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27 Febbraio Feb 2014 0600 27 febbraio 2014

Venezuela, la protesta in quattro punti

Le cose da sapere sulla rivolta.

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L’appello alla pace in Venezuela, pronunciato da papa Francesco, evoca un dialogo impossibile, almeno per il momento.
Tre settimane dopo l’inizio delle proteste contro il governo di Nicolás Maduro, il paese sudamericano è più che mai profondamente diviso: da un lato i chavisti in camicia rossa, sostenitori dell’esecutivo uscito vincitore dalla elezioni di aprile 2013, dall’altro un’opposizione forte con un appoggio della cittadinanza sempre più esteso, e che ha trovato come partner ideale il blocco di centrodestra del movimento studentesco.
IL VENEZUELA POST-CHAVEZ PRENDE FORMA. Non sono tutti gli studenti a protestare, così come solo una parte dei 14 morti che si contano finora sono da addebitare alla violenza (che pure c’è stata) della guardia nacional bolivariana. Da un lato l’incapacità del governo Maduro di gestire la pesante crisi economica e la criminalità diffusa; dall’altra gli interessi del settore privato economico e finanziario, decisi ad approfittare delle difficoltà dell’esecutivo, con l’intento di provocarne la caduta per via non elettorale; in mezzo elementi non sempre identificabili, forse riconducibili ad alcune forze politiche o paramilitari, ma senz’altro attivi protagonisti delle violenze di questi giorni. È in questo contesto, pericoloso e ancora poco chiaro, che sta prendendo forma il Venezuela post-Chávez.

Il presidente venezuelano Nicolàs Maduro (getty).

1. Povertà e criminalità: i motivi alla base del malcontento

I primi focolai della rivolta, all’inizio di febbraio, sono scoppiati negli stati occidentali di Mérida e Tachira, tradizionalmente a maggioranza antichavista, con al centro delle proteste il malcontento di studenti e classe media per la carenza alimentare e l’aumento della violenza di strada.
Da lì le manifestazioni si sono estese a Caracas e ad altre città, e al pugno di ferro della polizia è sempre corrisposta l’azione violenta dei manifestanti, con blocchi stradali, lanci di molotov, auto e mezzi dati alle fiamme.
GLI ERRORI DEL GOVERNO. I limiti e gli errori del governo Maduro sono innegabili: l’inflazione è al 56%, molti alimenti e beni di prima necessità scarseggiano, il caos finanziario dovuto al doppio regime di cambio del bolivar (1=6,3 quello ufficiale, fino a dieci volte inferiore a quello reale del mercato nero, che è a 1=64), la corruzione diffusa negli apparati statali e lo stallo di un’economia centralizzata e dipendente dall’esportazione del petrolio. A questi problemi si aggiunge un tasso di criminalità altissimo (39 omicidi per 100mila abitanti secondo il governo, 79 secondo la ong Observatorio venezolano de violencia).
Quindici anni di socialismo hanno senza dubbio ridotto di molto la povertà, oltre a dare una possibilità di sviluppo a milioni di venezuelani, ma hanno anche lasciato dei nodi irrisolti sui quali, ora, una parte del Paese chiede il conto.
LE RESPONSABILITÀ DEI POTERI ECONOMICI PRIVATI. D’altra parte, però non ci si può tappare gli occhi davanti alle azioni di certi poteri economici legati ai partiti d’opposizione, come quelle imprese che fanno ostruzionismo destinando al contrabbando nei Paesi limitrofi quei beni di largo consumo che sarebbero riservati al governo per la vendita al pubblico a prezzi calmierati.
O ancora a quelle anomalie come le intese corrotte tra funzionari statali e imprenditori del settore privato, e che ad esempio portano all’accaparramento di dollari derivati dai proventi del petrolio.

Un'immagine della protesta in Venezuela (getty).

2. Il movimento studentesco di centrodestra è il motore delle proteste

Il 12 febbraio, día de la juventud, è stato il giorno in cui si sono visti i primi due morti (un esponente di un gruppo militare e un manifestante), ma anche quello della consacrazione del movimento studentesco come motore delle proteste. Non si tratta però di tutti gli studenti, ma di quelli provenienti da una precisa area politica: «L’impoverimento, l’insicurezza e la scarsità di alimenti e tutti i problemi che affliggono il Paese non derivano dall’inefficienza degli amministratori ma dalla politica del regime comunista che ci governa: per questo consideriamo come primo passo le dimissioni di Maduro e del suo gabinetto».
I DIMOSTRANTI CHIEDONO LA TESTA DI MADURO. Con queste parole, in un comunicato ufficiale diffuso il 26 febbraio, il movimento studentesco ha chiarito due passaggi fondamentali: l’identità politica delle proteste e le dimissioni del governo come indiscutibile prerogativa di ogni altra azione.
In Venezuela, quando si parla di movimiento estudiantil, ci si riferisce a uno specifico gruppo nato nel 2007 per protestare contro il mancato rinnovo – deciso da Hugo Chávez – della concessione dei diritti televisivi all’emittente di opposizione Rctv.
LE CONTAMINAZIONI ESTREMISTE. Ne fanno parte studenti provenienti da varie università di area cattolica e liberale, tutti riconducibili al centrodestra, con annesse componenti estreme quali la Juventud activa Venezuela unida (Javu), direttamente ispirata ai fascisti serbi dell’Otpor.
Il 26 febbraio una rappresentanza del movimento si è presentata davanti all’ambasciata cubana, a Caracas, per consegnare una lettera in cui si chiede «la fine dell’ingerenza dei fratelli Castro in Venezuela».

