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Camorra, le villette dei Setola e i soldati Nato

I miliari Usa vivevano nelle case del killer.

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Casal di Principe: una delle villette sequestrate dalla Dia ai Setola.

Non fa giustizia, il «Datagate» di Edward Snowden, delle amicizie e delle frequentazioni «pericolose» che i militari della base Nato di Gricignano d'Aversa, nel Casertano, avevano con Pasquale Setola, il fratello di Giuseppe, lo spietato comandante in capo dell'ala stragista dei Casalesi.
A entrambi sono stati confiscati beni per 5 milioni di euro. Ville, appartamenti, aziende e decine di conti correnti bancari e postali accumulati con racket, appalti pilotati e rapine.
Pasquale figurava come prestanome, potendo contare su una attività imprenditoriale di facciata, ma il padrone della «roba» era lui, il killer del clan Bidognetti.
I LEGAMI CON LA NATO. Si coprivano a vicenda, i due fratelli, come emerge dalle carte giudiziarie della Dda di Napoli. Eppure nessuno - forze dell'ordine, agenzie di sicurezza e magistratura - sembra essersi preoccupato più di tanto di questo rapporto strano con i soldati del Patto Atlantico nella terra di Gomorra. Un argomento che dovrebbe essere la priorità per Servizi segreti e organi investigativi.
«I beni di Pasquale Setola, pur essendo intestati formalmente a lui, sono in realtà di Giuseppe», ha spiegato il collaboratore di giustizia Gaetano Vassallo ai pm parlando delle fortune finanziarie della famiglia, «e sono stati acquisiti con i proventi di attività delittuose dello stesso clan dei Casalesi. Pasquale Setola mi ha detto che il fratello gli aveva intestato tutti i suoi beni, in particolare gli appartamenti di Casal di Principe per sfuggire al sequestro».
DOCUMENTI SCHIACCIANTI. Cosa che gli era riuscita in più di un'occasione. Stavolta però le cose sono andate diversamente. Perché la proposta di confisca, avanzata dal direttore della Dia Arturo De Felice, è stata supportata da una gigantesca mole di documentazione che ha impedito qualsiasi «escamotage» difensivo. Troppo vistosa la sproporzione tra il patrimonio posseduto e le entrate dichiarate. Quei beni avevano, dunque, un'altra origine.

L'affitto delle villette ai soldati Nato

L'arresto del boss di Camorra Giuseppe Setola.

Ma c'è di più. Perché Vassallo nel suo racconto ha spiegato anche dove questi soldi erano investiti. «Giuseppe Setola investe i soldi provento di delitti nell'impresa del suocero di Pasquale, che gestisce una cooperativa di lavori edili-stradali». Soldi sporchi che ritrovano l'innocenza nelle «lavatrici» dell'organizzazione per essere poi parte di investimenti in titoli societari e «mattone».
Soldi e rispettabilità sociale. Anche così la camorra riesce a mimetizzarsi.
«Pasquale Setola aveva buoni rapporti con il personale della base Nato», ha aggiunto. «Infatti, mi disse che Giuseppe Setola, tramite il fratello Pasquale, aveva affittato alcune sue villette a degli americani».
I fitti li riscuoteva «la moglie di Setola» (anche lei arrestata e indagata) e riguardavano «quattro villette a schiera» a Casal di Principe.
LA BROKER SPOSATA CON UN MILITARE USA. Il broker per la ricerca degli inquilini era una «signora che vive al Villaggio Coppola ed è sposata con un militare americano». Lo stesso Vassallo racconta di essere stato a sua volta contattato dalla donna, «accompagnata da Pasquale Setola», che si offrì di «fare l'intermediario per l'affitto delle camere del mio albergo agli americani in cambio dell'assunzione della figlia presso la mia reception».
PERHAM, L'ITALOAMERICANO VICINO A SETOLA. E chissà se poi è un caso che, nel covo di Mignano Montelungo, insieme con l'allora superlatitante Giuseppe Setola, ci fosse anche un cittadino italo-americano, John Loran Perham. Gli faceva da guardaspalle e vivandiere. Larry, incensurato e insospettabile componente di quel «plotone di giovani pronti a saltare dalla parte sbagliata», come scrisse il giudice Raffaello Magi nelle motivazioni della condanna nei suoi confronti a 12 anni e mezzo per un tentato omicidio.
Aveva una straordinaria e malefica capacità di attrazione Setola ai tempi della latitanza. Ha trascinato negli inferi non solo il giovane yankee che viveva a Posillipo, ma anche un ragazzo di appena 23 anni, Raffaele Granata che gli curava la latitanza nel Casertano. E che, prima di incontrare il demone della camorra, era iscritto a Teologia
LA SFIDA AL PM. Appena pochi giorni fa, Setola si è reso protagonista di un ennesimo gesto di sfida allo Stato: ha pubblicamente minacciato, nel corso di una udienza, il pm Sirignano urlandogli in faccia - e chiamandolo per nome, Cesare - che «questo potere assoluto un giorno finirà».
Se Setola non uscirà mai più dal carcere, però, è proprio per la caparbietà di «Cesare». Che lo ha fatto condannare all'ergastolo per la strage di Castelvolturno.
Da quel momento, attorno al pubblico ministero - titolare di alcuni dei fascicoli più pesanti della Procura partenopea, tra cui quello sul patto tra Casalesi e Cosa nostra per la gestione criminale del mercato dell'ortofrutta tra Sicilia, Campania e basso Lazio - si sono innalzati i massimi livelli di sicurezza.
IL BOSS COL KALASHNIKOV. Setola, si sa, non scherza. Non è il criminale che sbava e sbraita per darsi un tono. È un soggetto pericoloso. Bastarebbe leggere quel che racconta l'imprenditore Gennaro Cardillo a proposito del suo primo incontro con lui nel suo ristorante. «Ricordo che aveva un mitra kalashnikov a tracolla e lo mostrava con disinvoltura e un giubbotto antiproiettile... rimasi sconvolto dalle armi di cui disponeva Setola, trasportate su un carrello trainato dal suo accompagnatore con pistole e altre armi», ha ricordato.
Ecco, uno così fittava le villette agli americani della Nato. E poi dicono che nulla sfugge alla Nsa.

24 Febbraio Feb 2014 1803 24 febbraio 2014
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