. Kennedy e la moglie Jacqueline poco prima dell'assassinio di Dallas, il 22 novembre 1963.

C’è infine l’aneddotica, onnipresente, del suo rapporto con le donne.
Negli Anni 60 “Jack” sembrava incarnare il mito irreale dell’uomo e del marito perfetto: ricco, bello, carismatico. Emersero poi il suo appetito insaziabile per il sesso e innumerevoli racconti di relazioni amorose.
Quanto di vero c’è in questo? Mimi Alford fu una stagista alla Casa Bianca 30 anni prima di Monica Lewinsky. Nella sua autobiografia Once Upon a Secret (in Italia Ho amato Jfk) il presidente viene dipinto come un pervertito che la costrinse al suo primo rapporto sessuale quasi con la violenza nella stanza da letto della Casa Bianca e la spinse a concedersi a un suo assistente davanti ai suoi occhi.
Le confessioni choc della donna sono state pubblicate nel 2012, dopo 50 anni di silenzio, alimentate da un contratto editoriale a sei zeri. Nessuno che potesse smentirla era più in vita. Non era la prima rivelazione sulla materia.
UN'AMANTE IN CONDIVISIONE. Judith Exner nel 1977 aveva rivelato di essere stata amante contemporaneamente di Jfk e del boss Sam Giancana. L’agente dei servizi segreti Larry Newman parlò di notti con prostitute. Quanto ci sia di vero in queste storie è difficile da sapere. Negli anni a Kennedy hanno attribuito storie con le attrici Marilyn Monroe, Angie Dickinson, Gene Tierney e perfino con un’anziana Marlene Dietrich, già supposta amante del padre Joseph. Anche qui la realtà sta probabilmente nel mezzo. Jack non fu certo un marito fedele e uomo perfetto, ma è difficile pensare che fosse nel breve tempo della sua presidenza (e tormentato come era da problemi fisici alla schiena) il maniaco sessuale che una certa letteratura ha dipinto.
«HA AVUTO QUEL CHE MERITAVA». «Ha avuto quello che si meritava. L’hanno fatto fuori prima che il sesso diventasse scadente e che tutti si accorgessero di chi fosse in realtà», ha detto Ellroy.
A 50 anni dai proiettili di Dallas, la vita di Jfk è una leggenda che alimenta grandi ideali, commemorazioni commosse, epici romanzi noir, fiction televisive e biografie scandalistiche. La storia ormai si è confusa con il mito.

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