Leopoldo Lòpez al momento dell'arresto (getty).

3. L'opposizione si divide: Machado e López 'mollano' Capriles

La vittoria del partito socialista (Psuv) alle elezioni comunali di dicembre 2013, dopo quella di larga misura che portò Maduro a Palazzo Miraflores, ha segnato uno spartiacque nella Mesa de Unidad democrática (Mud), la coalizione di centrodestra guidata da Henrique Capriles: la leadership di quest’ultimo è stata messa in discussione da altri due leader, Maria Corina Machado e Leopoldo López, convinti che la protesta dovesse assumere un volto più duro e che hanno accusato Capriles di essere troppo remissivo nei confronti del governo.
HENRIQUE CONDANNA LE VIOLENZE. Questo scollamento si è intensificato nel corso delle ultime settimane: Capriles – che ad aprile 2013 ha perso le elezioni contro Maduro per un distacco di solo 1,5% di voti – ha condannato la violenza dei manifestanti e ha detto di preferire il dialogo e la via parlamentare.
Mentre Leopoldo Lòpez, leader del partito di centrodestra Voluntad Popular, è diventato il nuovo leader di una protesta che si è posta l’obiettivo di defenestrare Maduro e che ha scelto di farsi sentire con manifestazioni e proteste di piazza.
LEOPOLDO FINISCE IN MANETTE. Il 13 febbraio la polizia lo ha arrestato con varie accuse che vanno dal terrorismo ai danni alla proprietà pubblica.
Occorre ricordare che alla fine degli Anni 90 López fu nella dirigenza della Pdvsa, l’impresa statale di estrazione e gestione del petrolio, prima della nazionalizzazione di Chávez; nel 2002 fu tra le menti del colpo di Stato che rovesciò lo stesso Chávez; e infine nel 2004 fu l'organizzatore delle guarimbas, azioni di guerriglia urbana finalizzate a creare una strategia della tensione per destabilizzare il governo socialista.

Il presidente americano Barack Obama in un incontro con Hugo Chàvez in Venezuela (getty).

4. La tensioni con gli Usa e la cacciata dei diplomatici

I rapporti tesi tra Venezuela e Stati Uniti sono noti, anche se spesso la propaganda antiamericana di Chávez ha fatto più rumore dei rapporti commerciali – sia pure minimi – che i due Paesi hanno sempre intrattenuto.
Dopo l’espulsione di tre diplomatici statunitensi accusati di «cospirare con il movimento studentesco» e la risposta di Washington che ha espulso a sua volta altri tre diplomatici venezuelani, il presidente Maduro ha proposto alla Casa Bianca un nuovo ambasciatore, per riempire un vuoto che si protrae dal 2010. L’intento, ha spiegato Maduro, è «rinforzare l’ambasciata venezuelana e la capacità di dialogo con la società statunitense, anche al fine di informare i cittadini sulla verità di ciò che sta accadendo in Venezuela».
CARACAS CERCA DI RICUCIRE. Il diplomatico scelto è l’ex ambasciatore in Brasile Maximilian Sánchez Arveláiz, chavista della prima ora.
Un atto di distensione, nonostante le continue accuse di «ingerenza» mosse da Maduro e dai suoi al governo di Washington e alle quali non si può negare una parte di verità.
Gli indizi, qua e là, non sono mai mancati: ad esempio, nel 2008, il Cato Institute statunitense ha assegnato il premio Milton Friedman da 500mila dollari allo studente Yon Goicoechea, che guidò le proteste contro la chiusura della tv RCTV, decisa da Chávez nel 2007, e che oggi è ancora uno dei capi del movimento studentesco.
BUSH SOSTIENE MACHADO. Mentre George W. Bush non ha mai nascosto il suo aperto sostegno a Machado, ora spalla di López nelle fila dell’opposizione e nel 2002 firmataria del decreto Carmona, dal nome dell’imprenditore e politico Pedro Carmona Estanga, primo atto del golpe contro Chávez. Súmate, associazione da lei guidata che aveva come obiettivo un’improbabile raccolta firme per destituire il governo di Chávez democraticamente eletto, ha ricevuto regolarmente fondi dalla fondazione privata statunitense National Endowment for Democracy.

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