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Cie in Italia: come funzionano le 'prigioni' dei clandestini

Nati nel 1998, ospitano oggi 564 irregolari in cinque strutture.

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Proteste, ribellioni, atti di autolesionismo, tentativi di fuga, violazioni dei diritti umani. I Centri di identificazione ed espulsione (Cie) restano ancora al centro delle polemiche. Anche perché sono sempre di più le organizzazioni umanitarie, i politici, i media e gli operatori internazionali a puntare il dito contro queste strutture.
L'ultima ondata anti-Cie è arrivata da Torino, dove Sinistra ecologia e libertà ha presentato a fine gennaio una mozione in Comune per la chiusura del centro (che per ora resta aperto). Un'operazione simile a quanto già accaduto a Bologna (qui però il Cie è stato chiuso).
VERSO LA RIFORMA DEI CIE. Il ministro dell'Integrazione Cécile Kyenge s'è già espressa a favore della riforma dei Cie e al superamento di queste strutture, in particolare a quella di Gorizia. E anche il viceministro dell'Interno, Filippo Bubbico, presentando i dati sui migranti (a gennaio 2014 sono già sbarcati in oltre 2 mila, nel complesso sono 42.925), ha annunciato che il governo è impegnato a «rivedere la disciplina dei tempi di permanenza all'interno dei Cie e ad innalzare gli standard qualitativi dell'accoglienza».
Al momento, però, i centri sono attivi. Ma quanti sono e come funzionano i Cie in Italia?

Migranti nel Canale di Sicilia salvati dalla Guardia costiera italiana (©GettyImages).

1. Nati nel 1998 ospitano 564 persone: solo il 46,2% è rimpatriato

Istituiti nel 1998 dalla legge sull’immigrazione Turco-Napolitano, i Cie sono strutture detentive che hanno inaugurato di fatto lo stato della detenzione amministrativa in Italia, sottoponendo a regime di privazione della libertà personale individui che hanno violato una disposizione amministrativa, come quella del mancato possesso del permesso di soggiorno.
Secondo la legge, l'obiettivo di tali centri è quello trattenere gli stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione nel caso in cui la decisione non sia immediatamente eseguibile. Per questo all'interno dei Cie è possibile trattenere gli individui per 30 giorni, ma il periodo è prorogabile per un massimo totale di 18 mesi.
Gli ospiti, secondo i dati del Viminale, sono circa 564 (il dato è aggiornato a fine novembre 2013): nel 2012 erano 924 (in Italia la popolazione straniera ammonta a 4,38 milioni come emerso dal Dossier Caritas/Migrantes). Tuttavia, da quanto emerge dal rapporto Costi disumani di Lunaria (associazione che svolge attività di ricerca, formazione e comunicazione anche sulle migrazioni e sulla globalizzazione), meno della metà di chi è detenuto nei Cie è stato effettivamente rimpatriato: su 169.126 persone transitate nel centri tra il 1998 e il 2012, sono 78.081 (il 46,2%) quelle rispedite in patria.
Nel 2013 ci sono state, secondo l'associazione Medici per i diritti umani (Medu) più di 800 fughe (il 60% dei detenuti complessivi) e solo il 12% di rimpatri.

2. In Italia esistono 13 Cie, ma solo cinque strutture sono ancora attive

A Roma c'è il Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria.

Fino al 2011 si contavano in tutta Italia 13 Cie sparsi tra Roma, Torino, Milano, Bologna, Modena, Gorizia, Bari, Brindisi, Crotone, Catanzaro, Trapani (Serraino Vulpitta e Ioc Milo) e Caltanissetta.
Attualmente, però, otto sono chiusi (sei per ristrutturazione e due definitivamente), mentre i restanti cinque, pur risultando attivi, hanno una ridotta capacità a causa dei danneggiamenti provocati dalle rivolte dei reclusi.
Il risultato è che mentre la capienza complessiva delle strutture è di 1.851 posti, la ricettività effettiva è di sole 749 persone.
OTTO CENTRI CHIUSI. I Cie non attivi sono stati chiusi per ristrutturazione, per esempio quello di Milano e Modena oppure Bari dove è stata appena ordinata, ma anche perché dopo i lavori è stato deciso di non aprirli (vedi Bologna e Brindisi) o ancora su disposizione della procura per via delle condizioni di vita interne. Come è successo a Trapani Serraino Vulpitta dove, dopo diverse segnalazioni, la procura ha deciso per la sua chiusura temporanea, ufficialmente «per ristrutturazione».
Il Cie di Crotone è stato chiuso in seguito alla morte di un detenuto. Poi c'è Lamezia Terme in provincia di Catanzaro dove Medu parla addirittura di «gabbie per i detenuti». Infine anche Brindisi è stato chiuso.

3. A Roma c'è Ponte Galeria, che ha ospitato Alma Shalabayeva

Secondo i dati del Viminale, in Italia ci sono 564 stranieri dentro i Cie.

