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INTERVISTA
23 Luglio Lug 2016 1223 23 luglio 2016

Monaco, ecco perché l'Isis ha vinto comunque

Il killer di Monaco non è collegato con il Califfato. Ma l'analista Lombardi a L43: «La strage è il simbolo del successo di Daesh, trasformare l'odio in violenza».

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Fiori sul luogo dell'attacco a Monaco.

Ali Sonboly, il 18enne tedesco-iraniano che ha ucciso 9 persone a Monaco di Baviera, non aveva nessun tipo di legame con lo Stato islamico.
Anzi, la sua origine lo mette quasi all'opposto dei miliziani del Califfo, che Teheran combatte con tutte le sue forze in Siria e Iraq.
Il più grande Paese sciita del Medio Oriente è al centro di un conflitto regionale che lo vede contrapposto proprio al jihad sunnita di Daesh e più in generale al mondo legato al wahabismo saudita.
VITTIMA DI BULLISMO. Ma, probabilmente, queste considerazioni non sono mai neanche passate per la testa di Sonboly, per il quale il primo problema era invece l'emarginazione all'interno del suo gruppo sociale e l'essere vittima di bullismo, secondo quanto riportato dal procuratore di Monaco
Eppure la strage di Monaco può essere considerata a tutti gli effetti una vittoria dello Stato islamico.
FRUSTRAZIONE E VIOLENZA. «La più grande vittoria dell'Isis», spiega l'esperto di antiterrorismo Marco Lombardi, «è stata trasformare, grazie alla sua viralità, la rabbia e la frustrazione di chiunque in violenza. Non ha nessuna importanza quale siano le pulsioni che muovono i 'lupi solitari'. Quello che conta è il grande motore che li spinge a entrare in azione. E quel motore è stato acceso dallo Stato islamico».

L'esperto di antiterrorismo Marco Lombardi.


D. Charlie Hebdo, Bataclan, Bruxelles, Nizza, l'attentatore sul treno in Germania, Monaco: qual è il filo conduttore?
R.
Ognuno di questi attentati ha una sua peculiarità, ma il comune denominatore è sempre la grande chiamata alle armi dello Stato islamico, che contagia chiunque abbia motivi di odio.
D. Il radicalismo islamico però qui non c'entra.
R.
No. Ma la vera questione è il pretesto e la spinta che Daesh fornisce a chi vuole agire, che sia un militante proveniente dalla Siria, una cellula europea, un islamista radicalizzato autonomamente, ma anche, e lo vediamo bene con Monaco, un qualsiasi frustrato, emarginato desideroso di rivalsa verso la società in cui vive.
D. In questo caso, tra l'altro, il ragazzo aveva origini iraniane.
R.
Questa è la cosa forse più significativa. Per Sonboly non contava assolutamente niente che il suo Paese combatte lo Stato islamico in Medio Oriente. Probabilmente aveva solo bisogno di un motivo per entrare in azione e qualcuno da imitare. E il fatto è che non interessa neanche all'Isis chi faccia i massacri.
D. Perché?
R.
Perché l'unico obiettivo è creare il caos all'interno delle nazioni nemiche. Al di là di chi lo scateni. Penso che il più grande sogno di al Baghdadi non sia quello di vedere un soldato dell'islam fare una strage, ma un ebreo che si fa esplodere in nome di Allah.
D. Sarebbe il paradosso più incredibile.
R.
Eppure è proprio questo lo scopo di Daesh: creare più terrore possibile. E ogni volta mettere sopra una strage il suo cappello per formare un filone di violenza che altri vorranno imitare. Che siano jihadisti, o, come nel caso di Monaco, gente semplicemente incazzata.
D. Anche per questo i festeggiamenti sui social legati all'Isis quando ancora non si sapeva niente?
R.
Ricordiamoci che Daesh è lo specialista delle appropriazioni indebite. Anche se fosse un attacco sulla matrice di quelli nei campus americani o Utoya, non escluderei che provino ad appropriarsene.
D. Qual è la grande strategia dietro?
R.
Una politica della doppia radicalizzazione. Da una parte cerca nuovi foreign fighter, ma dall'altra vuole generare il conflitto qui da noi. Per cui il segno di ieri, qualunque ne siano le ragioni, è pericolosissimo. Perché mostra un conflitto quotidiano presente nelle nostre città e difficilmente controllabile.
D. Uno stato di perenne tensione?
R.
Quello che abbiamo visto è il simbolo di una società assolutamente in bilico, in cui il conflitto è sopito, ma basta un piccolo cenno perché tutto vada in fibrillazione.
D. Stiamo correndo il rischio di una Germania sempre più simile alla Francia?
R.
No. Stiamo correndo il rischio di un'Europa sempre più simile alla Francia. Inclusi i Paesi del Mediterraneo, inclusa l'Italia. Dal momento in cui siamo di fronte a un comportamento virale che va oltre l'ideologia di Daesh, allora chiediamoci: quanti spostati ci sono in Germania? Quanti in Italia? Le motivazioni dietro alle stragi contano sempre meno. Conta l'incanalamento delle pulsioni dei singoli in violenza. Ed è l'Isis ad averlo provocato.


Twitter @apradabianchi

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