Il più grande Cie attivo è quello di Roma Ponte Galeria, attivato fin dal 1998 e conosciuto anche per aver ospitato la moglie del dissidente kazako Mukthar Ablyazov, Alma Shalabayeva.
Gestito dalla cooperativa Auxilium, il Cie può ospitare 354 persone sebbene la media di presenze si aggiri intorno alle 240 unità. Secondo Medu, che ha visitato più volte il centro, quello di Roma «appare strutturalmente inadeguato a garantire un soggiorno dignitoso. Le condizioni fatiscenti della maggior parte degli alloggi e dei servizi igienici risultano essere al di sotto degli standard minimi di accoglienza».
ANTIDEPRESSIVI A TORINO. A Torino, dove il centro è gestito dalla Croce rossa, ci sono invece 85 persone recluse in condizioni precarie sia dal punto di vista materiale sia psicologico: un ospite su tre usa ansiolitici e antidepressivi.
Attualmente, però, i posti, che sarebbero dovuti diventare 210 dopo i lavori, sono non arrivano a 90: i restanti sono stati resi inagibili da incendi e rivolte.
LE OMBRE SUI GESTORI. Il Cie di Gradisca d’Isonzo, a pochi chilometri da Gorizia, è gestito dal consorzio Connecting people, con sede a Trapani, i cui vertici sono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa dello Stato e a inadempienze di pubbliche forniture, come riportato su documenti della Camera. La capienza massima del centro è di 248 persone, anche se al momento della visita di Medu l’agibilità era ridotta a 136 posti ed erano presenti 74 trattenuti (due interi settori risultavano in via di ristrutturazione).
LE CONTESE TRA COOPERATIVE. Poi c'è il Cie di Caltanissetta, che ha capienza massima 96 posti: la gestione è contesa tra la cooperativa sociale Auxilium e il Consorzio Solidalia.
Il Tar di Palermo ha bloccato l'affidamento alla prima, affidamento messo a sua volta in discussione dal Consiglio di giustizia amministrativa.
Rimane aperto anche il Cie di Trapani Milo. Per ora. Infatti dopo la sua ultima visita, Medu ha parlato di una situazione «al limite del collasso: l’ente gestore non è più in grado di garantire né gli stipendi dei propri dipendenti né servizi e beni di prima necessità». Pertanto ne ha chiesto la chiusura.

4. Ogni anno spesi 55 milioni di euro secondo la Caritas

Secondo l'associazione Lunaria, tra il 2005 e il 2011, lo Stato ha versato circa 1 miliardo di euro nei Cie.

Attualmente non esiste un dato preciso che illustri quanto l'Italia spenda per la gestione dei Cie. Secondo una ricerca del 2012 della Scuola suoperiore Sant'Anna dell'Università di Pisa, lo Stato spende per ogni clandestino in attesa di espulsione, 163 euro all'anno. Che moltiplicati per gli ospiti a fine 2013, fanno poco più di 33 milioni di euro.
Secondo la Caritas, però, lo Stato spende per la gestione dei centri non meno di 55 milioni di euro l’anno.
I dati di Lunaria, invece, si riferiscono al periodo 2005-11 e riguardano anche i Centri di prima accoglienza e i Centri accoglienza per richiedenti asilo: secondo l'associazione lo Stato ha investito 1 miliardo di euro per allestire, gestire, mantenere e ristrutturare i centri.
La gran parte delle risorse, 742,2 milioni di euro, pari al 73,7% del totale, è stata utilizzata per le spese di allestimento, attivazione, locazione, gestione e manutenzione ordinaria; la parte rimanente, 264,5 milioni di euro è invece stata destinata alle spese di costruzione, acquisizione, completamento e manutenzione straordinaria degli immobili.
A questi cosi vanno aggiunti i costi di sorveglianza (stimati in 26,3 milioni l'anno) e i costi di missione del personale di scorta che procede all'esecuzione dei rimpatri (3,6 milioni l'anno): nel 2012 la Corte dei conti ha stimato che sono stati impegnati oltre 1.500 uomini, tra militari e forze di polizia per i controlli.
Per quanto riguarda il costo giornaliero pro-capite dei reclusi vi è un'estrema eterogeneità: si passa dai 21 euro del Cie di Crotone ai 60 di Milano, dai 25 di Bari ai 47 di Torino. Non vi è un decreto che imponga un costo fisso ma solo, in fase di gara d'appalto, un minimo (30 euro) e un massimo (60).

5. L'Ue ha denunciato le condizioni drammatiche delle strutture

Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso.

Oltre a varie associazioni umanitarie, anche l'Unione europea ha denunciato le condizioni umane cui sono sottoposti i detenuti, un regime di fatto coercitivo che, tra le altre cose, impedisce agli immigrati di ricevere visite e di far valere il fondamentale diritto alla difesa legale.
Migreurop, rete europea di associazioni, ricercatori e giuristi che raccoglie ogni giorno episodi di violazione dei diritti umani alle frontiere, stima che in Europa ci sono almeno 420 strutture di trattenimento ufficiali con una capienza totale di 37 mila posti. Alcuni Paesi, come Germania, Olanda e Svizzera, utilizzano però le normali strutture carcerarie per la detenzione degli stranieri extracomunitari. In otto Paesi dell’Ue (Finlandia, Estonia, Lituania, Danimarca, Olanda, Regno Unito, Malta e Cipro), non è stata stabilita una durata massima della detenzione, nonostante l’obbligo contenuto nella Direttiva rimpatri.
MAGGIORI RIMPATRI IN UK. Tra i Paesi con il tasso più alto di immigrazione, la percentuale di rimpatri più alta si trova in Gran Bretagna (circa 62%), secondo i dati raccolti nel dossier ArcipelagoCie redatto da Medu, dove non è prevista una durata massima per la detenzione e dove la maggior parte delle strutture adibite sono gestite da agenzie private.
A seguire Svezia (59%), dove spesso vengono applicate misure alternative alla detenzione, e Spagna (circa 52%) dove le espulsioni, sempre secondo il dossier, sono «una procedura confusa e frammentaria» e le informazioni sui centri sono «difficilmente accessibili».
Nella vicina Francia, invece, il ministero dell'Interno fissa quote annuali di stranieri irregolari da espellere: finora il 40% viene rimpatriato.

7 Febbraio Feb 2014 0600 07 febbraio 2014
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